Opinione della Settimana

Riscaldamento globale in tribunale, è boom per le “cause climatiche”

Cambiamento climatico (3) Imc

(di Marco Magrini – La Stampa Tuttogreen)

L’allarme delle compagnie assicurative: “Polizze alle stelle in un pianeta troppo caldo”

C’era una volta il tabacco. Negli anni ’20 dicevano facesse bene alla digestione, ma mezzo secolo più tardi è stato trascinato in tribunale da un’alluvione di cause legali collettive che hanno portato, fra sentenze e accordi extragiudiziali, a più di 300 miliardi di dollari in risarcimenti. C’era una volta l’amianto. Già usato per decenni come isolante termico e ignifugo, quando si è scoperto che può innescare un tumore incurabile è diventato oggetto della seconda più grande ondata di cause giudiziarie della storia: ben oltre i 200 miliardi di dollari di risarcimenti. Adesso tocca ai cambiamenti climatici.

Secondo un sondaggio realizzato dal Sabin Center for Climate Change Law della Columbia University, in tutto il mondo ci sono attualmente 884 cause legali aperte su questioni climatiche. «Più di 170 Paesi del mondo riconoscono il diritto dei cittadini a un ambiente pulito – dice Michael Burger, direttore esecutivo del Sabin Center – e la giurisprudenza sta cercando di tenere il passo» nell’era del riscaldamento planetario. I cittadini stanno querelando imprese e governi perché le leggi vigenti non sono abbastanza punitive nei confronti delle emissioni-serra; perché non vengono sviluppate a sufficienza le alternative energetiche rinnovabili, o magari solo per cercare di fermare nuove miniere o nuovi impianti a carbone. Si tratta di un fenomeno mondiale, perché le cause legali sono state presentate nei tribunali di tutti e cinque i Continenti. Manco a dirlo però, la stragrande maggioranza (il 68%) giace nelle corti del Paese più litigioso al mondo, gli Stati Uniti.

Per gli avvocati americani che si occupano di ambiente (alcuni dei quali fortunati reduci della Guerra del tabacco) il momento non potrebbe essere più propizio. Una sventagliata di ordini esecutivi firmati da Donald Trump ha cancellato gli analoghi provvedimenti con i quali Barack Obama aveva modernizzato la regolamentazione ambientale americana. La posizione del Governo federale è oggi agli antipodi di quella degli Stati che intendono proteggere l’atmosfera dalle emissioni-serra, come la California, lo Stato di Washington o il Massachusetts (che non hanno votato per Trump). Prevedere che da qui alla fine del mandato presidenziale si arrivi a qualche contesa giudiziaria è sin troppo facile.

In compenso, potremmo anche assistere a nazioni che querelano altre nazioni. Già otto anni fa la Micronesia – 607 isole che rischiano di annegare sotto le acque del Pacifico – aveva presentato alla Repubblica Ceca una richiesta ufficiale di non procedere al raddoppio del grande impianto a carbone di Prunerov. Fatalmente l’idea è corretta, perché l’anidride carbonica emessa in Mitteleuropa produce un ulteriore riscaldamento che scioglie i ghiacci dell’Artico e fa salire i livelli del mare nel Pacifico. La mossa non ha sortito gli effetti sperati (l’impianto è stato raddoppiato) ma il baccano provocato ha quantomeno portato a qualche miglioria nel suo impatto ambientale.

Nel futuro però, se i già evidenti effetti del disequilibrio climatico dovessero peggiorare, le cause collettive e transnazionali potrebbero più facilmente prendere di mira le imprese che hanno storicamente contribuito ad aggiungere anidride carbonica nell’atmosfera. Secondo i calcoli del climatologo americano Richard Heede cinque società energetiche (BP, Chevron, Conoco-Phillips, ExxonMobil e Shell) hanno contribuito al 12,5% delle emissioni di CO2 prodotte dalla civiltà umana dal 1854 a oggi. Cause legali contro di loro già non mancano: ExxonMobil per esempio è stata querelata da un studio legale di Boston su incarico di un villaggio inuit dell’Alaska. Ma il fenomeno sembra destinato a moltiplicarsi.

Sono almeno vent’anni che i grandi gruppi della riassicurazione come Munich Re e Swiss Re (che assicurano gli assicuratori) levano un grido d’allarme sulle conseguenze economiche del riscaldamento globale. Secondo Munich Re, la media annuale delle perdite subite dagli assicuratori per colpa di eventi climatici estremi, è passata da 10 miliardi degli anni ’80 ai 50 nel corrente decennio. E siccome c’è un legame matematico fra il rischio e il premio assicurativo da pagare, l’aumento della temperatura media verso la soglia dei due gradi potrebbe produrre un terremoto assicurativo. «Dobbiamo cambiare strada rapidamente – ha detto Henri De Castries, ex-numero uno del colosso francese Axaperché un mondo più caldo di 2 gradi potrebbe non essere più assicurabile. Certamente un mondo più caldo di 4 gradi non lo sarà». Più sale la probabilità di uragani o inondazioni, più i premi per assicurare una proprietà immobiliare a rischio, ad esempio di fronte all’oceano, diventeranno insostenibili.

In uno scenario del genere, come i malati di cancro che hanno fatto causa ai produttori di sigarette e di amianto, gruppi o associazioni di cittadini potrebbero un giorno rivoltarsi massicciamente contro i produttori di petrolio o carbone, coinvolgendo più o meno direttamente anche le compagnie che li assicurano. Secondo le stime del Natural Resources Defense Council, una Ong di New York, i danni causati dal clima potrebbero salire, soltanto negli Usa, da 270 miliardi nel 2025 a oltre 1.800 nel 2100.

E qui sta il vero problema. A detta degli scienziati, gli effetti più devastanti della nostra attuale dipendenza da fossili si manifesteranno a fine secolo. A meno che il mondo non cambi improvvisamente strada – e per ora non ci sono avvisaglie – i nostri discendenti si ritroveranno in un pianeta reso meno vivibile dai comportamenti dei loro padri, nonni e bisnonni. A chi faranno causa?

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