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Acqua e fuoco: confronto assicurativo sui rischi tra Usa e Italia

Riccardo Sabbatini

L’America flagellata dall’uragano Ida, l’Italia colpita da due incendi (a Milano e Torino) che hanno semidistrutto due grandi edifici. La cronaca di questi giorni consente di mettere a confronto due sistemi assicurativi (ed anche una mentalità) molto diversi tra loro. Iniziamo dagli Usa. L’uragano Ida si è abbattuto sulla Louisiana, causando danni assicurativi tra 15 e 25 miliardi di dollari, prima di dirigersi a New York e New Jersey dove ha provocato gravi allagamenti. Negli Stati Uniti è attivo da anni un programma federale di copertura dei rischi catastrofali (il National Flood Insurance Program) che garantisce, con tariffe agevolate, risarcimenti fino a $250 mila per la ricostruzione di un’abitazione danneggiata e fino a $100mila per il contenuto. Chi vive in un’area a rischio deve fornirsi di una protezione. A questo si aggiungono le polizze assicurative delle compagnie private. Un mondo perfetto? Nient’affatto. Tutti i grandi giornali statunitensi (New York Times e Wall Street Journal in testa), occupandosi delle conseguenze di Ida, hanno segnalato in questi giorni i punti deboli del sistema di protezione. Le mappe dei rischi del programma federale sono incomplete, non sono aggiornate rispetto all’aggravamento dei fenomeni che si sta manifestando con il climate change. Molte famiglie rimangono poco protette o non ce la fanno a pagare i premi assicurativi, pubblici e privati. La percentuale di famiglie coperte, sebbene in aumento, non supera il 50 per cento. L’amministrazione Usa sta chiedendo i dati in possesso al settore assicurativo per capire meglio le conseguenze del cambiamento climatico e comportarsi di conseguenza. Intanto gli investimenti in nuove infrastrutture per mitigare le conseguenze delle catastrofi naturali stanno dando i primi risultati. Le nuove dighe costruite in Louisiana hanno retto alla furia di Ida impedendo che le alluvioni avessero le conseguenze catastrofiche dell’uragano Katrina (oltre $ 100 miliardi di danni nel 2004). Il presidente Joe Biden è intervenuto in Tv sollecitando gli assicuratori a non perdere tempo nell’indennizzare gli assicurati.

Veniamo all’Italia. Incendi come quelli verificatisi nell’ultima settimana non sono, per fortuna, molto frequenti. Però accadono. Per sorte i due palazzi colpiti dalle fiamme erano entrambi assicurati con la stessa compagnia (la Reale Mutua esposta complessivamente per 28 milioni secondo quanto hanno riferito i giornali) e questa, nella disgrazia, è una notizia positiva. L’assicuratore torinese non soltanto ha un indice di solvibilità tra i più alti del mercato (285% a fine 2020) ma detiene anche un eccellente track record nel pagare i risarcimenti agli assicurati. Comunque, a differenza degli Usa, nessuna autorità pubblica – tantomeno il Presidente del Consiglio o il Presidente della Repubblica – hanno sentito la necessità di sollecitare gli assicuratori a fare bene il loro mestiere. Questo, si dirà, è un fatto di mentalità. Quanto alle differenze vere e proprie tra sistemi assicurativi i confronto con gli Stati Uniti è scoraggiante.

In Italia una polizza che includa i rischi di scoppio ed incendio è obbligatoria per chi contragga un mutuo immobiliare. Ma non tutti ce l’hanno. Un’indagine sul campo effettuata nel 2019 dall’Ania ha accertato che soltanto il 46% delle unità abitative sono protette dal rischio incendio. Al sud la stessa percentuale si colloca tra il 10 ed il 20 per cento. I massimali delle coperture sono spesso insufficienti anche perché, quando la polizza è sottoscritta da un condominio – è la “globale fabbricati” che protegge circa un terzo degli immobili coperti da una polizza – l’amministratore è spesso indotto dai condomini a ridurre al minimo i premi e, pertanto, anche i massimali. Molto inferiore – l’indagine dell’Ania comunque non ne parla – è poi il numero di famiglie che assicura anche il contenuto degli appartamenti benché questo rappresenti un’assoluta criticità quando avvengono disgrazie come quelle di Milano e Torino. In questi giorni molti articoli hanno insistito sullo scarico di responsabilità che sta avvenendo nell’accertare chi ha avuto la colpa degli incendi. Ma una polizze mette al riparo chi la sottoscrive da simili problematiche. La compagnia, infatti, è tenuta a pagare comunque quando si verifica il sinistro salvo poi rivalersi sui responsabili.

Se in Italia quasi un appartamento su due è coperto dal rischio incendio la percentuale si abbassa drasticamente sulle catastrofi naturali. Nel Bel Paese non soltanto non esiste uno schema pubblico o pubblico-privato di protezione (com’è in Usa) ma la percentuale di immobili assicurati contro i danni di calamità naturali – si ricava dalla stessa indagine dell’Ania – nel 2019 non superava il 3% del totale. Meno di un decimo rispetto alla diffusione che le medesime polizze hanno negli Stati Uniti! Invece di flagellarci, però, dovremmo pensare al futuro o, meglio, al presente. Quando accadono incidenti come quelli di Milano e Torino c’è un breve periodo di tempo in cui l’opinione pubblica sembra risvegliarsi e molte famiglie si interrogano: “e se fosse capitato a noi?” E’ proprio in questi momenti che può manifestarsi una maggiore consapevolezza dei problemi. Le compagnie e, soprattutto, le loro reti di agenti non devono perdere quest’opportunità. E’ proprio in queste circostanze che occorre interpellare la propria clientela, verificare bisogni e livelli di coperture, scegliere assieme il livello di protezione più appropriato. E’ insomma il momento dell’agire senza aspettare, tra qualche anno, a lamentarsi per la storica sottoassicurazione delle famiglie italiane.

a cura di Riccardo Sabbatini

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