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La scontata fine dell’ente previdenziale dei giornalisti

Riccardo Sabbatini

L’esito della vicenda era largamente scontato. Il trasferimento all’Inps della previdenza dei giornalisti italiani, deciso con l’art.28 della legge di bilancio presentata dal Governo nei giorni scorsi, mette la parola fine alla convulsa gestione della crisi che negli ultimi anni ha caratterizzato la previdenza dei giornalisti e del loro ente, l’Inpgi. Quest’ultimo paga soprattutto la crisi dell’editoria che ha fatto precipitare ai minimi termini il rapporto tra lavoratori in attività e pensionati, da sempre il più fedele termometro della solidità di una gestione pensionistica. Ebbene nel 2018 (dove arriva l’ultimo bilancio analizzato dalla corte dei conti) poco meno di 10mila rendite (9568, delle quali 2329 di reversibilità) riposavano sulle spalle di appena 14.731 giornalisti in attività. Il buon senso vuole che soltanto unendo tutti i lavoratori in un’unica cassa previdenziale è possibile minimizzare le conseguenze previdenziali delle naturali evoluzioni del mercato del lavoro che vedono continuamente categorie – oggi sono i giornalisti – deperire a vantaggio di altre. Gli unici a far finta di non saperlo sono stati in questi anni i dirigenti dell’Inpgi (e della Fnsi, il sindacato dei giornalisti) che fino all’ultimo hanno proposto stravaganti ipotesi per far sopravvivere, assieme al loro ente, anche i robusti appannaggi di chi lo amministra e lo dirige. Il Governo, per fortuna non si è fatto distrarre andando avanti per la sua strada. Ed ha agito con saggezza, utilizzando per il ricongiungimento all’Inps il medesimo principio del pro-rata che ha rappresentato la bussola delle riforme pensionistiche degli ultimi decenni. In pratica fatte salve le rendite degli attuali pensionati, i futuri assegni previdenziali dei giornalisti verranno calcolati fino al 30 giugno del 2022 – quando si materializzerà il passaggio all’Inps – con le regole ancora oggi in vigore. Dopo questa data i contributi previdenziali si trasformeranno in pensioni come per tutti gli altri lavoratori dipendenti. A cambiare, comunque, sarà ben poco visto che negli anni le regole di pensionamento tra Inpgi ed Inps si sono progressivamente avvicinate. L’unica vera differenza, a ben guardare, riguarda la possibilità di pensionamento anticipato a 62 anni che, per la verità, non piace molto ai giornalisti ma ai loro editori che negli ultimi anni hanno utilizzato questa opportunità per dare una robusta sforbiciata alle redazioni. Con il risultato di peggiorare la qualità media dei giornali e di darsi pertanto la proverbiale zappa sui piedi. Ora dovranno aguzzare l’ingegno per sistemare in altro modo i bilanci delle loro aziende editoriali.

L’unica stranezza della norma inserita nella legge di bilancio riguarda il fatto che l’Inpgi non verrà totalmente riassorbito nell’Inps. All’ente di via Ciro il Grande passerà la gestione previdenziale dei giornalisti in pianta stabile (la cosiddetta gestione sostitutiva dell’assicurazione generale obbligatoria) oltre a 100 dei 200 dipendenti dell’Inpgi. A suo carico rimarrà però la gestione separata, dove sono iscritti i collaboratori dei giornali, i ragazzi che entrano di soppiatto nelle redazioni con remunerazioni da fame (30-50 euro lordi ad articolo). Quella gestione oggi è largamente in attivo perché, a fronte dei contributi incassati, le rendite si contano sul palmo di una mano. Ma, con gli anni, la situazione muterà, quella gestione entrerà in una fase di maturità e sull’ammontare complessivo di pensioni già, prevedibilmente, molto modeste peseranno costi di gestione che attualmente sono almeno cinque volte superiori a quelli dell’Inps. Sarebbe pertanto assai meglio trasferire alla gestione separata del maggiore ente previdenziale anche la corrispondente gestione dei giornalisti. Il governo sembra invece aver dato un contentino alla micro corporazione della carta stampa. Il presidente dell’Inpgi, Marina Macelloni, che fino alla fine ha combattuto contro la confluenza alI’Inps, se ne compiace. “L’Inpgi – ha dichiarato – continuerà ad esistere e continuerà ad essere, come è sempre stato, un punto di riferimento fondamentale dei giornalisti”. Ma di che parla! L’Inpgi del futuro sarà soltanto l’ente dei dropout della carta stampata e digitale.

a cura di Riccardo Sabbatini

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