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Climate change, gli assicuratori e la questione del tempo

Riccardo Sabbatini

All’inizio dell’anno è venuta un’ulteriore conferma di come i cambiamenti climatici stanno avendo un impatto sull’andamento delle catastrofi naturali e su come l’industria assicurativa riesce a fronteggiarne gli effetti. In Australia l’aumentata intensità delle tempeste tropicali nel nord del paese, in dipendenza del climate change, sta mandando alle stelle i prezzi delle coperture catastrofali aumentati del 178% nel periodo 2007-2019. Nell’isola di Hamilton, in particolare, assicurare la casa ed il suo contenuto contro i danni di un uragano costa ormai 15mila dollari l’anno! L’effetto pratico di questo trend e che i consumatori sono sempre meno in grado di acquistare una polizza. Aumenta quello che si chiama il protection gap. Le compagnie dirette e i riassicuratori, dal canto loro, sono sotto stress perché gli aumentati rischi riducono la capacità assicurativa disponibile. Ciò che spiega il ricorso sempre più esteso ai cat bond per trasferire sul mercati finanziari rischi che l’industria assicurativa non è in grado di tenere sulle proprie spalle. Quelle emissioni hanno raggiunto un record nel 2020 (11 miliardi di dollari).

C’è però, sullo sfondo, anche una questione relativa al «tempo». Gli assicuratori calcolano l’entità dei premi in base alla serie storica dei sinistri che hanno dovuto risarcire. E, poiché le polizze catastrofali hanno una durata annuale, sono in grado ogni anno di fare un repricing se vedono che il trend sta cambiando. Il cambiamento climatico ha però introdotto una dinamica nuova, con trasformazioni prima impercettibili che all’improvviso “precipitano” in una cambio di stato assai rilevante. L’esempio degli incendi boschivi in California è illuminante (in tutti i sensi) con un trend  di sinistri rimasto sostanzialmente stabile per molti anni per poi innalzarsi precipitosamente perché molte aree dello stato sono diventate nel frattempo aride (vedi tabella). A quel punto i nuovi premi che le compagnie debbono richiedere a chi cerca una copertura diventano esorbitanti.

Tutto questo sta cambiando anche tradizionali paradigmi assicurativi. Per l’Eiopa, authority europea delle polizze, «Il cambiamento climatico implica l’ipotesi che non potrebbe più essere vero che le perdite passate siano un modo affidabile per stimare le perdite future» (position paper 2020). Nei loro modelli di solvibilità le compagnie dovrebbero insomma incorporare anche i rischi emergenti per il futuro, stimandone gli effetti con modelli matematici. Ma l’idea di introdurre «prescrizioni addizionali» nell’ORSA – barometro dei rischi assicurativi contemplato nella disciplina di Solvency II – non piace agli assicuratori. Rispondendo ai position paper di Eiopa, Insurance Europe (l’associazione continentale delle compagnie) ha detto che la scelta di adottare metodologie che guardano al futuro dovrebbe restare a discrezione dei singoli assicuratori. La preoccupazione, non dichiarata, è che un aumento dei ratios patrimoniali potrebbe spingere ancora all’insù i premi assicurativi incrementando ulteriormente il protection gap. Non facendo nulla, però, si rischia «l’effetto California».

Trovare un punto di equilibrio non sarà un’impresa semplice.

Riccardo Sabbatini

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