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L’occasione mancata (finora) del protection gap

Riccardo Sabbatini

Potrebbe rappresentare un formidabile strumento di pianificazione a disposizione di famiglie, imprese di assicurazione, amministrazioni pubbliche ma finora il “protection gap” è stata soltanto un’occasione mancata. Quell’indicatore che dovrebbe misurare la sotto assicurazione /protezione cui sono sottoposti gli individui o gli Stati è un tema sempre più ricorrente nel dibattito assicurativo. Affascina perché con un solo numero è possibile sintetizzare ciò che manca per mettere in sicurezza un paese, o anche una famiglia, rispetto ai principali rischi: catastrofi naturali, rischi finanziari, premorienza del principale percettore di reddito in una famiglia. Potrebbe appunto rappresentare uno strumento a disposizione degli stati per valutare l’efficienza di un welfare state integrato (pubblico-privato). Le reti di vendita assicurative lo potrebbero utilizzare per orientare la vendita delle polizze laddove sono effettivamente più utili. Le famiglie ne potrebbero trarre indicazioni importanti sulle loro maggiori vulnerabilità.

Sul piano pratico, però, le metodologie utilizzate per calcolare il protection gap sono molto diverse tra loro al punto che, il più delle volte risultato inservibili o, addirittura, forniscono indicazioni fuorvianti. C’è innanzitutto da considerare una “deviazione assicurativa” per cui quel difetto di protezione è spesso assimilato sic et simpliciter alla sottoassicurazione. E’ il limite ad esempio del “global insurance protection gap” elaborato nel 2014 dalla Geneva Association ma anche dei report annuali di Sigma-Swiss Re sulle catastrofi naturali. Nell’edizione del 2021 sulle Natural Catastrophes di Sigma il global protection gap ($113 miliardi) rappresenta sostanzialmente la differenza tra i danni causati nel 2020 dalle catastrofi naturali ($190 miliardi) e gli oneri posti a carico del settore assicurativo ($81 miliardi) . Già ma se lo stato provvede, con le finanze pubbliche, al ristoro dei danni (in tutto o in parte) un paese non è ugualmente protetto? C’è poi una seconda “distorsione” che ha a che vedere con il tempo. Per le catastrofi naturali, il protection gap rappresenta quasi sempre una fotografia “istantanea” del deficit di copertura nel momento dell’evento catastrofico. Quando si calcola invece il mortality risk gap – la conseguenze della morte prematura di un capofamiglia – l’analisi diventa prospettiva e tende, più utilmente, ad indagare ciò che manca a garantire negli anni lo stesso tenore di vita di una famiglia considerando tutte le sue possibili spese (mantenimento, istruzione, sanità etc.) . E’ quanto fa , ad esempio il “Mortality Protection Gap” elaborato nel 2021 dall’Insurance Authority di Hong Kong e lo studio ormai datato – risale al 2006 – elaborato dall’Ania sul “Gap di protezione in Italia”. Si tratta probabilmente dello sforzo più completo realizzato, almeno nella penisola, per includere nel calcolo le principali variabili di copertura privata e pubblica che possono incidere sul benessere. Nel 2005 il deficit di protezione del rischio di mortalità era stato stimato pari a 758 miliardi, 65mila euro in media per ciascuna famiglia. E’ uno studio che andrebbe aggiornato ed allargato ad altre problematiche. Promettenti sono anche alcuni report elaborati in Europa dove, in coerenza con le più recenti indicazioni dell’Eiopa (regulator continentale delle polizze), si cerca di valutare i rischi che verranno, indotti dal climate change. E’ quello che si propone di fare il ponderoso studio “Closing the climate protection gap” pubblicato nel maggio scorso dalla Commissione Europea nel quale soprattutto si segnala la mancanza di metriche e metodologie condivise per intercettare i fenomeni in arrivo.

Mentre, quantomeno, i ricercatori europei hanno il pregio del dubbio, alcuni centri di analisi internazionali accampano sicurezze che non reggono alla prova dei fatti. Swiss Re ha pubblicato in questi mesi il suo “Resilient Index 2021” che fornisce una classifica dei Paesi in base al loro livello di protezione. Per farlo si utilizzano 10 parametri quasi tutti di natura finanziaria (flessibilità fiscale, politica monetaria, sviluppo dei mercati finanziari, complessità dell’economia ) considerati essenziali nel valutare la resistenza agli shock. L’Italia è mal messa in classifica, viene al 23° posto, precedendo di un pelo i paesi del terzo mondo. Ma, esaminando la metodologia dello studio, si rimane perplessi. Un esempio? Nel capitolo relativo alla stabilità del sistema bancario il bel paese è particolarmente svantaggiato con un punteggio (0.10) inferiore a quello, ad esempio, dell’India (0.30) del Messico (0.75) e della Turchia (0,30). Per stilare la classifica sono stati forse utilizzati i parametri oggettivi di Basilea? Nient’affatto. Swiss Re si è affidata alle “percezioni” di un panel del World Economic Forum. Nel gennaio dello scorso anno quelle teste d’uovo svizzere non sono state in grado di “percepire” la pandemia già in arrivo, figuriamoci la solidità dei sistemi bancari!

a cura di Riccardo Sabbatini

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