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Gestione e Assicurabilità del rischio nelle RSA: una pagina ancora da scrivere

Mario Vatta

Nel corso dell’ultima edizione di un importante evento annuale dedicato alle tematiche del Risk Management in Sanità, il rappresentante di una associazione imprenditoriale del settore sanitario ha richiamato l’attenzione sulle difficoltà di reperimento delle coperture assicurative di Responsabilità Civile per le RSA. Veniva denunciato il criterio di valutazione adottato dalle Compagnie nel quantificare con premi troppo elevati, quasi alla stregua di quelli richiesti per le strutture ospedaliere, la contropartita delle rispettive disponibilità alla assunzione di questi rischi.

Una delle tante critiche che vengono ritualmente mosse alle Compagnie di fronte a quelle che sono considerate ormai storiche assimetrie tra prezzo, prestazioni e interpretazione dei rischi nel confronto tra assicuratori e assicurati. Siamo ormai abituati, ma mai rassegnati, ad interpretare nostro malgrado il ruolo degli avidi imprenditori, che del rischio fanno l’occasione di improprio arricchimento a danno di chi con noi le polizze le sottoscrive.

Tralasciamo quelle che sono le evidenti generali argomentazioni a sostegno delle nostre attività dedicando invece qualche riflessione allo specifico settore delle RSA.

Un recente fatto di cronaca ha purtroppo brutalmente riproposto  il tema generale della sicurezza e della gestione del rischio nelle RSA. I media hanno diffuso la notizia del tragico evento titolando «5 morti e 7 intossicati gravi per esalazioni da monossido di carbonio tra ospiti e operatori di una casa di riposo» in provincia di Roma.

Sulla vicenda è in corso l’inchiesta, immediatamente disposta per competenza territoriale dalla Procura di Velletri, che dovrà accertare tutte le circostanze che hanno determinato le cause e le conseguenze di questo sinistro.

Approfondendo in Rete la qualificazione della struttura coinvolta, risulta che non si tratta di una Casa di Riposo o RSA, bensì di una «comunità alloggio per anziani», corrispondentemente all’annuncio sul relativo account Facebook della proprietà al momento della sua apertura nel 2017 .

Dalla trasformazione di una originaria villa privata fu ricavata l’attuale attività ricettiva residenziale. L’inchiesta appurerà certamente anche la congruenza tra le autorizzazioni concesse e le caratteristiche di esercizio dell’attività offerta, definendone il profilo imprenditoriale e influenzando l’operatività della eventuale copertura assicurativa.

Esempio purtroppo contingente di come questo genere di attività possa ancora manifestare potenziali zone d’ombra ogniqualvolta si tenti di inquadrarle all’interno di una matrice di rischio definito.

Secondo i dati disponibili più recenti le case di riposo in Italia sono 7.372, divise in strutture residenziali di assistenza per anziani (3.365), strutture residenziali di assistenza psichiatrica (2.035) ed altre strutture residenziali di assistenza per disabili fisici, psichici e per pazienti terminali.

Come ho avuto modo di scrivere in altre occasioni, l’allungamento della vita media, la diversa connotazione famigliare ormai frequentemente impegnata in necessarie attività lavorative unitamente a una diffusa denatalità, sono tra i principali fattori che hanno contribuito a creare il problema dell’assistenza agli anziani nel doverli sostenere a lungo nelle proprie fragilità.

In maniera spesso spontanea, e inizialmente non strutturata, sono proliferate iniziative imprenditoriali dedicate all’accoglienza dell’anziano. Il passato nazionale testimonia quanto siano state numerose le trasformazioni di appartamenti di ampia metratura, spesso frutto di un’eredità, in generiche e impropriamente definite «case di riposo».

In mancanza iniziale di regole l’Italia si è trovata dotata di un numero considerevole di «Ville» appellate con vari colori e aggettivi, che decantavano le proprie qualità di assistenza per una vecchiaia serena, e soprattutto lucrosa per chi le gestiva.

Sono finalmente intervenute nuove regole, standard regionali di accreditamento che hanno provveduto a qualificare il titolo necessario per mantenere e avviare questo genere di ospitalità.

La gestione del rischio nell’esercizio di queste attività è stato però quasi sempre un argomento rimandabile o addirittura ignorato, presupponendo impropriamente che i “clienti” non possedessero autonomamente una vitale reattività nel riconoscere e pretendere i giustificati eventuali diritti al risarcimento dei danni subiti.

Infatti le polizze assicurative inizialmente sottoscritte  si esprimevano a garanzia di attività prevalentemente ricettive, spesso senza alcun riferimento alla necessaria e collegata assistenza sanitaria ancorchè diversamente esercitata o prevista a domanda.

