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Le miniere di carbone in Nord Dakota e gli assicuratori europei

Riccardo Sabbatini

C’è un fil rouge che collega gli assicuratori europei agli industriali del carbone in Nord Dakota. Nei giorni scorsi l’associazione che rappresenta quest’ultimi ha lanciato un warning sulle prospettive del settore, a rischio di estinzione. Se l’è presa soprattutto con gli assicuratori rei, a suo dire, di imporre rincari ingiustificati dal 20 al 100 per cento sulle coperture property e infortuni delle miniere. E’ il frutto – ha sostenuto il North Dakota Lignite Energy Council – di una discriminazione «ambientalista» . «I costi dei premi dovrebbero essere determinati dai rischi effettivi, non da fattori estranei», ha detto in particolare il suo presidente Jason Bohrer.

Gli aumenti dei trattati assicurativi si aggiungono alla pressione crescente che viene dai produttori di energia rinnovabile, al sempre più generale disinteresse degli investitori per le società «brown», all’ostilità dei media per imprese responsabili di una quota significativa di emissioni di co2. In Usa all’industria elettrica è  imputato il 27% delle emissioni di gas serra e la maggior parte del danno ambientale viene proprio dal carbone. 

Variazione percentuale della produzione da carbone, gas e fonti rinnovabili dal 2017 al 2019

Finora l’industria estrattiva poteva contare su una legislazione accomodante voluta da Donald Trump ma ora, con l’arrivo alla Casa Bianca di Joe Biden, convinto ambientalista, anche questo supporto verrà mancare. E, in ogni caso, nonostante un quadro regolamentare favorevole, il declino è già in atto. Le utility Usa di energia elettrica (vedi tabella) stanno sostituendo il carbone con fonti rinnovabili e, soprattutto, con il gas naturale che, a parità di chilovattore prodotto, genera la metà delle emissioni di CO2. 

Già ma in tutto questo che c’entrano gli assicuratori europei? Il fatto è che proprio in queste settimane l’industria delle polizze continentale sta discutendo con i regulator, nell’ambito della revisione della disciplina prudenziale di Solvency II, se introdurre uno specifico «green supporting factor» nei ratios patrimoniali così da premiare le industrie green e scoraggiare, al contrario, quelle brown. Le compagnie europee sono contrarie e nelle loro ragioni riecheggiano alcune delle argomentazioni dell’industria mineraria del North Dakota. «Non supportiamo incentivi / disincentivi artificiali sulla base di qualifiche green/brown – ha sottolineato l’ ANIA, l’associazione italiana delle compagnie, in piena sintonia con gli altri assicuratori del continente – Solvency II è e dovrebbe rimanere un framework basato sul rischio. Qualsiasi trattamento differenziale tra attività green o attività o brown, compreso un Green Supporting Factor (GSF) o Brown Penalising Factor (BPF) dovrebbe essere basato sulla differenza nei rischi sottostanti». Il rischio per gli assicuratori, insomma, non cambia d’intensità a seconda del colore e risponde ad una medesima logica nei differenti contesti. 

Rimane dunque da chiedersi se i maggiori premi assicurativi richiesti alle miniere di carbone Usa fronteggiano anche rischi maggiori. Non sembra, in effetti, che un fattore ambientale possa direttamente influenzare il rischio delle coperture property e infortuni benché un’industria a corto di capitali e alla prese con la concorrenza di nuovi agguerriti competitor possa essere tentata ad allentare il rispetto delle normative antinfortunistiche e, più in generale, quelle sulla sicurezza degli impianti. Sono attività che diventano intrinsecamente più rischiose. Per non parlare dei maggiori rischi di compliant e di litigation – quelli si, sono diretti e verificabili – che impattano sul costo delle polizze D&O dei manager. 

C’è poi un’ultima ragione per cui, per una volta, è lecito essere favorevoli all’aumento dei premi assicurativi. Rappresentano un vero incentivo per far si che quell’industria diventi più compatibile con le esigenze di sostenibilità del pianeta. In effetti, spinti proprio da quelle pressioni, gli stessi industriali del Nord Dakota stanno sperimentando tecnologie per imbrigliare e stoccare nel sottosuolo la Co2 prodotta per alimentare i generatori elettrici. Prima di finire essi stessi sotto terra (figurativamente) cercano insomma di metterci il veleno che la propria attività genera. 

di Riccardo Sabbatini

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