News

Studio Itinerari Previdenziali: Tutta l’IRPEF destinata al welfare, con quali risorse finanziare lo sviluppo del Paese?

Calcolo - Conteggi Imc

Secondo quanto emerge dall’Approfondimento 2018 sulle “Dichiarazioni dei redditi ai fini Irpef 2016 per importi, tipologia di contribuenti e territori e analisi IRAP”, realizzato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali con il sostegno di CIDA, il totale dei redditi dichiarati ai fini Irpef nel 2016 ammonta a 842,98 miliardi di Euro, dieci in più rispetto agli 832,97 miliardi del 2015. Più della metà di questo importo è però versato dal 12,09% dei contribuenti: il 57,11% dell’imposta sul reddito fa riferimento a questa fascia, mentre il 44,9% dei contribuenti paga il 2,82% (tutti i dati sono da riferirsi al netto del “bonus Renzi”). Su 60,58 milioni di italiani quelli che fanno una dichiarazione dei redditi sono circa 40,87 milioni; quelli che dichiarano almeno un euro sono 30,78 milioni. Nel 2016, per finanziare la spesa complessiva per pensioni, sanità e assistenza, è stato necessario attingere a tutte le imposte dirette. Ciò malgrado, si evidenzia un disavanzo di 38,1 miliardi, da reperire ricorrendo anche a imposte indirette (Iva e accise). Non solo, mentre la spesa per il welfare aumenta, si riduce il finanziamento a mezzo di Irpef ordinaria

Nel 2016 la spesa complessiva per pensioni, sanità e assistenza è stata di oltre 451,9 miliardi di Euro contro i 447,36 miliardi del 2015 (+4,5 miliardi, pari al +1% circa): pari a 181,225 miliardi (176,30 miliardi nel 2015, con una crescita del 2,75%) la quota finanziata da contributi sociali versati dalla produzione, a fronte di una restante quota pari a circa 270,68 miliardi da erogare ricorrendo alla fiscalità generale (e quindi ricorrendo alle tasse pagate). Il risultato? Per finanziare la spesa per la protezione sociale sono occorse anche tutte le imposte dirette – l’Irpef (ordinaria, regionale e comunale), l’intero importo di Ires, Isos e Irap – e ulteriori 40,1 miliardi (34,5 nel 2015). Se di questo importo 32,5 miliardi derivano da contribuzioni Inail e altre prestazioni temporanee, i restanti 7,6 miliardi sono da ricavare attingendo alle imposte indirette, vale a dire Iva e accise.

Sono questi alcuni dei dati riguardanti il (difficile) finanziamento del sistema di welfare state italiano emersi dall’ultima edizione dell’approfondimento sulle dichiarazioni individuali dei redditi IRPEF e quelle aziendali relative all’IRAP, curato nell’ambito delle verifiche di sostenibilità del sistema di protezioni sociale italiano dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali e sostenuto da CIDA, Confederazione Italiana Dirigenti e Alte Professionalità.

«Una situazione indubbiamente difficile – commenta Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali e autore della ricerca insieme a Paolo Novati e che lo diventa ancor di più se si considera che il nostro Paese non vive uno dei suoi momenti migliori neppure sotto i profili di finanza pubblica, occupazione e produttività. Nonostante le varie proposte riguardanti l’aumento delle prestazioni sociali, i dati evidenziano infatti come l’Italia sia già in grande difficoltà nel mantenere il proprio sistema di welfare state. E la domanda diventa allora inevitabile: se la maggior parte delle risorse sono impiegate nel finanziamento di pensioni, sanità e assistenza, con quali mezzi rilanciare lo sviluppo del Paese? Ecco perché paiono stridenti tutte le proposte che vanno verso un aumento delle prestazioni sociali, tanto più che negli ultimi anni la situazione non è affatto migliorata».

Come evidenziato dai dati del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, infatti, la spesa per assistenza finanziata dalla fiscalità generale è passata dai 92,7 miliardi del 2013 a 112 miliardi stimati a fine 2017, con un incremento annuo del 5,3% ancor meno sostenibile per un’economia fragile come quella italiana. Il tutto, evidenziano i curatoiri dell’Approfondimento, senza peraltro dimenticare che, nello stesso periodo, malgrado un risparmio di circa 76 miliardi di interesse sul debito pubblico dovuto al quantitative easing della BCE, il debito è comunque aumentato di 215 miliardi.

