
In questo frangente storico l’Italia è chiaramente diventata una interessante preda di interessi esteri e sottoposta a scosse telluriche nel mondo dell’economia, della finanza, della logistica, delle infrastrutture strategiche. In una parola sola , del mondo della geopolitica. Perché ormai tutte queste tematiche sono strettamente connesse con la geopolitica.
Tanto per dare alcuni numeri, oggi siamo passati dai 573 milioni di investimenti diretti esteri provenienti dalla sola Cina del 2015 ai quasi 5 miliardi del 2019 ovvero un aumento di quasi dieci volte in quattro anni in settori strategici come energia, reti, aziende ad alto potenziale innovativo e strategico.
Così come è certo l’attivismo francese nel comparto bancario, finanziario e assicurativo o la presenza di importanti fondi internazionali (anche sovrani) nel capitale di alcuni dei più importanti istituti di credito italiani con quote azionarie che vengono sempre più incrementate.
Possiamo senza ombra di dubbio affermare di essere davanti ad una vera e propria “guerra economica”.
Nel XXI secolo l’obiettivo è la costruzione di un potenziale tecnologico, industriale e commerciale capace di attrarre denaro e occupazione sul proprio territorio, attraverso la penetrazione e il progressivo controllo delle filiere di altri paesi.
L’Italia oggi tra “Piano di Ricostruzione” e fondi strutturali e’ seduta su un tesoro di 400 miliardi nei prossimi 6 anni, in settori fondamentali come la transizione ecologica e quella digitale.
Non ci vuole molto a capire che dentro questo perimetro vi è un pericoloso aumento del rischio di azioni a carattere speculativo in direzione di quegli asset industriali o finanziari che, insieme, concorrono a definire ed ad alimentare i nostri interessi economici nazionali. Sopratutto se questi asset sono sottocapitalizzati per problemi legati alla gestione e mancanza di visione strategica oppure alla incapacità di crescere ed espandersi, essi stessi fuori dal territorio nazionale.
La “guerra economica” oggi si fa acquisendo asset privilegiati di un paese, per poi spostare i centri direzionali e produttivi fuori dai confini trasferendoli insieme con know how e capitale nel paese “attaccante”.
Se queste operazioni dovessero concretizzarsi in manovre speculative sul sistema bancario o assicurativo ( Generali, Unicredit, Mediobanca ) che detiene quote significative del nostro debito pubblico sovrano, o in scalate ” amichevoli ” nell’azionariato o nel controllo dei processi operativi di imprese che lavorano nel campo delle infrastrutture strategiche ( Tim ne è un chiaro esempio ) , si capisce come il tema assuma una rilevanza che travalica il campo delle singole politiche di settore per entrare nel terreno della politica di sicurezza nazionale.
Detto questo l’attacco del Fondo KKR alla nostra TIM non sorprende ma è il segnale di avvio di un assestamento che toccherà, se non verranno prese delle decisioni a breve, anche il settore finanziario ed assicurativo.
Proprio questa mossa straniera che potrebbe far intervenire ( anche se la cosa non è del tutto scontata ) il Governo italiano a difesa del settore strategico delle telecomunicazioni potrebbe favorire ed accellerare una eventuale mossa , tutta italiana ( leggasi Del Vecchio e Caltagirone ), verso Generali, Mediobanca ed anche Unicredit , di cui si era già discusso, per creare quel maxi polo di Bancassurance che metterebbe questi asset in sicurezza da eventuali scalate straniere, e nel contempo permetterebbe una espansione estera dove l’Italia, questa volta diventerebbe da cacciato , il Cacciatore.
In conclusione dobbiamo comunque sottolineare che all’Italia manca ad oggi una Intelligence economica avendo capito che oggi la sicurezza nazionale si snoda su pilastri come energia, finanza ed economia, spazio cibernetico, aerospazio e industria della difesa, settori che non possono più essere gestiti come a sé stanti, ma ricondotti ad una “Strategia della sicurezza nazionale”.
Conviene farlo subito , se siamo ancora in tempo, prima che si troppo tardi .