Opinione della Settimana

La cura dei rischi d’impresa, chi non risika non consolida

Risk Manager Imc

(di Marco Barbieri – Il Messaggero)

Il risk management fatica a entrare stabilmente nella cultura delle aziende italiane di piccole dimensioni. Eppure si tratta di mettere sotto controllo, analizzare e gestire tutti i fattori che possono fermare l’attività

Meno del 5% delle imprese italiane di medie dimensioni ha nel suo organigramma un risk manager. Eppure tre imprese su quattro si rivolgono per questo a consulenti esterni. Occasionalmente, senza continuità. La cultura del rischio – non solo a livello aziendale – è ancora deficitaria nel nostro Paese. Ma per chi si attrezza ad affrontare il mercato si tratta di una lacuna specifica ben più grave.

Si ricorre spesso alla citazione, vecchia di più di un secolo, di un ricco uomo d’affari americano, John Shedd: «Una nave in porto è al sicuro, ma non è per quello che si costruiscono le navi». Andar per mare comporta rischi. Sempre. Per evitarli bisognerebbe stare fermi in porto. Che è la negazione dell’intrapresa economica.

Per non ignorarli occorre analizzarli e gestirli. E’ il lavoro del risk manager. Figura ibrida tra l’ingegnere, il legale e l’economista, esperto un po’ di tutto il ciclo produttivo, cosi come di tutte le norme (non solo fiscali) che regolano produzione e mercato.

Ultimi in Europa

Se la grande impresa, anche in Italia, si è attrezzata, o si sta attrezzando, la maggior parte delle piccole e medie aziende, che costituiscono il 90% delle imprese italiane, ne sottovaluta o ignora il valore aggiunto. Anche per questo, secondo la Federazione Europea delle Associazioni di Risk Management (Ferma) l’Italia è indicata all’ultimo posto per qualità nelle attività di risk governance. Sul piano internazionale questa funzione è ampiamente riconosciuta e apprezzata tra i manager d’azienda, perché una corretta valutazione e gestione del rischio aiuta a mantenere crescita e profitti. Nell’ultimo Rapporto dell’Osservatorio sul risk management in Italia, condotto da Cineas in collaborazione con Mediobanca, si legge che «chi gestisce il rischio in modo avveduto si assicura una redditività media superiore del 38%» rispetto a chi non mette in campo competenze e azioni adeguate.

Di più: le aziende che subiscono un fermo produttivo superiore ai tre mesi hanno il 40% di probabilità in più di chiudere entro i due anni successivi. Il fermo produttivo è una delle conseguenze – la più estrema – di una sottovalutazione dei rischi cui si espone l’attività d’impresa. Ci si può fermare per un sinistro, per un evento sismico o per un dissesto idrogeologico (il 73% del territorio nazionale è esposto, in misure e gradazioni diverse, a queste criticità) o per un’ordinanza della magistratura derivante dalla violazione di norme, per un incidente sul lavoro.

La protezione degli asset fisici, cioè edifici, impianti, macchinari e merci, da eventi di tipo prevedibile (incendio, esplosione) e imprevedibile (terremoti, alluvioni) resta una priorità per scongiurare il fermo produttivo. «Il verificarsi di eventi di questo genere può portare ad una crisi di interruzione di operatività, a seguito della quale la sopravvivenza del business dipende dall’entità dei danni e dalla capacità di reazione», scrive Maria Moro, una attenta osservatrice del settore e specialista del tema. La capacità del mercato di assorbire l’interruzione di fornitura hanno durata limitata nel tempo, sarà quindi necessario mettere in atto misure tali per fare in modo che il gap temporale tra la fase di fiducia del mercato e la ripresa dell’operatività regolare risulti il più breve possibile.

La reputazione

All’interruzione della continuità operativa si aggiungono almeno altre due categorie specifiche di rischio da analizzare e gestire: il rischio connesso al prodotto e quello relativo all’integrità ambientale. In modo particolare, la mancanza di sicurezza, il rischio sul prodotto e il rischio ambientale mettono in gioco l’immagine stessa e la credibilità dell’azienda.

Nell’indagine Cineas-Mediobanca, fatto 100 l’indice di rischio collegato alla sicurezza sul lavoro – il più avvertito – il rischio reputazionale si colloca al quinto posto con un valore di 79, prima dello stesso rischio ambientale (76) e addirittura prima dell’incendio ed esplosione (72) e dietro alla difettosità del prodotto (95), al cyber risk (85) e alla normativa fiscale (83), percepita paradossalmente come vero e proprio rischio imprenditoriale.

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