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VIII Rapporto Censis – RBM, sale a 40 miliardi di Euro la spesa sanitaria privata degli italiani

Sanità - Risarcimenti Imc

Secondo l’ultimo rapporto curato dall’istituto di ricerca socio-economica e dalla compagnia specializzata nell’assicurazione sanitaria, presentato questa mattina a Welfare Day 2018, due italiani su tre hanno pagato di tasca propria le cure sanitarie per un esborso medio di 655 Euro per cittadino. Nella top-5 delle cure: sette cittadini su dieci hanno acquistato farmaci (per una spesa complessiva di 17 miliardi), sei su dieci visite specialistiche (per 7,5 miliardi), quattro su dieci prestazioni odontoiatriche (per 8 miliardi), cinque su dieci prestazioni diagnostiche e analisi di laboratorio (per 3,8 miliardi) e uno su dieci protesi e presidi (per quasi 1 miliardo). Sono sette milioni i cittadini che hanno dovuto indebitarsi per pagare le cure e 2,8 milioni quelli che hanno venduto la propria casa o svincolato gli investimenti. Vecchietti (AD di RBM): “La spesa sanitaria privata rappresenta la piú grande forma di disuguaglianza in sanitá. Con l’introduzione di un secondo pilastro sanitario si potrebbe tagliare di 20 miliardi di euro, riducendone l’impatto sui redditi delle famiglie italiane, in particolare per quelli medio-bassi”

Secondo quanto è emerso dai dati dell’VIII Rapporto CENSISRBM Assicurazione Salute sulla sanità pubblica, privata e intermediata*, presentato questa mattina in occasione del Welfare Day 2018 di Roma (promosso dalla compagnia specializzata nell’assicurazione sanitaria e da Previmedical), sale a 40 miliardi di Euro la spesa sanitaria privata, che dal 2013 al 2017 è aumentata del 9,6% in termini reali, molto più dei consumi complessivi (+5,3%). Nell’ultimo anno, sono stati 44 milioni gli italiani che hanno speso soldi di tasca propria per pagare prestazioni sanitarie per intero o in parte con il ticket. Soltanto due anni fa erano 36 milioni, un dato che mostra la rapida crescita del fenomeno (+22%).

Condizioni che, evidenziano i curatori del rapporto, “aumentano la percezione di iniquità e che sono destinate a peggiorare”: secondo le stime della Ragioneria Generale, di qui a sette anni saranno necessari dai 20 ai 30 miliardi di Euro aggiuntivi per finanziare un Sistema Sanitario gravato dalle sfide demografiche e stretto da mutamenti economici e sociali.

“Il che, in altri termini, vuol dire – spiega Marco Vecchietti, amministratore delegato di RBM Assicurazione Salute – che se non si avvierà anche nel nostro Paese un secondo pilastro sanitario attraverso un sistema di polizze e fondi sanitari aperti a tutti, il costo delle cure che i cittadini dovranno pagare di tasca propria finirà per raggiungere (nel 2025) quasi 1.000 Euro a testa”.

I dati dell’VIII Rapporto Censis – RBM mostrano come la sanità privata colpisca maggiormente i redditi medio bassi, i malati (in particolare i cronici), gli anziani (in particolari i non autosufficienti) e sia una costante di tutte le famiglie italiane da Nord a Sud.

Nel 2017 sono state 150 milioni le prestazioni sanitarie pagate di tasca propria dagli italiani (ovvero erogate al di fuori del Servizio Sanitario Nazionale), per una spesa complessiva di 39,7 miliardi di Euro. Il fenomeno ha provocato un esborso medio di circa 655 Euro per cittadino. In particolare, sette su dieci hanno acquistato farmaci (per una spesa complessiva di 17 miliardi); sei su dieci visite specialistiche (per circa 7,5 miliardi); quattro cittadini su dieci prestazioni odontoiatriche (per oltre 8 miliardi); oltre cinque cittadini su dieci prestazioni diagnostiche ed analisi di laboratorio (per poco meno di 3,8 miliardi); oltre 1,5 cittadini su dieci occhiali e lenti (per circa 2 miliardi) e meno di un cittadino su dieci protesi e presidi (per quasi un miliardo).

