Opinione della Settimana

Assicurazioni strutture sanitarie, rischi da misurare

Medici - Sanità - Stetoscopio Imc

(di Giorgio Costa – Il Sole 24 Ore)

La legge 24/2017 impone la copertura per ospedali, centri pubblici e privati e per il personale. Araldi (Marsh): vanno attentamente valutate le conseguenze dell’autoassicurazione. Uno degli obiettivi è quello di contenere i costi della «medicina difensiva» che «pesa» ogni anno per 165 euro a testa

Dal 1° aprile è diventata (quasi) obbligatoria la polizza assicurativa per strutture e personale sanitario. Si tratta di una delle tante novità introdotte dalla legge 24/2017 che se da una parte ha l’obiettivo di rendere più “tranquillo” il rapporto tra medici e pazienti, dall’altra mette in campo una serie di elementi finalizzati al maggior controllo del rischio e a una maggiore trasparenza in fatto di qualità dei servizi sanitari offerti. Una galassia che vede impegnati (dati 2013) 1.163 ospedali per 214mila posti letto nel contesto però di oltre 26mila strutture assistenziali che davano lavoro a oltre 537mila soggetti (tra medici e altro personale).

Tra gli obiettivi dell’assicurazione non solo quello di una maggiore qualità delle prestazioni ma anche la riduzione del ricorso alla cosiddetta “medicina difensiva”, vale a dire a tutte quelle prestazioni sanitarie che hanno, prima ancora che curare, lo scopo di attenuare il rischio che il paziente faccia causa ai medici e, soprattutto, alle strutture. Si tratta, infatti, di uno scenario che ha un impatto economico stimato nel 10% del totale della spesa sanitaria (siamo intorno ai 10 miliardi di euro), con un costo pro capite di 165 euro su un totale di spesa sanitaria pro capite di 1.847 euro.

I dati sono il frutto di una ricerca Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) svolta su quattro regioni (Lombardia, Marche, Sicilia, Umbria) dalla quale è emerso che il 58% dei medici intervistati dichiara di praticare la medicina difensiva e per il 93% il fenomeno è destinato ad aumentare. Le prestazioni più frequenti per cui la si pratica sono gli esami di laboratorio e strumentali (33%), le visite specialistiche (16%) e il non fornire cure potenzialmente efficaci ma ad alto rischio complicazioni (6%). Secondo i medici coinvolti nella ricerca le cause principali sono: per il 31% la legislazione sfavorevole per il medico, per il 28% il rischio di essere citati in giudizio e per il 14% lo sbilanciamento del rapporto medico-paziente con eccessive richieste, pressioni e aspettative da parte del paziente e dei familiari. Secondo gli intervistati le azioni potenzialmente efficaci per ridurre la medicina difensiva sono per il 49% quello di attenersi alle evidenze scientifiche e per il 47% quello di riformare le norme che disciplinano la responsabilità professionale. Ora il sistema normativo è cambiato e resta da vedere se la riforma basterà a ridurre il ricorso alla medicina difensiva.

È una recente ricerca di Marsh a evidenziare che nel periodo 2004-2014 (nelle strutture prese in esame) l’andamento medio per struttura delle richieste di risarcimenti danni, pur restando elevata, dopo un’impennata intorno al 2010, abbia iniziato a flettere e la gran parte delle controversie (il 72,3%) sia stata affrontata a livello stragiudiziale contro il totale del procedimento giudiziale (civile e penale) fermo al 20,5 per cento. Il procedimento stragiudiziale resta quello nettamente più veloce con il 75% delle controversie decise entro i due anni dalla denuncia. Tra le unità operative più “incriminate” vi è l’ortopedia (13,1%) seguita da chirurgia generale (12%), pronto soccorso (11,5%) e ostetricia-ginecologia (8,4%). Un dato che spiega la ragione per cui se una polizza media per un medico di base si colloca tra i 400 e i 1.000 euro, quella di ginecologi, ortopedici e medici è assai difficile da reperire sotto i 10mila euro l’anno che sono niente rispetto ai 100mila dollari sotto i quali non si scende negli Usa (che tuttavia hanno un sistema sanitario totalmente diverso dal nostro).

Ora la legge 24 indica alle strutture sanitarie la via dell’assicurazione o dell’autoassicurazione. La prima via è chiara: si paga la polizza e ci si tutela (ovviamente con franchigia) dal rischio. La seconda è molto più incerta dal punto di vista dei flussi finanziari: si spera che quel che capita in azienda costi meno della polizza. Alcune regioni hanno scelto quest’ultima strada, altre la prima. Con il rischio che un cittadino, senza di fatto saperlo (e senza neppure poter scegliere, perché il bisogno del medico capita dove capita), possa avere risarcimenti molto diversi. «La legge – spiega il general manager di Marsh Marco Araldi lascia aperte le due possibilità. Noi crediamo che sia opportuno effettuare la scelta dopo aver attentamente analizzato il profilo di rischio della struttura sanitaria e valutato diversi elementi, come ad esempio l’aleatorietà delle quantificazioni del danno e dei tempi di giudizio. Un aspetto determinante nella scelta saranno in ogni caso i criteri per la costituzione del fondo aziendale che verranno stabiliti dai decreti attuativi della legge Gelli. Quel che ci sembra evidente è che si apre una grande opportunità sia per il mercato assicurativo sia per coloro i quali hanno le professionalità adeguate per valutare i profili di rischio».

Di certo c’è che i dati più recenti di Ania, fermi al 2014, indicano un rapporto sinistri premi nel campo della responsabilità civile per strutture sanitarie e medici era pari al 165,3 per cento; che significa che a fronte di 100 euro di premio le compagnie hanno sborsato 165,3 euro di indennizzi. Dunque, una pesante perdita che più o meno è ugualmente ripartita tra medici e strutture. «Ora il mercato si allarga e si affacceranno molte compagnie – spiega Giovanni Cannavò, presidente della società scientifica Melchiorre Gioia che si occupa di medicina legale – e cambia l’interesse delle assicurazioni anche alla luce di un sistema normativo che garantirà maggiormente i medici. Quindi il mercato si ridisegna completamente e non è detto che i premi per le polizze aumenteranno, specie se si andrà verso assicurazioni collettive».

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