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Gli italiani e il risparmio, il lento ritorno alla normalità

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La nuova edizione dell’indagine realizzata da Acri (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio) in collaborazione con Ipsos, in occasione della 93ª Giornata Mondiale del Risparmio, mostra come la crisi non sia ancora finita, ma anche un miglioramento del clima di fiducia, anche se vi è una forte polarizzazione tra il Nord e il Sud del Paese, così come tra chi sta male e chi sta bene. Si registra un “lento ritorno alla normalità”, dove timori e preoccupazioni, pur ancora presenti, stanno lasciando spazio a un atteggiamento più tranquillo e fiducioso sul futuro. La crisi per la prima volta sembra allontanarsi e determina una maggiore propensione a consumare, anche a scapito dell’ansia per il risparmio, che oggi per gli italiani va perseguito senza troppe rinunce. Ripartono quindi i consumi: l’italiano si mostra molto più aperto che in passato, anche se si conferma attento e volto a ponderare bene le proprie scelte

Sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, sarà celebrata domani, martedì 31 ottobre, la 93ª Giornata Mondiale del Risparmio, da sempre organizzata da Acri, l’Associazione che rappresenta le Fondazioni di origine bancaria e le Casse di Risparmio. Ai lavori interverranno il presidente di Acri Giuseppe Guzzetti, il presidente di Abi Antonio Patuelli, il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, il Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan.

Come ogni anno, alla vigilia della manifestazione Acri presenta i risultati dell’indagine sugli Italiani e il Risparmio, che da diciassette anni realizza insieme a Ipsos per questa occasione. I risultati sono suddivisi in due macroaree: la prima, comune a tutte le rilevazioni (dal 2001 al 2016), che consente di delineare quali siano oggi l’atteggiamento e la propensione degli Italiani verso il risparmio, evidenziando i cambiamenti rispetto al passato; la seconda focalizzata sul tema specifico della Giornata, che quest’anno è Risparmio: quali prospettive.

Secondo quanto emerge dall’indagine, il 2017 mostra un “lento ritorno alla normalità”: paura e preoccupazioni, pur ancora presenti, stanno lasciando spazio a un atteggiamento più tranquillo e fiducioso nel futuro. Permangono tuttavia forti differenze, soprattutto territoriali: mentre nel Nord Ovest si registrano i principali segni di ritornata fiducia, nel Sud questi segni sono molto poco presenti, quando non del tutto assenti. Il numero dei fiduciosi sul miglioramento della propria situazione personale è complessivamente nettamente superiore a quello degli sfiduciati (12% gli sfiduciati, 22% i fiduciosi, saldo +10 a favore di questi ultimi come lo scorso anno), anche se il 64% degli intervistati non si attende cambiamenti della propria situazione economica. Il maggior recupero di fiducia si registra tra gli individui fra i 31 e i 44 anni, con un saldo positivo superiore alla media della popolazione (+19) e un aumento di nove punti percentuali rispetto al 2016 (era +10).

La situazione economica delle famiglie mostra un trend positivo, dopo l’interruzione dello scorso anno: quelle colpite direttamente dalla crisi sono meno di una su cinque (19% contro il 28% del 2016). Questa situazione determina un netto miglioramento in termini di soddisfazione rispetto alla propria situazione economica, che torna ai massimi del periodo post-Euro. Oggi i soddisfatti superano gli insoddisfatti (sono il 56% contro il 44% di insoddisfatti), con un incremento di cinque punti percentuali rispetto al 2016. Da un’attenta analisi emerge, però, un’Italia divisa: il miglioramento è concentrato nel Nord, soprattutto nel Nord-Ovest (oggi c’è il 69% di soddisfatti, 16 punti in più del 2016, mentre nel Nord-Est i soddisfatti sono il 64%, sei punti in più del 2016). Il Centro e il Sud invece arretrano lievemente (tre punti percentuali in meno), dove i soddisfatti sono il 52% al Centro e il 43% al Sud. Inoltre si allarga la forbice tra chi se la cava e chi rimane in seria difficoltà. Rimangono, infatti, costanti coloro che si trovano in una situazione di grande insoddisfazione: negli ultimi tre anni sono stabilmente al 15%.

Il 6% degli italiani dichiara che nel 2017 la propria situazione economica è migliorata, il 35% che ha mantenuto con facilità il proprio tenore di vita (nel 2016 erano il 32%), mentre sono il 42% (44% nel 2016) coloro che dichiarano di avere sperimentato qualche difficoltà nel mantenerlo. Prosegue, seppur lievemente, il calo della quota di famiglie che segnalano difficoltà serie a mantenere il proprio tenore di vita: sono il 17% (il 18% nel 2016 e nel 2015, il 23% nel 2014).

La percezione della crisi, per la prima volta, sembra attenuarsi, cosa che si riverbera su una maggiore propensione al consumo, anche a scapito del risparmio. E se l’uscita definitiva da essa (tuttora percepita come grave dall’83% degli italiani) appare ancora lontana, lo è meno dello scorso anno: ci si attende che duri ancora quattro anni e mezzo contro i cinque del 2016.