Nel 2016-2017 la spesa sanitaria privata (che lo scorso anno era di 37,3 miliardi) è aumentata in termini reali del 2,9%, rispetto al +1,5% della spesa totale per consumi delle famiglie italiane. Nel 2013-2017, a fronte del citato aumento del 9,6% per la spesa sanitaria privata, la spesa totale per i consumi è salita del 5,3%. In Italia, la spesa sanitaria privata cresce quindi quasi il doppio rispetto a quella totale per i consumi.

La spesa sanitaria privata, evidenziano ancora i curatori del Rapporto, “è la più grande forma di disuguaglianza in sanità, perché pone il cittadino di fronte alla scelta tra pagare o non curarsi e, naturalmente, non tutti possono permettersi di pagare”. Nel corso del 2017, oltre otto italiani su dieci hanno acquistato prestazioni sanitarie a pagamento intero, in intramoenia o hanno pagato un ticket.

“In questo contesto, diversamente da quanto si vorrebbe far credere, l’assenza di una sanità integrativa strutturata come “Secondo Pilastro Sanitario” – ha sottolineato Vecchietti – non preserva affatto l’universalismo e l’uguaglianza del sistema sanitario del nostro Paese ma anzi mette i cittadini nella condizione di poter accedere alle cure solo in ragione della propria capacità reddituale. La spesa sanitaria di tasca propria, in altre parole, è la più grande forma di disuguaglianza in sanità e può essere contrastata solo “restituendo una dimensione sociale” alla spesa sanitaria privata attraverso un’intermediazione strutturata da parte di compagnie assicurative e fondi sanitari integrativi (forme sanitarie integrative). Poco del meno del 15% (circa 5,7 miliardi di Euro) di queste spese sono stati rimborsate da forme sanitarie integrative lasciando, quindi, le famiglie di fronte alla necessità di dover ricorrere (ove possibile) ai propri redditi o ai propri risparmi”.

“Nell’ultimo anno, per pagare le spese per la salute – ha aggiunto Vecchietti – sette milioni di italiani si sono indebitati e 2,8 milioni hanno dovuto usare il ricavato dalla vendita di una casa o svincolare risparmi. La situazione è tanto più paradossale se si pensa che coloro che già beneficiano già di una forma sanitaria integrativa hanno la garanzia di avere già pagata oltre il 66% delle cure che dovrebbero pagare di tasca propria (il valore di rimborso medio nel 2017 si è attestato, infatti, a 433,15 Euro)”.

Per l’effettiva tutela della salute, “che da sempre è uno dei beni di maggior importanza per tutti i cittadini, è ormai indifferibile l’avvio anche in sanità un “secondo pilastro”, su base istituzionale (ovvero per tutti i cittadini) o almeno su base occupazionale (per tutti coloro che dichiarano un reddito imponibile), come già avvenuto in campo pensionistico”.

“Attraverso la disponibilità per tutti i cittadini di una polizza sanitaria o di un fondo sanitario integrativo, si potrebbe così realizzare un effettivo affidamento in gestione della spesa sanitaria privata di tutti i cittadini ad un sistema “collettivo” a governance pubblica e gestione privata in grado di assicurare una “congiunzione” tra le strutture sanitarie private (erogatori) e dei cosiddetti “terzi paganti professionali” (le forme sanitarie integrative, appunto) con una funzionalizzazione della spesa sanitaria privata alla tutela complessiva della salute dei cittadini – ha suggerito l’AD di RBM –. In termini economici si stima che questa impostazione potrebbe consentire di dimezzare e assicurare un contenimento della spesa sanitaria privata attualmente a carico delle famiglie di circa 20 miliardi di Euro (più del 50%), con una riduzione dei costi medi pro capite attualmente finanziati “di tasca propria” di quasi 340 Euro”.

