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Dalla Gran Bretagna una sentenza che fa riflettere

Riccardo Sabbatini

La sentenza della suprema corte britannica che venerdì scorso ha rigettato i ricorsi delle compagnie sulla validità delle polizze di business interruption (BI) è rilevante sotto molti profili. Innanzitutto nel merito. La decisione avrà effetto sulle coperture assicurative di circa 370mila piccoli esercenti inglesi con risarcimenti stimati per circa 1,2 miliardi di sterline. Le sei compagnie convenute in giudizio, e le circa 60 che hanno collocato simili contratti assicurativi, sostenevano che le polizze contro il rischio di interruzione di attività escludevano il rischio di pandemia ma il giudice di secondo grado – in sintonia con la sentenza dell’High Court di Londra che si era pronunciata all’inizio di settembre – è stato invece di diverso avviso ed ora dovranno mettere mano al portafoglio. Per tanti bar, ristoranti, hotel, centri commerciali sarà una boccata d’ossigeno fondamentale, in molti casi, per evitare il fallimento nell’anno terribile della pandemia. 

Ma non servono a questo le assicurazioni, ad offrire copertura dagli imprevisti più gravi nella vita e negli affari? Non vale soltanto, beninteso, solo per coloro che hanno fatto ricorso ma anche ai tanti assicurati inglesi rimborsati senza problemi dalle proprie compagnie. In Gran Bretagna ed in molti altri paesi anglosassoni (in Usa , ad esempio), le polizze per la BI sono molto diffuse tra gli esercenti. In Italia non è così e in queste settimane assistiamo ai cahiers de doléances che molti bar, ristoranti ed alberghi presentano al governo per avere sussidi, senza curarsi di sapere dove lo stato possa trovare le risorse. E senza dolersi neppure un po’ della loro mancanza di previdenza. 

L’altro aspetto rilevante nella sentenza britannica ha a che vedere con la gestione efficiente del contenzioso, I reclami degli esercenti per i mancati risarcimenti sono pervenuti nella primavera scorsa alla Financial Conduct Authority (FCA), che vigila sulla correttezza dei comportamenti degli intermediari finanziari. Questa ha classificato i reclami e, per quelli che ha giudicato pertinenti, ha promosso un case test davanti all’High Court londinese. In quel giudizio la Fca ha fatto proprie le ragioni dei consumatori contro le sei compagnie convenute nello stesso procedimento. Il tribunale ha deciso a favore dei consumatori ed ora la Suprema Corte ha confermato la sentenza. Sei mesi in tutto per due gradi di giudizio. Sarebbe stato possibile in Italia dove i processi civili durano in media 8 anni? Naturalmente no. C’è da considerare anche il fatto che l’Ivass, il regulator delle polizze, non tutela soltanto i consumatori ma anche la stabilità delle imprese e le due finalità potrebbero trovarsi in contrasto nell’esprimere un orientamento. 

Anche nel bel paese, però, abbiamo esperienze positive cui attingere. L’arbitro bancario finanziario, istituito dalla Banca d’Italia nel 2009, si esprime sul merito delle controversie tra le banche ed i loro clienti. E ogni anno che passa funziona meglio. Nel terzo trimestre del 2020 sono pervenuti ai suoi uffici 7209 ricorsi (il 57% in più rispetto allo stesso periodo del 2019). Nel 59% dei casi le sue pronunce hanno accolto le rimostranze dei consumatori. Certo, quelle decisioni non sono vincolanti. Chi perde può sempre ricorrere ad un tribunale civile. Ma lo fanno in pochi per la lunghezza dei procedimenti giudiziari che li attende e perché andrebbero a scontrarsi con pronunce di elevata qualità tecnica (Banca d’Italia). Ugualmente positivi sono anche i primi passi dell’arbitro per le controversie finanziarie (ACF), creato dalla Consob nel 2016. Lo scorso anno ha gestito 1772 casi (+5,6%) per il 65% risolti a favore dei risparmiatori cui sono stati restituiti 28,5 milioni. Ed ora si aspetta che nasca, su iniziativa dell’Ivass, anche l’arbitro assicurativo che dovrebbe debuttare nel 2021. Salvo ritardi.

La sentenza inglese, infine, sottolinea una questione che attiene anche alla reputazione dell’industria assicurativa britannica. Lo ha sottolineato, in queste ore, un giornale certamente non ostile alla cultura imprenditoriale come The Times. Le loro argomentazioni per non pagare erano speciose – ha spiegato con toni salaci – si sono si sono nascosti dietri cavilli del tipo: “la polizza ti copre se cadi dal tetto ma non se atterri al suolo”. Avrebbero fatto molto meglio a pagare, a suo giudizio, dopo la prima sentenza di condanna. C’è un tema di chiarezza delle clausole contrattuali e gli assicuratori britanni lo stanno affrontando in queste settimane proprio con la FCE. C’è però anche il rischio di «irrilevanza» cui ha accennato nella scorsa estate un altro giornale britannico, l’Economist. Se in tempi così difficili come quelli che stiamo vivendo gli assicuratori si tirano indietro, non danno risposte positive alle difficoltà che la comunità sta affrontando, rischiano di perdere non solo la loro funzione sociale ma anche il loro ruolo economico. Rischiano, appunto, di diventare irrilevanti. Non soltanto in Gran Bretagna. 

Riccardo Sabbatini

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