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Le maggiori disuguaglianze frenano il business delle polizze nel mondo

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini

Una lettura solo ideologica del mondo vede spesso le assicurazioni ed il welfare state agli antipodi. Laddove lo sviluppo di un ampio mercato assicurativo è considerato espressione di un modello economico in mano ai più ricchi per perpetuare ed ampliare i loro privilegi. E, al contrario, il welfare state come un sistema di garanzie che, attraverso servizi previdenziali ed assistenziali offerti alla generalità dei cittadini (e finanziati prevalentemente attraverso il fisco), riduce le disparità sociali. La realtà per la verità è più complessa e non c’era bisogno del recente report di Sigma-Swiss Re (“Reshaping the social contract: the role of insurance in reducing income inequality”) per rendersene conto. Tuttavia questo studio ha il merito di sintetizzare in poche cifre, che forse piacerebbero a Thomas Piketty (l’economista che più di tutti ha studiato negli anni recenti le ineguaglianze nella distribuzione del reddito), il ruolo positivo svolto dall’ industria delle polizze. Se gli ultimi trenta anni hanno ampliato le disuguaglianze nel mondo, soprattutto quello sviluppato, anche gli assicuratori ne hanno fatto le spese. Le compagnie delle economie avanzate, dal 1990 al 2019 hanno avuto una crescita di premi inferiore di ben $252 miliardi a quella che si sarebbe verificata – ha calcolato il centro studi svizzero – se l’uguaglianza fosse stata meglio presidiata.

Nelle stesse aree del pianeta e nello stesso periodo di tempo il protection gap (la quota dei rischi coperti da un contratto assicurativo) sarebbe risultato inferiore di ben 1700 miliardi per i rischi da catastrofi naturali e di 5400 miliardi nella protezione della mortalità. Cifre così importanti sono soprattutto l’effetto della rarefazione della classe media sperimentata nei paesi più sviluppati e che tradizionalmente svolge il ruolo di volano della crescita economica (anche nel business assicurativo): il ceto medio si è ridotto dal 60 (anni ’80) al 55 per cento (2018) in Usa ed è in declino anche nella vecchia Europa dove tradizionalmente è il gruppo sociale più numeroso (è passato dal 70 al 65 per cento della popolazione in Germania negli ultimi due decenni). L’aumento del populismo della disgregazione sociale viene da lì e trova un corrispettivo anche nella minore propensione dei “nuovi poveri” a comprare protezione assicurativa. Il trend è opposto nelle economie emergenti dove, soprattutto in Asia e America Latina, la classe media è in crescita trainata da uno sviluppo economico più pronunciato. Ma poiché in quelle zone del mondo l’industria assicurativa è ancora agli albori l’incremento dei premi, che pure si è manifestato, non è stato sufficiente a bilanciare la minore crescita nei paesi più avanzati e con un’industria assicurativa più matura.

Non in tutti i rami assicurativi si manifestano poi le stesse dinamiche. Sicché nei rami danni la maggiore disuguaglianza equivale ad una minore protezione della famiglia. Nei rami vita invece – è il punto di vista di Sigma-Swiss Re – la disuguaglianza può essere vantaggiosa nelle economie emergenti perché i”nuovi ricchi” tendono a destinare al risparmio un quota maggiore dei redditi.

Il rapporto tra disuguaglianze e industria delle polizze rinvia ad un concetto, quello della mutualità, che gli assicuratori ben conoscono perché rappresenta uno dei capisaldi fondativi del loro business. É un aspetto che il report di Sigma-Swiss Re ignora ma che invece meriterebbe qualche attenzione. Mettendo in comune rischi dalla bassa frequenza ma dal forte impatto economico le famiglie si proteggono con una polizza dai pericoli maggiori in cui si possono imbattere. Ma proprio su questo fronte, e soprattutto nei rami danni, si sono manifestate le maggiori novità negli ultimi anni. Trainate dalle potenzialità rese possibili dalla rivoluzione digitale e dai big data, le compagnie stanno riducendo la componente di mutualità delle loro polizze cercando di identificare un pricing del rischio adeguato per ogni specifica classe di consumatori. In questo modo modo gli assicurati sono incentivati ad adottare comportamenti virtuosi, ciò che riduce la frequenza dei sinistri ed anche il costo delle coperture. Ma tutto questo crea nuove disuguaglianze perché, alla fine, esisterà sempre una classe di consumatori più rischiosi per i quali il costo delle polizze diventerà sempre più caro. Perdere il rating di “buon assicurato” comporterà per molti il concreto pericolo di non trovare più assicuratori disposti a prendere in carico i loro rischi, sempre meno mutualizzati. Sarà lo stato a farsene carico? Tutto dipenderà dalle diverse alchimie in cui nel futuro prenderà forma la partnership pubblico-privati nello stato sociale, dalle catastrofi naturali, alla previdenza, all’assistenza sanitaria. Mantenere gli incentivi giusti per stili di vita e comportamenti meno rischiosi ma, al tempo stesso, consentire anche agli ultimi della classe di rimettersi in carreggiata dovrebbe rappresentare un obiettivo fondamentale per politici ed assicuratori illuminati. É un’accoppiata che si manifesta raramente nella pratica. Diversamente, però, l’industria delle polizze continuerà probabilmente a macinare utili anche nel futuro ma contribuendo a seminare attorno a sé nuove diseguaglianze.

a cura di Riccardo Sabbatini

Leggi anche Il mondo, anche quello delle polizze si sta separando

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