A conferma di tutto ciò, malgrado l’avvento della Legge n.24 del 8/3/2017, meglio nota come Legge Gelli, che ordina e impone alle strutture sanitarie e sociosanitarie, pubbliche e private sia la gestione del rischio che l’obbligo assicurativo (o alternativamente il ricorso alle c.d. «misure alternative»), non si è ancora radicata la convinta consapevolezza che ogni RSA costituisce una attività inquadrabile nel novero di quelle sanitarie, e quindi esposte ai rischi connaturati con quella fattispecie.

Ne è stata frequente conferma la perdurante difficoltà di convincere strutture di diversa dimensione a rivedere le proprie coperture assicurative, o i propri criteri di gestione del rischio, per renderli adeguati al profilo di responsabilità al quale sono esposti e richiamati.

I rischi nelle Case di Riposo si manifestano in una gamma purtroppo ampia di tipologia di evento, che si snoda dalla semplice caduta a causa della mancata sorveglianza o assistenza, alla mancata inibizione dell’accesso a scale o spazi non protetti, sia per chi deambula autonomamente e per chi necessita dell’ausilio meccanico, alla errata somministrazione della terapia farmacologica o al mancato controllo della sua avvenuta assunzione, alla mancata separazione dei soggetti colpiti da deficienze cognitive per garantirne l’idonea protezione, alla intossicazione alimentare, al mancato controllo di ciò che parenti e visitatori introducono negli ambienti destinati agli ospiti e altro ancora.

L’elenco potrebbe essere molto lungo, ma sicuramente completato con la priorità principale, rappresentata dall’esercizio delle attività infermieristiche e, laddove esistenti, di quelle mediche. Il tutto aggravato dall’elevata densità di occupazione degli ambienti che ospitano gli assistiti.

Tranne rari casi non esiste ancora una funzione di Gestione del Rischio chiaramente attribuita a una precisa posizione all’interno dei rispettivi organigrammi.

Provate ad individuare nei siti web delle singole strutture la pubblicazione delle copie delle polizze in corso e le relazioni annuali sulla gestione del rischio, che la Legge Gelli puntualmente e obbligatoriamente prevede e la ricerca sarà spesso senza risultato.

Sono ancora troppe le strutture dedicate all’accoglienza dell’anziano che considerano il proprio cliente provvisoriamente in transito, o verso un viaggio di sola andata o verso una degenza ospedaliera anch’essa prolungata e con scarse possibilità di ritorno.

E naturalmente il Covid ha amplificato le conseguenze di questa approssimativa gestione del rischio, contribuendo in misura notevole all’incremento delle statistiche dei decessi e dei contagi, ampiamente pubblicizzati nei rispettivi richiami di responsabilità.

Se la iniziale resistenza a quella che viene ancora definita la «prima ondata» (ma continua ad avere ancora senso la distinzione tra ondate in assenza di una netta soluzione di continuità?) poteva in parte essere giustificata dalla mancanza di esplicite linee guida e protocolli, ai tempi attuali queste teoriche giustificazioni si sono praticamente esaurite, lasciando ragionevoli spazi a poco discutibili profili di responsabilità.

Ciò è stato confermato anche da una intensa attività ispettiva dei Carabinieri del Nas svolta ultimi mesi del 2020 all’interno di 232 strutture  fra RSA, lungodegenze, case di riposo, comunità alloggio riscontrando irregolarità in 37 strutture.

«Il 40% delle irregolarità riscontrate – 24 violazioni in tutto – hanno riguardato le misure di prevenzione alla diffusione da Covid-19, riconducibili «all’assenza di piani preventivi anti-Covid» e, in 9 episodi, «alla loro mancata attuazione, come l’individuazione di percorsi e aree dedicati, le modalità di gestione dei casi e di comunicazione all’autorità sanitaria, la programmazione delle fasi di pulizia e sanificazione, le prescrizioni per l’accesso dei visitatori in condizioni di sicurezza. In misura minore sono state rilevate anche infrazioni relative al possesso e uso di adeguati dispositivi di protezione individuale da parte degli operatori, sia assistenziali che impiegati in altre mansioni, alla formazione dei dipendenti in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro e alla presenza di igienizzanti e disinfettanti».

Il risultato campionario che se ne ricava conferma quanto sia ancora lungo il sentiero accidentato lungo il quale si snodano i faticosi tentativi degli assicuratori nel far intendere la sottoscrizione di una polizza come la scelta conclusiva, derivante dalla prioritaria conoscenza e consapevolezza dei propri rischi.

Nella corrispondente e condivisa convinzione che non tutto è assicurabile ed assicurato, senza alcuna possibilità di rifugiarsi in inutili e ingiustificati vittimismi. 

La gestione del Rischio deve essere strutturata e funzionalmente prevista non solo all’interno delle organizzazioni più complesse, bensì occupare anche i livelli decrescenti di fatturato di ogni tipo di attività, eliminando ogni presunzione di casualità in quanto tale inevitabile. 

Questa continua ad essere l’orgogliosa ambizione di noi assicuratori.

di Mario Vatta

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