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L’effetto domino sulle rendicontazioni di sostenibilità delle aziende

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini

É una specie di effetto domino. Nei giorni scorsi la Sec, la potente authority Usa dei mercati, ha licenziato le sue proposte sui rendiconti di sostenibilità destinate alle società quotate statunitensi. Con il consueto stile asciutto e che bada al sodo, tipico dei regulator d’oltreoceano, la Sec invita le quotate a riferire annualmente nei loro bilanci l’ammontare delle emissioni di gas serra di cui sono responsabili, direttamente o indirettamente. Oggetto delle comunicazioni dovrebbero essere, innanzitutto, le emissioni dirette prodotte dalla società (Ambito 1) e quelle indirette derivanti dall’acquisto di energia elettrica o altre forme di energia (Ambito 2). Non solo. Le società dovrebbero dare piena trasparenza anche sulle emissioni indirette da attività a monte e a valle della propria catena del valore (Ambito 3), se “rilevanti”, o se il dichiarante ha fissato un obiettivo per le emissioni di gas serra che include questo tipo di emissioni. L’effetto domino sta proprio qui, perché a ripercorre all’indietro la supply chain non si finisce più. E neppure a proiettare in avanti il percorso dei propri beni se questi sono semilavorati non destinati ad un consumatore finale (dei chip, ad esempio). Sono realtà che una società non controlla e di cui spesso non ha l’esatta percezione. I costi di compliant di simili norme potrebbero essere stratosferici anche per il fatto che sarebbe quasi inevitabile fare ricorso a consulenti esterni.

Sul fronte opposto ben si comprende l’intenzione del regolatore Usa di evitare che le dichiarazioni sulle emissioni si prestino a operazioni di pura facciata (greenwashing) esternalizzando, ad esempio, le produzioni più a rischio ambientale mantenendo in casa solo quelle “immacolate”.

Il tema riguarda da vicino anche gli assicuratori, già oggetto di periodiche campagne ambientaliste, quando investono in società brown o prestano loro coperture assicurative.

La questione, se vogliamo, è ancora più complicata in Europa dove il tema della rendicontazione di sostenibilità ha avuto inizio (per le grandi imprese) con la direttiva già in vigore sulle informazioni non finanziarie. Ora quel set di regole sta per essere aggiornato e reso più pervasivo con la nuova proposta di direttiva che, nel frattempo, ha cambiato nome (corporate sustainability reporting directive). La regolamentazione continentale è più complessa ed il perimetro è più esteso – riguarda tutti i fattori ESG e no soltanto quelli ambientali – ma la sostanza non cambia. Entrambi i testi proposti che già si conoscono, quello della Commissione Europea e del Consiglio – contengono un obbligo alle imprese a dare piena evidenza degli impatti negativi connessi a “la value chain dell’impresa, le sue relazioni d’affari e la sua supply chain”. C’è poi un set di regole ancora più stringenti in arrivo con la proposta di una Due Diligence sulla sostenibilità (Corporate Sustainability Due Diligence directive) avanzata recentemente dalla commissione europea. Le imprese sarebbero obbligate tra l’altro a verificare che le controparti con cui hanno relazioni d’affari rispettino il loro stesso codice di condotta sulla sostenibilità. Se gli effetti avversi della attività dei partner non possono essere mitigati debbono sospendere le relazioni commerciali e, nei casi più gravi, addirittura chiudere i ponti. Quando le imprese forniscono “credito, prestiti o altri servizi finanziari (assicurativi inclusi sembra di capire, ndr) deve essere svolta l’identificazione degli impatti avversi, potenziali o effettivi, sui diritti umani o sull’ambiente prima di erogare quel servizio”. Le compagnie sono avvertite!

a cura di Riccardo Sabbatini

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