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Lo strano caso del green supporting factor per l’industria assicurativa

Riccardo Sabbatini

In una recente intervista il CEO di Generali Philippe Donnet ha proposto di alleggerire i requisiti di capitali richiesti da Solvency II su investimenti in green bond detenuti per lungo tempo. Maggiore è la durata in cui quegli asset rimangono nei portafogli di un assicuratore maggiore – è il suo punto di vista – dovrebbe essere lo “sconto” applicato ai ratios della disciplina prudenziale. Ben si comprendono le motivazioni della proposta. Più di un terzo dei fondi totali messi a disposizione da New Generation EU, € 750 miliardi, andranno indirizzati a progetti sostenibili e, per finanziare il poderoso piano di ripresa economica del continente, la commissione di Bruxelles ha annunciato il mese scorso di volere emettere green bond per ben €250 miliardi. Un requisito di capitale alleggerito su quegli strumenti finanziari ne permetterebbe un più facile collocamento nei portafogli delle compagnie. E, per quella via l’industria europea delle polizze – cui fanno capo asset investiti per oltre €11 mila miliardi – potrebbe assicurare un maggior supporto allo sforzo per la ripresa economica del continente.

Il problema è che gli assicuratori, finora, si sono sempre detti contrari all’inserimento di un “green supporting factor” nelle metodologie di Solvency II. “Non supportiamo incentivi / disincentivi artificiali sulla base di qualifiche green/brown – ha sottolineato lo scorso anno l’ Ania, l’associazione delle compagnie italiane, rispondendo ad una consultazione della Commissione europea – Solvency II è e dovrebbe rimanere un framework basato sul rischio. Qualsiasi trattamento differenziale tra attività green o attività o brown, compreso un Green Supporting Factor (GSF) o Brown Penalising Factor (BPF) dovrebbe essere basato sulla differenza nei rischi sottostanti”. Il rischio per gli assicuratori, insomma, non cambia d’intensità a seconda del colore e risponde ad una medesima logica nei differenti contesti. Come dargli torto?

In discussione non sono i green bond emessi dalla UE, sui quali non gravano (al pari dei titoli di stato) ratios patrimoniali. Quei titoli però renderanno assai poco. Ciò che interessa all’investitore triestino sono soprattutto i green bond corporate il cui tasso di interesse sarà ragionevolmente molto più elevato, in linea con il rischio dell’emittente. Ma perché una compagnia dovrebbe essere remunerata maggiormente nel suo investimento (in virtù del maggior rischio del bond) ed al tempo stesso incentivata con un favorevole capital charge? Sarebbe un po’ come avere la botte piena e la moglie ubriaca. Nella sua proposta Donnet ha però inserito una variante, quella del tempo. è noto che gli assicuratori hanno spesso un orizzonte di lunga durata per i loro investimenti detenuti spesso, nel caso dei bond, fino alla scadenza. Tutto questo li agevola, rispetto ai normali investitori, perché riescono in questo modo a minimizzare il rischio di tasso di interesse su quegli investimenti mantenendo però interamente sulle loro spalle quello di default dell’emittente. Così, come in un immaginario gioco dell’oca, si torna alla casella di partenza: non è chiaro il perché un “green Bond” a lunga scadenza dovrebbero essere meno rischioso di obbligazioni di diverso colore emesse sulle medesime scadenze. Sottostante c’è la questione della diversa resilienza delle imprese green rispetto alle altre, una questione su cui si dibatte da tempo in mancanza di un punto di vista condiviso tra gli economisti. Sul piano pratico il dilemma è risolto dalle agenzie di rating nei cui punteggi, dopotutto, si esprime la valutazione sulla possibilità di default di un emittente, verde o marrone che sia. A quei giudizi, probabilmente, si potrebbe fare affidamento per verificare se green bond detenuti per un lungo periodo di tempo sono meritevoli, come crede Donnet, di un ratios patrimoniale ridotto.

a cura di Riccardo Sabbatini

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