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Fonage e Fondi Previdenziali: la prestazione definita tutela le nuove generazioni?

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Le vicende del fondo pensione Fonage hanno sollevato gigaton di polvere e anni di alluvioni verbali. Un disavanzo tecnico di oltre 500 milioni di euro che richiese un’opera di salvataggio complicata e dolorosa: un piano di risanamento per riportare il fondo pensione agenti di assicurazione alla gestione ordinaria a fine 2016, dopo 18 mesi di commissariamento e annesso lauto compenso al commissario (ovviamente pagato dagli agenti aderenti), il quale concluse il suo incarico con un dossier di 75 pagine, chissà perché rimasto “top secret”.

Il piano del commissario straordinario Ermanno Martinetto portò all’azzeramento del disavanzo, ma per tornare a una situazione di stabilità venne, per forza di cose, usata la scure con gli agenti che persero fino al 50% dei contributi versati. Insomma, le solite lacrime e il solito sangue, ma quella era l’unica opzione percorribile per evitare la liquidazione del fondo che avrebbe portato all’inevitabile perdita dei risparmi di tutti gli iscritti e provocato un danno di immagine enorme per l’intera categoria chiamata a offrire soluzioni previdenziali.

Non proprio una storia brillante da esporre in vetrina. A maggior ragione se si rileggono alcune note del commissario straordinario laddove, ad esempio, ricordava come la situazione di crisi del fondo fosse anche conseguenza della decisione presa nel 2003, quando “a fronte dello squilibrio finanziario che già cominciava a manifestarsi nelle pieghe dei bilanci tecnici, aumentò i contributi lasciando inalterate le prestazioni”. Da quel momento, “le nuove generazioni di aderenti sono state penalizzate scaricando su di esse il costo della generosa promessa pensionistica riconosciuta ai loro colleghi già iscritti al Fondo”.

Una discrasia che, detto tra parentesi, non è stata cancellata poiché Fonage ha mantenuto la caratteristica di fondo a prestazione definita per la pervicace ostinazione dello Sna. Va infatti ricordato come Anapa e Unapass (ancora operativa al tempo, prima di confluire in Anapa), avessero contrattato con Ania e il Ministero del Lavoro, un contributo straordinario (25 milioni una tantum) e uno annuale di 100 euro vita natural durante (che poteva essere maggiorato a discrezione di ogni singola impresa) per ciascuno dei circa 11.000 iscritti (pari a circa 1,1 milioni annui), a fronte di medesimo contributo da parte dell’aderente, a patto di trasformare Fonage in un fondo a contribuzione (invece che a prestazione) definita, come sono (obbligatoriamente) tutti i fondi pensione istituiti dopo la legge di riforma sulla previdenza complementare.

Aver bocciato quell’ipotesi e imposto il mantenimento dello status a prestazione definita – una soluzione più favorevole ai vecchi iscritti e invece assai dannosa per i giovani agenti, come ha preteso lo Sna – ha comportato la perdita per tutti gli agenti dei contributi Ania, l’aumento del contributo a carico delle Compagnie, e come detto, la forte penalizzazione per le giovani generazioni che, nella società di oggi, dovrebbero invece essere al centro delle preoccupazioni di un sindacato di categoria. Chi potrà dire cosa succederà tra soli 10 anni quando gli agenti in pensione saranno molti di più rispetto ai giovani che entreranno in attività, e forse in Fonage, in numero insufficiente per alimentare il sistema a prestazione definita? La domanda sorge spontanea: “Ma a un qualsiasi giovane agente consiglieresti di iscriversi a Fonage?

Si sa, con il passare del tempo le ombre si fanno meno scure, ma riaffiora sempre un retrogusto amaro quando vedi altre categorie ripercorrere gli stessi sentieri nebbiosi.

Il forte stato di crisi dell’Inpgi, l’ente previdenziale dei giornalisti che dal 1 luglio 2022 confluirà nell’Inps, si trascina da tempo. Una storia diversa da quella di Fonage, in considerazione del fatto che il forte disequilibrio dei conti è principalmente dovuto alla devastante crisi dell’editoria e, dunque, dalla forte contrazione delle entrate a copertura delle prestazioni.

È quindi quantomeno curioso assistere all’annibalico piglio con sui Sna Channel interviene sulla questione Inpgi affermando, senza troppe veroniche linguistiche, che “l’esempio da seguire è quello di Fonage”.

Ora va bene tutto, ma ridurre la complessità di una storia piena di curve come quella dell’Inpgi in una narrazione così semplicistica sembra eccessivo, se non fosse che il vero obiettivo dell’articolo è la messa in liquidazione del Fondo Pensione degli agenti di Generali Italia.

È vero quando si dice che le lacune di certe narrazioni possono essere imprevedibili. Ad esempio, si tende a non ricordare che il piccolo Fondo GA.GI, costituito nel 1978 (3 anni dopo della nascita di Fonage) per creare un ulteriore pilastro previdenziale per gli agenti ex Assicurazioni Generali, è stato in grado di fare un’analisi obiettiva in un momento di forte cambiamento normativo, e avvalendosi della consulenza dello studio attuariale Gianpaolo Crenca, e sempre in condivisone con l’Istituto di vigilanza Covip, ha proposto agli aderenti la strada dello scioglimento, su base volontaria, pur essendo ancora in equilibrio, proprio per tutelare le nuove generazioni. Infatti, gli agenti Generali che vi hanno aderito non hanno perso neppure un euro dei loro contributi, a differenza dei loro colleghi aderenti a Fonage.

Il Fondo Pensione degli agenti Generali era un fondo piccolo, certo, di dimensioni troppo ridotte per poter reggere nel tempo e avere costi gestionali sopportabili senza incidere in modo sostanziale sulle performance. Alla fine, si è quindi deciso per la liquidazione, trovando un’adesione quasi unanime. Insomma, tutt’altro che un fallimento considerato che i risparmi accumulati in questi anni dagli iscritti verranno ora trasferiti alle forme previdenziali che ciascuno sceglierà.

In fondo, il bello della democrazia è avere organismi rappresentativi che esprimono posizioni diverse per arrivare a una sintesi. Se non si tiene conto di questo e si continuano a sprecare energie per mettere in cattiva luce “l’altro” invece di affermare le proprie tesi, il messaggio che arriva agli operatori è devastante e non può far altro che alimentare gli iscritti al terzo sindacato: quello dei non iscritti.

a cura di Vincenzo Giudice

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