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La deriva (pericolosa) della costituzione ambientalista

Riccardo Sabbatini

Quando debbono affrontare un problema i legislatori spesso pensano di cavarsela enunciando un principio. Quasi che le parole, come il verbo del creatore, avessero il potere di smuovere le montagne. Nei giorni scorsi al Senato una composita maggioranza parlamentare ha dato un prima via libera ad una legge costituzionale che introduce una deriva ambientalista alla nostra “carta”. La legge, in particolare, include esplicitamente “la tutela dell’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi” tra i beni tutelati dalla Repubblica. Ma soprattutto modifica l’art.41 con il quale è stato sancito che “l’iniziativa economica privata è libera”. Già l’attuale testo stabilisce che l’iniziativa privata non può comunque svolgersi “in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Ora si aggiunge che non può svolgersi neppure per recare danno “alla salute, all’ambiente”.

Di fronte ad affermazioni così generali/generiche chi può essere contrario? E infatti la proposta legislativa reca la firma di senatori di ogni gruppo politico, da Loredana De Petris della sinistra di Leu (Liberi e uguali-ecosolidali) alla radicale Emma Bonino, a Monica Cirinnà (PD), a Roberto Calderoli della Lega. Quest’ultimo, detto di passata, è lo stesso parlamentare che definì una “porcata” la legge elettorale da lui stesso proposta e che, non a caso, è poi passata alla storia con il nome di “porcellum”.

In ogni caso che male c’è a colorare di verde la nostra costituzione? Il fatto è che una simile legge è innanzitutto inutile. Il codice penale già sanziona chi “cagiona abusivamente una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili delle acque, dell’aria, di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo, di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna” (art. 452- bis). Inoltre il perimetro della nuova disposizione è così vasto e generico da consentire le interpretazioni più diverse. Stiamo vivendo una complicata transizione verso un’economia carbon-free. E le tante normative emanate soprattutto in Europa cercano di limitare il rischio di greenwashing (colorare di verde comportamenti di tutt’altro colore) ma di evitare al tempo stesso che disposizioni radicali blocchino da un giorno all’altro interi settori industriali. E così se il regolamento europeo sulla tassonomia si propone di distinguere con chiarezza le attività non dannose all’ambiente da quelle che non possiedono un simile requisito, al tempo stesso i legislatori di Bruxelles hanno introdotto il concetto di periodo transitorio per collocare gli impegni di decarbonizzazione delle imprese in un arco di tempo preciso e verificabile. Nella proposta di legge costituzionale questo riferimento alla “transizione” manca del tutto. Sicché, qualora fosse approvata, non è chiaro in che modo potrebbe essere interpretata. Tutto ciò rappresenta un rischio potenziale anche per il settore assicurativo. Sarebbe considerato costituzionale vendere una polizza Rc auto per una macchina diesel? E coprire i rischi industriali di un petrolchimico (che rispetti le disposizioni di legge, naturalmente)? Boh! In effetti non si può negare che il petrolio rechi danno all’ambiente. Tutto verrebbe deciso dalle iniziative dei magistrati che talvolta vanno alla ricerca di riflettori mediatici. Si spera di no, naturalmente, ma è un pericolo che non può essere escluso. E, se dovesse concretizzarsi ci ritroveremmo con l’eterno Calderoli ad ammettere giulivo in Tv: “La legge green? Già, un’altra porcata!”

a cura di Riccardo Sabbatini

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