Ma chi paga l’Irpef e come si finanzia quindi il “generoso” sistema di welfare italiano? Nel dettaglio, il totale dei redditi 2016 dichiarati ai fini Irpef tramite i modelli 770, Unico e 730 ammonta a 842,98 miliardi di Euro, dieci in più rispetto al 2015 – con un incremento di circa l’1,2% – e 25,7 in più rispetto al 2014. Su questi redditi sono stati complessivamente versati ai fini Irpef 163,38 miliardi (al netto del bonus da 80 euro, di cui beneficiano quasi 11,5 milioni di contribuenti, per uno sconto totale sull’Irpef pari a 9,37 miliardi), rispetto ai 162,75 miliardi dell’anno precedente, dei quali 146,68 – pari all’89,78% del totale – per Irpef ordinaria, 11,948 miliardi per l’addizionale regionale – pari al 7,31% del totale – e 4,75 miliardi – pari al 2,91% del totale – per l’addizionale comunale (stabili rispetto al 2015).

Fatto 100 il totale dei redditi e l’Irpef dichiarata nel 2008, nel 2016 i valori sono pari rispettivamente a 107,72 e 103,77. Se non ci fosse stato il bonus Renzi, le imposte avrebbero raggiunto il valore di 109,72. In pratica, mentre la spesa per il welfare aumenta, si riduce di circa 6,448 miliardi il finanziamento a mezzo di Irpef ordinaria.

Ecco perché, evidenziano ancora da Itinerari Previdenziali, non di minore interesse sono i dati riguardanti i dichiaranti, cui corrispondono in media 1,482 abitanti (che nella maggior parte dei casi indicano la quota di persone a carico). Nel dettaglio, su 60.589.445 cittadini residenti al 31/12/2016, quelli che hanno presentato la dichiarazione dei redditi (contribuenti/dichiaranti) sono stati 40.872.080: il valore è in crescita (+101.803) rispetto all’anno precedente, ma diminuiscono di 97.128 unità i contribuenti/versanti, vale a dire quelli che versano almeno un Euro di Irpef (30.781.688 nel 2016). Sintetizzando, aumentano sì i redditi e i dichiaranti, ma diminuiscono quanti versano almeno un Euro di Irpef e l’ammontare totale dell’Irpef versata.

In particolare, dall’analisi delle due fasce di reddito più basse (rispettivamente, fino a 7.500 Euro e da 7.500 a 15.000 Euro) emerge che i contribuenti che vi rientrano sono 18.357.865 (di cui 6 milioni circa di pensionati), vale a dire il 44,92% del totale che, nel complesso, contribuisce pagando solo il 2,82% di tutta l’Irpef. Il valore risulta oltretutto in diminuzione rispetto al 2015 (la differenza è del 3,13%, sempre al netto del bonus Renzi.

Nel dettaglio, i 9,89 milioni di contribuenti che dichiarano redditi fino a 7.500 Euro, cui corrispondono 14,66 milioni di abitanti, pagano 41 Euro l’anno di Irpef – che diventano 28 se si considera la media pro capite per abitante – e si può quindi considerare completamente a carico degli altri contribuenti; gli 8,47 milioni che dichiarano da 7.500 a 15.000 Euro lordi l’anno (cui corrispondono 12,55 milioni di abitanti), pagano invece un’Irpef media di 496 Euro l’anno, che diventano 335 considerando il pro capite (sempre al netto del bonus).

«Da rilevare che, nel complesso, considerando le detrazioni – spiega Brambilla – questi contribuenti (pari a 27,214 milioni di abitanti), pagano in media circa 169,5 Euro l’anno e, si suppone, pochissimi contributi sociali, con gravi ripercussioni sulla tenuta del sistema previdenziale e sulla futura coesione sociale del Paese. Per dare un’idea, basterà tenere conto che la sola spesa sanitaria nazionale pro-capite è pari a circa 1.857 Euro annui, e per questi primi due scaglioni di reddito la differenza tra l’Irpef versata e il solo costo della sanità ammonta a 49,3 miliardi, che sono di fatto a carico degli altri contribuenti. Volendo allora lanciare una provocazione si potrebbe dire che la flat tax l’abbiamo già, ma ciò è possibile solo perché c’è chi poi di fatto sostiene l’intero sistema: un’enorme redistribuzione dei redditi, che rappresenta un elemento di vulnerabilità per il nostro welfare finora forse troppo sottovalutato».