Nel complesso, spiegano i curatori della ricerca, considerando l’andamento dei vari indicatori rilevati (personale, territorio, Italia, Ue e mondo) si assiste dunque a una ripresa di ottimismo (+2% rispetto al -6% dello scorso anno), trainata, oltre che dalla percezione legata al futuro personale, anche da una rinata fiducia nel futuro del proprio territorio (saldo +3), specie nel Nord, e da aspettative nettamente migliori circa l’economia europea (saldo +5 contro il -10 del 2016). Se si riduce la negatività circa il futuro dell’Italia (con un saldo tra fiduciosi e sfiduciati che va dal -12 del 2016 al -4 del 2017), è la situazione internazionale a destare minore entusiasmo e una crescente preoccupazione (+1 di saldo positivo, era +3 nel 2016).

In uno dei momenti più difficili per l’Ue, gli italiani divengono meno negativi rispetto all’Unione. Pur criticando l’eccesso di regole (il giudizio è negativo per il 56%), ne valutano la positività più che nel recente passato. Quelli che hanno fiducia nell’Unione Europea (il 51%) tornano a essere maggioritari, seppure di poco. Però, coloro che non hanno per niente fiducia (il 24%) sono molti di più di coloro che hanno grande fiducia (il 17%).

D’altra parte, però, senza l’Unione Europea l’Italia sarebbe più arretrata (62% contro il 30% che pensa il contrario, l’8% non si esprime) e meno importante sulla scena internazionale (60% contro il 31% che pensa il contrario, il 9% non si esprime), avrebbe un minore livello di sicurezza (54% contro il 37% che pensa il contrario, il 9% non si esprime) e meno giustizia sociale (51% contro il 34% che pensa il contrario, il 15% non si esprime); per i più sarebbe anche più povera (48%), ma sono molti coloro che la pensano diversamente: il 41% ritiene che sarebbe più ricca, l’11% non si esprime. Inoltre cresce (dal 25% al 26% nell’ultimo anno) l’importanza percepita dell’Europa nei prossimi 20 anni; e il numero di coloro che ritengono l’Euro uno svantaggio fra 20 anni diminuisce significativamente: sono il 33% (erano il 36% nel 2015, il 42% nel 2016) anche se oggi circa 2 italiani su 3 ne sono insoddisfatti.

Il numero di italiani propensi al risparmio rimane estremamente elevato: sono l’86% (nel 2016 erano l’88%), di questi sono il 37% quelli che non vivono tranquilli senza mettere da parte qualcosa, il 49% coloro che ritengono sia bene fare dei risparmi senza troppe rinunce. Torna ai livelli pre crisi la quota di coloro che preferiscono godersi la vita senza pensare a risparmiare: sono il 12% (un punto percentuale in più sul 2016). Dopo quattro anni consecutivi di crescita, diminuisce di tre punti percentuali la quota di italiani che affermano di aver risparmiato negli ultimi dodici mesi: passano dal 40% del 2016 al 37% attuale e aumentano coloro che consumano tutto il reddito (41%, erano il 34% nel 2016). Al contempo diminuiscono le famiglie in saldo negativo di risparmio: dal 25% del 2016 al 21% attuale, perché decresce il numero di coloro che intaccano il risparmio accumulato (dal 19% dello scorso anno al 16% attuale) e diminuisce lievemente anche chi ricorre a prestiti (sono il 5%, contro il 6% del 2016).

Tra coloro che hanno risparmiato di più nel 2017 ci sono i giovani (il 41%) mentre le persone fra 31 e 44 anni hanno risparmiato meno (6 punti meno della media della popolazione). Combinando l’andamento del risparmio delle famiglie italiane nell’ultimo anno (2017) e le previsioni per quello futuro (2018), si nota che aumenta il numero di coloro che riescono a “galleggiare” o a migliorare lievemente e si riducono un poco le situazioni problematiche.

Per il 65% degli italiani il risparmio significa attenzione alle spese superflue e agli sprechi: è un atteggiamento di vita, un’attenzione che parte dalle piccole cose e arriva alle più grandi, piuttosto che una costante rinuncia. Si risparmia per il futuro, per tutelarsi personalmente (37%) o – per chi ha figli – per poter pensare al loro futuro (25%). La preoccupazione per il futuro è confermata dal fatto che il 71% dei lavoratori è preoccupato per il proprio domani dopo la pensione. Tra gli altri motivi per cui si risparmia, il 14% – specie i più giovani – lo fa perché ha in mente un progetto personale, l’8% per un atteggiamento etico, il 7% perché si sente portato come indole, il 4% perché ha in mente un progetto imprenditoriale e vuole avere una propria attività, mentre il 3% perché vi è costretto per ridurre i debiti cumulati. Detto questo, la sensazione degli italiani è che si faccia un po’ meno di ciò che si dovrebbe: si pensa che le generazioni passate abbiano risparmiato assai più di quella presente (84%). Solo l’8% ritiene che l’attenzione al risparmio sia più forte ora e l’8% pensa che sarà più forte nelle generazioni future.

