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Imparare dall’estero

Riccardo Sabbatini

di Riccardo Sabbatini

L’Italia è da sempre un Paese sottoassicurato rispetto alle altre economie sviluppate con le quali si confronta. Probabilmente non nel settore vita ma nelle coperture danni il dato è incontestabile. Sono state condotte negli anni innumerevoli analisi per scoprire quale sia la causa di una simile arretratezza: il ruolo eccessivo dello stato nella nostra società, financo asfissiante, salvo poi aggrapparsi ad esso quando capitano tragedie come quella vissuta nell’ultimo anno; una domanda che non cresce, anche per una modesta cultura finanziaria dei consumatori; un’offerta di prodotti assicurativi che spesso non intercetta i veri bisogni della gente. Fatto sta che i due poli del mercato, domanda e offerta, spesso non si incontrano. Ma all’estero come fanno? Perché in altri contesti famiglie ed imprese si affidano con maggiore fiducia agli intermediari assicurativi per coprire i rischi della vita e del business?

La rubrica che oggi debutta su Intermedia Channel nasce proprio con questo scopo. Rintracciare e fare, appunto, da megafono alle notizie che i media internazionali dedicano al mercato assicurativo – giornalmente il sito ne pubblica una selezione – laddove possano rappresentare possibili stimoli anche per consumatori e intermediari professionali della penisola. La scommessa è che si possa attingere dalle migliori esperienze estere per far crescere un mercato nazionale dalle grandi potenzialità ma ancora asfittico. 

Un esempio viene, in questi giorni, da due notizie riprese da Intermedia Channel e che vengono da due paesi molto distanti tra loro, gli Usa e la Cina. Entrambe si riferiscono al contributo che gli assicuratori possono dare per rendere efficiente il sistema sanitario. In Cina la National Healthcare Security Administration (NHSA), l’ente che tra l’altro stabilisce quali farmaci possono essere rimborsati dall’assicurazione medica, ha appena aggiunto alla sua lista 119 nuove medicine spuntando con le case farmaceutiche sconti non banali, superiori al 50 per cento. Poiché sono rimborsabili dalle assicurazioni mediche quei farmaci entrano in un mercato molto più vasto e dunque, in contropartita, possono essere venduti ad un prezzo inferiore.

 In Usa nelle stesse ore una legge bipartisan approvata dal Congresso ha imposto limiti severi alle cosiddette spese mediche «a sorpresa». E’ il conto di quelle prestazioni che non rientrano nei piani sanitari coperti da una polizza (ad esempio, il costo di un’anestesia o di un intervento di pronto soccorso) e che gravano sugli assistiti come spese aggiuntive. «A sorpresa», appunto. L’idea del legislatore statunitense è quella di confrontare, direttamente o indirettamente, quelle spese mediche con le prestazioni fornite dalle compagnie (più a buon mercato) per ridurre l’impatto della «sorpresa». 

Sono indicazioni che probabilmente potrebbe essere utile seguire anche in Italia. Il mercato assicurativo da sempre ritiene che una spesa medica intermediata attraverso una polizza è più efficiente ed economica rispetto al costo sopportato dai cittadini per le stesse prestazioni out of pocket, cioè pagate di tasca propria. è una partita che vale ogni anno oltre 40 miliardi. Ebbene, è ora di dimostrarlo. Se le compagnie facessero vedere sistematicamente come le convenzioni stipulate con provider di prestazioni sanitarie ed anche con case farmaceutiche sono in grado di abbassare significativamente i costi della sanità, le famiglie si rivolgerebbero a loro con maggiore fiducia. E, chissà, il gap che separa l’Italia dagli altri paesi inizierebbe a ridursi.

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