“Un secondo pilastro strutturato anche in sanità, inoltre, consentirebbe di contenere anche i gap assistenziali sempre più evidenti tra i diversi servizi sanitari regionali, favorendo altresì un contenimento del costo unitario delle singole prestazioni / beni sanitari (si tratta, in media, di un risparmio compreso attualmente tra il 20% ed il 30%) erogate privatamente ampliando l’accessibilità ai percorsi di cura da parte dei cittadini – ha puntualizzato Vecchietti –. Quest’ultimo risultato, in particolare, potrebbe essere conseguito attraverso all’acquisto collettivo delle prestazioni da parte delle forme sanitarie integrative (la c.d. “intermediazione”) e l’ottimizzazione delle agende delle strutture sanitarie, rendendo la spesa sanitaria privata non solo più equa ma anche più sostenibile ed efficiente rispetto ad una spesa sanitaria privata “individuale””.

“Servirebbe – ha proseguito Vecchietti – omogeneizzare il regime fiscale e previdenziale applicabile alle forme sanitarie integrative prescindendo dal modello di gestione del rischio adottato (assicurazione / autoassicurazione) e dalla natura delle fonti istitutive. La stessa struttura dei benefici fiscali attualmente riservati alla sanità integrativa andrebbe rimodulata collegandone la portata all’effettiva capacità di “intermediazione”, in termini di quota percentuale di spesa sanitaria privata rimborsata, garantita agli assicurati da ciascuna forma. Maggiori livelli di “intermediazione” da parte delle forme sanitarie integrative andrebbero favorite anche attraverso l’estensione del Codice degli Appalti alle selezione indette dai fondi sanitari (e, segnatamente, da quelli di origine contrattuale che caratterizzano per una rilevante concentrazione di mercato) in un’ottica di miglior promozione della concorrenza tra le compagnie assicurative affidatarie della gestione dei piani sanitari”.

“L’evoluzione verso un modello multi-pilastro anche in sanità – ha concludo l’AD di RBM – appare sempre più ineludibile anche nel nostro Paese per preservare per noi e per le future generazioni quelle caratteristiche di universalismo, uguaglianza e solidarietà che rappresentano da sempre i punti qualificanti del sistema sanitario italiano. In questa prospettiva auspichiamo che il “nuovo” Governo sappia cogliere l’importanza di questa sfida ed abbia la capacità di valorizzare a beneficio di tutti i cittadini le importanti esperienze maturate in questo settore negli ultimi anni”.

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* Nota metodologica: L’indagine, effettuata dal 23 aprile al 2 maggio 2018 dal Censis in collaborazione con la società Demetra, è stata realizzata attraverso la somministrazione di un questionario strutturato ad un campione rappresentativo di 1.000 adulti (18 anni e oltre) residenti in Italia. Le interviste sono state condotte attraverso la tecnica mista CATI (Computer Assisted Telephone Interviewing) – CAWI (Computer Assisted Web Interviewing) che offre garanzia specifiche per intercettare tutte le tipologie di soggetti da intervistare, cosi da raggiungere la piena rappresentatività del campione. Il disegno campionario ha previsto numerosità proporzionali all’universo di riferimento stratificato secondo le seguenti variabili di tipo strutturale: classe di età (18-34 anni, 35-64 anni e 65 anni e oltre), genere e area geografica di residenza (nord-ovest, nord-est, centro e mezzogiorno). Ulteriore variabile di stratificazione è l’ampiezza demografica del comune di residenza: con comuni piccoli e medi (fino a 10.000 abitanti, da 10.001 a 30.000 abitanti, da 30.001 a 100.000 abitanti) e grandi comuni (101.000 -250.000 abitanti e oltre 250.000 abitanti). La numerosità campionaria di 1.000 casi assicura, ad un livello di confidenza del 95% un errore campionario del +/- 3,1%. La stratificazione effettuata, inoltre, garantisce stime più efficienti rispetto al campionamento casuale semplice di pari numerosità perché l’aumento di efficienza è proporzionale alla varianza delle medie di strato (ovvero, quanto più gli strati sono omogenei al loro interno tanto più la stratificazione è efficace). I dati utilizzati per le elaborazioni strutturali relative alla spesa sanitaria pubblica, alla spesa sanitaria privata, al Pil ed alle spese per consumi sono di fonte Istat. La spesa sanitaria privata rilevata dall’Istat contiene le seguenti voci: prodotti medicinali, articoli sanitari e materiale terapeutico, servizi ambulatoriali e servizi ospedalieri.

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