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Il Rischio dell’aggettivo improprio

Mario Vatta

La ricerca delle seguenti parole appena fatta su Google ha prodotto questi risultati: 

rischio 75.400.000
– prevenzione  34.100.000
– pericolo  22.700.000
– polizze  2.830.000.

Il numero dei risultati del termine Rischio è aumentato considerevolmente nel corso degli ultimi 8 giorni, mentre quello degli altri tre ha registrato nel medesimo periodo una consistente contrazione.

È probabilmente poco utile e attendibile tentare di ricavare un nesso di valore compiuto da questi quanto mai banali confronti, a meno che ad ognuno di questi numeri non si attribuisca un gradiente di interesse diversificato, unicamente per forzare la conclusione che a ogni numero di presenze sul web corrisponde un equivalente indice di popolarità.

Se così fosse si potrebbe azzardare una sorta di classifica che vedrebbe costantemente il Rischio al primo posto, in grado di superare con multipli consistenti sia Prevenzione che Pericolo e relegando come prevedibile le Polizze all’ultimo livello.

Questa manipolazione pseudo statistica dimostrerebbe come non sempre si associ al concetto di rischio quello di pericolo, preferendo invece la protezione della prevenzione, e quasi escludendo il ricorso alle polizze per costruire una seppur generica copertura dagli imprevisti.

Ai tempi della pandemia”, come speriamo diranno gli storici che ci succederanno a tempesta finita, della parola Rischio si è fatto un uso enorme, quasi fosse un intercalare ormai svuotato del suo contenuto originario.

Per ogni assicuratore il rischio è invece un sostantivo che identifica una situazione o condizione di potenziale pericolo che potrebbe compromettere in diversa misura esistenze ed economie .

Siamo pertanto attrezzati per tentare di costruire modelli possibilmente affidabili, corroborati da tecniche attuariali e storicità esperienziali che ci aiutano a misurarlo. In condizione sufficientemente oggettiva quando dobbiamo valutare il massimo danno probabile o possibile prima di sottoscrivere una copertura incendio, o con percentuali variabili di probabilità quando simuliamo condizioni predittive in altre situazioni.

In ogni caso la misurazione del rischio, basata su parametri dichiarati e di consapevole attendibilità, è l’operazione preliminare e necessaria che il nostro mestiere ci impone.

La pandemia ha sinora quasi sempre indotto, sia chi esperto si professa che chi è deputato ad assumersi la responsabilità di scelte politiche, ad attribuire al Rischio un non valore,anchequando le decisioni vorrebbero essere di ragionevole equilibrio tra scompensi sociali ed economici,

Non abbiamo infatti mai saputo se i decisori abbiano avviato un qualsiasi  intervento in quanto determinato da regole stabilite a monte, con criteri o formule specifiche, oppure in conseguenza di intuizioni quasi sensoriali del livello di gradimento che le loro conseguenze avrebbero provocato alle fasce di popolazione interessate.

Mancando la sincronia temporale tra le rilevazioni di vittime e contagiati e i conseguenti provvedimenti, i cui effetti sono pertanto inevitabilmente incerti e differiti, si continua a parlare di rischio in termini generici, spingendosi persino a definirlo “ragionato”, ma senza spiegarne i fondamenti quantitativi che sosterrebbero le scelte del momento.

Ogni aggettivazione del rischio è completamente inutile e addirittura fuorviante se privata dell’unità di misura che dovrebbe stabilirne il grado.

Dato che il successo da tutti auspicato del conflitto tra noi e il virus è al momento determinato dalla estensione della campagna vaccinale, e soprattutto dai comportamenti collaborativi di ogni cittadino, è fondamentale che ognuno sia messo nella condizione di conoscere la correlazione, anche se imperfetta, tra rischio e provvedimenti.

Il Rischio non deve continuare ad essere un contenitore vuoto, utile solo a fare da cassa di risonanza a opinioni e azzardi previsionali, e di intensità spesso solo acustica.

Dobbiamo evitare con ostinato impegno ogni forma di resistenza verso tutte le scelte che ci verranno imposte, votandoci invece alla prolungata e fiduciosa accettazione di ogni norma di cautela e prevenzione alle quali siamo ormai abituati, e che dovremo irrimediabilmente continuare a rispettare. Ma per fare questo dobbiamo essere motivati da affermazioni possibilmente ancorate a solide radici.

La comunicazione, tantopiù in tempi di crisi, è parte importante del mestiere di ogni figura professionale coinvolta dalla complicata funzione di Risk Management , che oltre a tentare di governare il Rischio deve garantire che i messaggi trasmessi alla propria comunità sia in grado di attivare in chi lo riceve la necessaria reazione, condivisa e partecipativa.

La comunicazione deve essere in grado di produrre in ogni occasione quella qualità necessaria a fare sì che protocolli e procedure, legittimamente calati dall’alto da chi governa e indirizza ogni processo collettivo, producano le opportune direttrici di consenso comune.

a cura di Mario Vatta

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