Opinione della Settimana

Covip, da fondi pensione e Casse pochi investimenti nelle imprese italiane

Investimenti alternativi Imc

(di Davide Colombo e Marco lo Conte – Il Sole 24 Ore)

Fondi pensione e casse professionali continuano a essere la Cenerentola tra gli investitori istituzionali impegnati a finanziare le imprese nazionali. Nel 2016 la quota destinata a questo obiettivo s’è fermata a 7,2 miliardi di euro, pari al 3,7% del totale delle attività (115,7 miliardi). Di questa modestissima cifra poco meno della metà, 3,4 miliardi, sono andati in obbligazioni societarie e il resto (3,8 miliardi) in equity. Sull’Italia l’investimento complessivo è stato di 71 miliardi (37% degli attivi destinati a prestazione) ma oltre la metà sono andati in titoli del debito pubblico, per un valore di 40,2 miliardi, mentre poco meno di un terzo è investito in immobili. Le cifre arrivano dalla Relazione annuale della Covip, la Commissione di vigilanza dei fondi pensione e della casse previdenziali privatizzate, presentata questa mattina a Montecitorio dal presidente, Mario Padula.

La “dittatura” dei benchmark

Dietro la bassa esposizione al “rischio Italia” c’è sempre lo stesso fattore: le gestioni finanziarie sono tipicamente orientate alla replica di benchmark di mercato diversificati su scala internazionale, dove il peso del made in Italy è quasi inesistente vista la bassa capitalizzazione del mercato azionario italiano e del limitato numero di imprese quotate. Si può fare di più? La risposta del presidente Padula è positiva ma fa pensare a dinamiche di medio-lungo termine: da un lato va potenziata l’offerta di strumenti finanziari appropriati, dall’altro fondi e casse devono migliorare devono rendere più efficiente la loro governance e innovative le loro scelte di investimento. Fattore che insieme all’obbligo di comunicare ogni mese il valore quota delle singole linee di investimento, spinge i gestori finanziari che ottengono mandato dai fondi pensione a evitare posizioni di lungo termine, che sarebbero coerenti con il profilo di rischio dei fondi: la duration degli stessi titoli di Stato resta stabile tra i 4 e i 5 anni.

La leva fiscale e l’arrivo dei Piani di risparmio (Pir)

Secondo Padula possono poi contribuire a intensificare l’impegno nell’economia reale le disposizioni introdotte con la Legge di bilancio per il 2017. Da una parte le norme per favorire investimenti nel capitale delle imprese da parte dei fondi pensione e delle casse professionali «attraverso lo strumento della fiscalità e la semplificazione dei meccanismi amministrativi preordinati al conseguimento dei relativi benefici». A queste disposizioni si affiancano le iniziative più recenti «volte ad estendere a fondi pensione e casse professionali la possibilità di investire nei Piani Individuali di Risparmio (Pir)».

Chiusi 17 fondi in un anno, proposta la chiusura di FondInps

Alla fine dell’anno scorso il numero dei fondi attivi s’è ridotto di 17 unità. Le forme pensionistiche complementari sono 452: 36 fondi negoziali, 43 aperti, 78 piani individuali pensionistici (Pip), 294 preesistenti e FondInps, il fondo residuale costituito nel 2005 per raccogliere il Tfr dei lavoratori che non hanno aderito a un fondo complementare e il cui contratto non ne prevede uno di tipo negoziale (erano 37mila a fine anno e meno di 6mila hanno effettuato un versamento, anche per questa ragione Covip ne propone la soppressione per legge). I fondi pensione con più di 100.000 iscritti sono 15, oltre la metà ha meno di mille iscritti e di questi il 90% è costituito da fondi pensione preesistenti. Un panorama, ha sottolineato anche quest’anno Padula, che conferma come «permangono spazi per una ulteriore concentrazione del settore che consentirebbe assetti organizzativi più efficienti».

Più iscritti ma due milioni di loro non versa contributi

L’anno scorso le adesioni ai fondi sono cresciute del 7,6%, a quota 7.8 milioni (5,8 milioni di lavoratori dipendenti e 2 milioni di autonomi), ma 620mila di questi lavoratori è iscritto a più di una forma complementare, con il risultato che il totale complessivo scende a 7,2 milioni, ovvero il 27,8% delle forze lavoro. Nell’anno è salito ancora il numero degli iscritti che non hanno effettuato versamenti: sono circa 2 milioni, quasi tutti autonomi e aderenti a un Pip. ovvero una forma pensionistica individuale realizzata attivata con un contratto assicurativo sulla vita.

Più patrimoni e rendimenti

Il patrimonio delle forme pensionistiche complementari ha superato i 151 miliardi di euro (9% del Pil), in aumento del 7,8% rispetto al 2015. E’ solo il 3,6% delle attività finanziarie delle famiglie italiane. I contributi raccolti nell’anno sono stati pari a 14,2 miliardi, di cui il 75% è finito nelle forme previdenziali di nuova istituzione. Il flusso dei contributi destinato ai fondi pensione aperti e ai Pip è cresciuto dell’11%. Minore è invece l’incremento nei fondi negoziali, pari al 3,4%. Il flusso di Tfr versato ai fondi pensione, pari a 5,7 miliardi di euro, costituisce il 40% circa dei flussi contributivi destinati alla previdenza complementare. I rendimenti medi, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, si sono attestati al 2,7% nei fondi negoziali e al 2,2% nei fondi aperti; per i Pip “nuovi” di ramo III, il rendimento medio è stato del 3,6%; le gestioni separate di ramo I hanno reso il 2,1%. Nello stesso periodo il Tfr si è rivalutato, al netto delle tasse, dell’1,5%.

Il welfare integrato

Come aveva fatto l’anno scorso il presidente della Covip è tornato ad affrontare i temi di prospettiva del welfare nazionale, alle prese con i nodi della transizione demografica e i vincoli di finanza pubblica. Crescono i bisogni di protezione sociale – ha spiegato Mario Padula – e il ruolo del sistema dei controlli assume dunque una connotazione del tutto speciale, proprio per la grande rilevanza degli interessi coinvolti, ed è incentrato sul tema dell’adeguatezza delle prestazioni pensionistiche rispetto ai bisogni previdenziali.

La “vigilanza sociale” della Covip

In questa prospettiva – è stato sottolineato – l’azione di vigilanza della Covip assume una connotazione di “vigilanza sociale”, che va oltre le caratteristiche tipiche di una Autorità di vigilanza sul risparmio finanziario. Dovrebbero entrare nel suo perimetro di attività anche le diverse componenti della domanda di protezione sociale, i bisogni di cura e assistenza, anche a lungo termine, che assumono particolare rilievo nelle società che invecchiano.

In questa ottica – sono le conclusioni – la Covip ha nuovamente richiamato l’attenzione sulla necessità di «riordinare ed efficientare l’assistenza sanitaria integrativa, che rappresenta un settore che già conta oltre 500 operatori. Potrebbe essere opportunamente valutata l’attribuzione della vigilanza a un’unica Autorità, mantenendo presso i Ministeri competenti (Lavoro e Salute) l’alta vigilanza sui rispettivi settori».

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