Venendo dunque all’analisi delle dichiarazioni ai fini Irpef a partire dagli scaglioni di reddito più elevati, da Itinerari Previdenziali si evidenzia come sopra i 300.000 Euro si collochino circa 35.677 contribuenti: uno 0,087% che contribuisce al 5,52% dell’Irpef complessiva (5,19% nel 2015); tra i 200.000 e i 300.000 Euro si trova invece lo 0,126% dei contribuenti, che versa il 2,89% dell’Irpef. Con redditi lordi sopra i 100mila Euro, lo studio evidenzia infine l’1,1% dei contribuenti (451.257), che tuttavia coprono da soli il 18,68% (18,17% nel 2015) dell’Irpef. Sommando infine a questi scaglioni anche i titolari di redditi lordi superiori a 55.000 Euro, si ottiene che il 4,36% dei contribuenti paga il 36,53% di tutta l’Irpef. Non solo, si può inoltre rilevare che, mentre per tutte queste classi di reddito il carico fiscale riferito al 2016 è aumentato, quello a carico delle prime due fasce è diminuito rispetto agli anni precedenti.

«Il vero paradosso del sistema – commenta Brambilla – va proprio rilevato tra questi due estremi delle classi di reddito dichiarato: il 44,92% dei cittadini paga solo il 2,82% mentre il 12,09% ne paga ben il 57,11% (56,66% nel 2015). Una fotografia da Paese rassegnato, e non certo del rango G7, che sta mettendo in particolar modo alla prova la cosiddetta classe media, spesso costretta a pagare più tasse per sopperire alla massa che non le paga».

D’altra parte, le dichiarazioni dei redditi ai fini Irpef presentate lo scorso anno sottolineano il perdurare di una situazione di criticità nell’impianto fiscale italiano, imputabili secondo Itinerari Previdenziali ad almeno due ragioni: la prima è da individuare nel sistema che, lungi dal far emergere i redditi, sembra piuttosto incentivare a dichiarare il meno possibile, così da poter usufruire delle agevolazioni fiscali e dei benefici collegati al reddito, che Stato, Regioni ed Enti locali erogano di fatto sulla base di quanto si dichiara, spesso tramite un Isee facilmente aggirabile, e in assenza di una banca dati nazionale dell’assistenza; la seconda, invece, nella somma di alte aliquote fiscali sui redditi con doppia progressività che, abbinate ad alte imposte indirette, in primis l’Iva, incentivano a pagare in modo irregolare.

«Se si vuole mantenere un welfare che possa garantire anche in futuro la coesione sociale e la copertura dei più deboli – chiosa Brambilla – è fondamentale allora affiancare a un serrato controllo della spesa assistenziale anche un accorto monitoraggio delle entrate fiscali e segnatamente dell’Irpef. E, ancor di più, investire le poche risorse disponibili in ricerca, sviluppo e sostegno all’occupazione».

Intermedia Channel

Articoli correlati
EsteroIn EvidenzaNews

GB: pagati risarcimenti per £1,5 miliardi per interruzione dell’attività in seguito a covid-19

La stima viene dalla Fca che ha analizzato gli effetti della sentenza emessa nel 2021 dalla Corte…
Leggi di più
EsteroIn EvidenzaNews

Pet insurance: il mercato previsto in forte crescita nei prossimi anni

La dimensione globale crescerà dagli attuali $8,1 a $32 miliardi entro il 2030 ad un tasso di…
Leggi di più
EsteroIn EvidenzaNews

Europa: warning Eiopa su polizze CPI

I risarcimenti sono inferiori al 30% dei premi lordi pagati dai consumatori L’Eiopa ha…
Leggi di più
Newsletter
Iscriviti alla nostra Newsletter
Resta aggiornato sulle ultime novità, sugli eventi e sulle iniziative Intermedia Channel.