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Il piano di Generali e i suoi azionisti con la memoria corta

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini

“Cercare accontentare sempre tutti farà inevitabilmente arrabbiare qualcuno”. La Lex del Financial Times, con la consueta ironia, ha commentato così il nuovo piano strategico delle Generali presentato il 15 dicembre scorso dal Ceo del gruppo, Philippe Donnet che, con quel piano, si gioca anche la sua rielezione all’assemblea degli azionisti di aprile. Leggendo i nuovi target della compagnia non si può dar torto al giornale britannico. Generali promette dividendi cumulati di 5,2 -5,6 miliardi nel prossimo triennio rispetto ai 4,5 miliardi distribuiti tra il 2019 ed il 2021. Al tempo stesso stima munizioni finanziarie di 2,5-3 miliardi a disposizione per nuove acquisizioni e, non accontentandosi di tutto ciò, restituisce 500 milioni agli azionisti allo scopo di sostenere le quotazioni del titolo. Si tengono tra loro obiettivi così diversi? Si vedrà. Certo è singolare annunciare acquisizioni e al tempo stesso procedere ad un buyback. O garantire un’imponente remunerazione ai soci che – rimarca con soddisfazione il piano – hanno già ottenuto dal 2016 ad oggi il 111% del capitale investito. Un normale azionista dovrebbe considerarsi soddisfatto da simili risultati e impegni, ma – è sempre FT a sottolinearlo – Francesco Gaetano Caltagirone e Leonardo Del Vecchio non sono “normali” azionisti.

I due soci sono riuniti in un patto di consultazione che già pesa più del 15% e annunciano battaglia, chiedendo la testa di Donnet. Si lamenterebbero – il condizionale è obbligo visto che non hanno reso pubblico il loro programma e neppure la Consob li ha costretti a farlo, come pure potrebbe – del fatto che Generali, in mancanza di grandi acquisizioni, negli anni ha perso terreno nei confronti dei suoi grandi competitor europei (Axa, Allianz e Zurich). Dovrebbero, per la verità, lamentarsi soprattutto con se stessi. Fu il focoso Del Vecchio a pretendere nel 2012 il licenziamento dell’allora Ceo, Giovanni Perissinotto, mettendo la parola fine alla stagione di acquisizioni e nuove iniziative che il Leone aveva intrapreso sotto quella gestione. Perissinotto, assieme all’ex Ad Sergio Balbinot (ora nel board di Allianz), estesero alla Cina l’operatività della compagnia che tornò ad essere un importante player anche nell’Europa orientale. Sempre a loro si deve la nascita di Banca Generali divenuta per profitti la gallina dalle uova d’oro del gruppo. Al loro posto fu chiamato Mario Greco, fortissimamente voluto da Del Vecchio e Caltagirone e la musica è cambiata: stop alle acquisizioni e, al contrario, vendite di asset per 4 miliardi di euro. Per far cassa fu venduta anche una quota del 12% di Banca Generali e molti oggi, a Trieste, se ne rammaricano. Quella strategia, va anche detto, aveva solidi argomenti, principalmente quello di ridurre la dipendenza dal debito di Generali e, all’indomani della crisi dei debiti sovrani, rassicurare gli investitori esteri inquieti per il gran numero di BtP nella pancia della compagnia. Greco, però, fallì almeno in un target compreso nel suo piano. Aveva promesso una crescita delle Generali nei rami danni, dove storicamente marca la maggiore distanza rispetto ai suoi concorrenti, e invece sotto la sua gestione è accaduto proprio il contrario. La raccolta danni di Generali si è ridotta dai 22,8 miliardi del 2012 ai 20,9 miliardi del 2015, l’ultimo anno della sua gestione. In compenso, nello stesso periodo, sono aumentati i dividendi agli azionisti che hanno gonfiato i portafogli di Caltagirone-Del Vecchio, oltre che quelli di Mediobanca (tradizionale primo azionista di Generali), naturalmente. Di nuovo, con il piano strategico di Donnet, si torna a parlare di una crescita dei rami danni, con un incremento parecchio sfidante del 4% annuo nella raccolta dei segmenti non auto. A differenza di quel che accadde ai tempi di Greco Del Vecchio e Caltagirone sembrano contrari. Romolo Bardin (Ad di Delfin, la cassaforte di Del Vecchio) ha polemcamente disertato la riunione del Cda mentre Caltagirone ha votato contro.

a cura di Riccardo Sabbatini

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