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Insurtech: il mercato assicurativo italiano rischia di essere colonizzato da player stranieri se non si investe sul digitale

Senza ingenti investimenti nel digitale il settore assicurativo italiano rischia di perdere una grande opportunità di crescita che gli altri paesi, in Europa e nel mondo, stanno cavalcando. Da una ricerca di IIA a rimarcare questo gap la mancanza di dialogo tra la filiera assicurativa e le start up

Milano 24 giugno – In Italia gli investimenti nel settore Insurtech sono abbondantemente insufficienti per contrastare la competizione di grandi fondi e player assicurativi internazionali, che guardano con sempre maggior interesse al mercato italiano. È quanto si evince dall’analisi di Italian Insurtech Association (IIA), dopo la chiusura del primo semestre del 2021, in cui si è visto un record di investimenti in tutto il settore del fintech, rispetto al primato del 2019, con una raccolta di capitale pari a 10,4 miliardi.  Gli investimenti nell’Insurtech a livello europeo nei primi mesi del 2021 ammontano a 1,8 miliardi con 34 round superiori ai 2 milioni, di cui solo 0,4 milioni di euro in Italia. Un divario che non è più tra Europa e resto del mondo, com’era fino a 6 mesi fa, ma tra Italia e Europa/resto del mondo.

A confronto con l’accelerazione europea, in Italia non solo il settore dell’Insurtech vede minori investimenti, ma si scontra più in generale con la scarsa capacità di digitalizzare il settore assicurativo nel suo complesso. Infatti negli ultimi mesi si è assistito a grossi round di raccolta nei mercati europei fuori dal nostro Paese, come la tedesca Wefox con 650 milioni, e una valutazione di 3 miliardi, o l’inglese Bought by Many, 350 milioni, e una valutazione di oltre 2 miliardi. A fronte di questi dati cresce notevolmente il rischio che il settore assicurativo, che rappresenta oggi oltre il 7% del prodotto interno lordo italiano, fortemente integrato con qualsiasi altro settore industriale e che impiega quasi 400.000 persone sul territorio nazionale, venga colonizzato da player stranieri.

A conferma di questa realtà, l’Insurtech Investment Index Report condotto dall’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano evidenzia come durante il 2020 solo un quinto delle compagnie assicurative analizzate abbia effettuato almeno un investimento in una start up Insurtech.

“Il rischio di una colonizzazione del mercato, un avvenimento che da tempo l’associazione sta annunciando, è quanto mai realistico a fronte di investimenti da parte del settore assicurativo in Italia nel digitale di 50 milioni contro i 550 milioni nel Mondo” dichiara Simone Ranucci Brandimarte, presidente e fondatore di Italian Insurtech Association “L’Italia è purtroppo un Paese dove si investe poco in innovazione, neanche un miliardo viene allocato in startup. Questo avrà ripercussioni enormi su un settore che dà lavoro a 400 mila persone e cha un peso enorme sul nostro Pil, riproponendo una situazione già accaduta in altri comparti che hanno visto l’affermarsi di player stranieri più digitalizzati, come il settore editoriale, il retail, i viaggi, il settore bancario ed altri”.

A rendere maggiormente macchinosa la nascita e lo sviluppo di una filiera assicurativa digitalizzata è la mancanza di una collaborazione fruttuosa tra l’industria assicurativa e le start up, come evidenzia la ricerca Open Innovation Readiness realizzata da Simbiosity per l’IIA e con il sostegno di Conversion-E3. L’Open Innovation è una metodologia di innovazione che permette alle aziende di accedere a conoscenze digitali avanzate, attraverso collaborazioni, partnership o acquisizioni e può rappresentare per il settore assicurativo un volano per velocizzarne i tempi ed accrescerne l’efficacia.

Secondo la ricerca solo il 70% delle aziende assicurative intervistate ritiene che all’interno di essa ci sia una funziona aziendale – centralizzata o distribuita – dedicata al processo di innovazione. Di queste il 60% indica che tale funzione riporti al CEO.

Appare inoltre molto modesto , secondo l’indagine, il legame tra aziende e start up. L’82% delle aziende intervistate afferma che si collabori con le start up per acquisire insight su nuove tecnologie e segmenti di mercato e per apprendere nuovi metodi di lavoro.

Dalla ricerca inoltre emerge che secondo le aziende intervistate ben il 64% ritiene che le start up collaborino con loro per avere un accesso più facile al mercato, ma non si percepiscono come potenziali clienti.

Emerge ancora un coinvolgimento limitato e “improprio” delle startup, da parte delle aziende della filiera assicurativa” afferma Marcello Vena partner di Simbiosity che ha curato la ricerca. “Queste ultime si avvalgono prevalentemente delle startup per acquisire know-how, insight, metodologie, esperienza per accelerare la loro roadmap di sviluppo. Un approccio spesso estrattivo-opportunistico che si appoggia sulla passione, le risorse e l’esperienza delle startup. Al momento, molto spesso più che Open Innovation si tratta di Open Education.

La scarsa cooperazione tra le due realtà emerge anche dalla voce delle start up stesse. Il 75% di esse intervistate dichiara che la criticità maggior nel collaborare con un’azienda del mercato assicurativo sia un approccio anacronistico al lavoro e una grande lentezza dei processi decisionali. Il 50% dichiara una diffidenza nella cultura del lavoro, e un 25% una scarsa proattività.

Generare sinergie tra la filiera assicurativa e i produttori di innovazione, ossia le start up, è il solo modo per il mercato Insurtech italiano di resistere alla concorrenza straniera. Dobbiamo favorire la creazione di competenze digitali in questo settore, attraverso corsi di base gratuiti e realizzando un progetto di rinascimento digitale che sia inclusivo e diffuso su tutta la filiera.” prosegue Simone Ranucci Brandimarte.

Foto in copertina: Simone Ranucci Brandimarte, presidente e fondatore di Italian Insurtech Association

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