L’80% degli italiani ritiene che il risparmio sia utile per lo sviluppo sociale e civile del Paese: il 28% pensa sia fondamentale (in aumento di 6 punti percentuali rispetto al 2016), il 52% lo ritiene importante. Il dato complessivo è in crescita di tre punti percentuali rispetto al 2016.

C’è inoltre una quota non trascurabile di individui (il 38%) che sarebbe disposta a usare almeno una parte dei propri risparmi per investire in iniziative sociali, umanitarie, culturali, ambientali, scientifiche o per sviluppare piccole attività economiche (il 23% sarebbe attratto ma non si fiderebbe, il 35% non sarebbe per niente attratto, il 4% non sa cosa pensare). In particolare si vorrebbe sostenere la ricerca scientifica (39%), iniziative sociali e umanitarie (35%), lo sviluppo di imprese del territorio (24%), il recupero ambientale del territorio (20%). Ma chi non si fiderebbe mostra una chiusura abbastanza forte: il 56% afferma che nessun soggetto lo rassicurerebbe a tal punto da dare una parte dei propri risparmi per iniziative sociali, umanitarie, culturali, scientifiche o per sviluppare piccole attività economiche; per gli altri la diffidenza potrebbe essere attenuata dallo Stato (24%), da una banca o da un’assicurazione (12%), da una grande organizzazione pubblica internazionale (10%) e da altri soggetti (5%).

Gli italiani sono abbastanza soddisfatti di come gestiscono i propri risparmi (54%), ma pochi si ritengono in grado di individuare l’investimento adatto alle proprie esigenze (il 36%). Questo è dovuto alla ridotta cultura finanziaria e alla bassa fiducia in leggi e regolamenti che tutelano il risparmio: il 66% ritiene che gli strumenti di tutela siano inefficaci, dato preoccupante, anche se in miglioramento rispetto al 74% del 2016.

Molti italiani hanno comunque compreso che devono informarsi sempre di più per essere attori delle proprie decisioni finanziarie. La preferenza per la liquidità è sempre elevata e riguarda più di 2 italiani su 3; chi investe lo fa solo con una parte minoritaria dei propri risparmi. Sembra che l’investimento ideale non esista più. Gli italiani si dividono in 3 gruppi quasi omogenei: il 33% ritiene che proprio non ci sia (maggioranza relativa, un punto in più rispetto al 2016 e +6 punti percentuali rispetto al 2015), il 31% lo indica negli immobili (+1 punto sul 2016), il 29% indica gli investimenti finanziari reputati più sicuri. Ultimi, con il 7%, sono coloro che indicano come ideali gli strumenti finanziari più rischiosi (un punto percentuale in meno sul 2016).

Il risparmiatore italiano rimane attento alla (bassa) rischiosità del tipo di investimento, ma in misura minore rispetto agli anni scorsi (dal 44% del 2016 al 39% oggi); cresce invece la rilevanza della solidità del proponente (dal 24% al 30%). Stabile è l’attenzione ad attività che aiutino lo sviluppo dell’Italia (17% contro il 18% nel 2016).

Riguardo ai consumi, si nota un miglioramento del clima per il terzo anno di fila. L’italiano, confermano i curatori dell’indagine, si conferma attento e volto a ponderare bene le proprie scelte, ma molto più aperto che in passato. Il miglior andamento della situazione personale, le minori preoccupazioni per il futuro immediato, l’affievolirsi dell’ansia di risparmiare a vantaggio di un risparmio senza troppe rinunce testimoniano un Paese che cerca di tornare alla normalità e sembra pronto a sperimentare livelli di consumo più elevati di quelli degli ultimi anni, specie nel Nord Italia. Il consumo compresso nei lunghi anni di crisi sembra si stia per decomprimere, ma non bisogna dimenticare che l’uscita dalla crisi sta avvenendo con una forte polarizzazione tra i consumatori.

Si riducono i tagli e alcune spese aumentano in modo rimarchevole. Chi ha un tenore di vita in peggioramento, però, continua a tagliare ogni spesa: rispetto al passato si concede solo qualche lusso sulla telefonia. Coloro che hanno dovuto faticare per mantenere il proprio tenore di vita, pur attenti, iniziano a spendere un po’ di più per auto, elettronica, alimentari, telefonia. Chi ha mantenuto costante la propria qualità di vita senza difficoltà rafforza il consumo in particolare in telefonia, elettronica, auto, casa, e aumentano anche le spese per la cura della persona, mentre c’è ancora cautela sul fuori-casa. Infine, ci sono i consumatori senza problemi, che aumentano tutte le voci di spesa, specie quelle ove minore è la propensione delle altre categorie, ossia viaggi, ristoranti, vestiario.

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