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Le illusioni del protection gap

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini

Nel 2022 l’Italia guadagnerà 5 posizioni ma non avrà motivo per rallegrarsene troppo. Nel 2022 si dovrebbe comunque classificare al 23mo posto dell’indice di resilienza globale (resilience index) calcolato da Swiss Re, una metodologia che misura la capacità dei paesi di assorbire gli shock in cui si può imbattere. Anche nell’anno in corso, insomma, il bel paese sarebbe superato in resilienza da Spagna, Portogallo e Cina, arrivando subito prima dell’India! É credibile un simile indice? L’interrogativo è legittimo considerando che tra gli indicatori presi in considerazione c’è la percezione sulla salute del sistema bancario attinta dal World Economic Forum (WEF), altra istituzione svizzera, campione per la verità di previsioni sbagliate. In quella quella speciale classifica l’Italia, chissà perché, nel 2021 si è classificata all’ultimo posto nel mondo, proprio all’ultimo, preceduta da paesi come Turchia, Messico, Brasile.

L’obiettivo del gigante riassicurativo svizzero è ambizioso. In aggiunta all’indice di resilienza macroeconomica Swiss Re calcola anche un indice di resilienza assicurativa per valutare il contributo che l’industra delle polizze può dare nel ridurre i principali rischi del pianeta (nelle catastrofi naturali, nella salute e nel rischio di mortalità). E giunge, per questa via a determinare il protection gap globale cioè l’ammontare dei premi assicurativi necessari per coprire le lacune nella protezione.

Ben si comprende la finalità di marketing che sottostà a simili metodologie. Un protection gap in aumento segnala le potenzialità di crescita dell’industria delle polizze globale. E infatti, guarda caso, quell’indicatore continua a crescere anno dopo anno. Nel 2021, secondo i ricercatori svizzeri, ha raggiunto nel mondo i 1420 miliardi di dollari (rispetto ai 1380 miliardi del 2020). Come nel gioco dell’oca si torna alla domanda iniziale: è credibile tutto questo?

Il fatto è che mettere assieme varianti macroeconomiche (stabilità fiscale, politica monetaria etc.) e micro, come quelle che attengono ai comportamenti degli intermediari assicurativi, è un gioco complesso. C’è il rischio di stabilire correlazioni che poi, alla prova dei fatti, non stanno in piedi.

Non proveremo neppure a contestare le poderose argomentazioni messe in campo da Swiss Re. Tuttavia la diffidenza sulla validità di simili calcoli è giustificata almeno da due considerazioni. La prima: in tutti i paesi c’è una differente combinazione tra pubblico e privato. In Italia ad esempio quasi l’intero spettro dei rischi fa capo, formalmente, al sistema pubblico. Sappiamo perfettamente come il nostro welfare state faccia acqua da tutte le parti proprio per la pervasività che ancora oggi lo caratterizza e la mancanza di serie riforme che disciplinino la responsabilità, rispettivamente, delle amministrazioni pubbliche e, ad esempio, delle compagnie di assicurazione. Cionondimeno, in caso di terremoto o alluvione è lo stato ad intervenire. Poco e tardi ma interviene. In caso di grave malattia o di un impegnativo intervento chirurgico normalmente gli italiani si rivolgono ad un ospedale pubblico, non ad una clinica privata. Gli esempi potrebbero continuare ma il risultato è lo stesso.

Nelle classifiche internazionali degli assicuratori il ranking dell’Italia è quasi sempre mediocre perché viene sistematicamente sottovalutato il contributo dello stato nella soluzione di gravi emergenze. C’è poi un altro aspetto da considerare, la maggiore flessibilità dello stato rispetto alle istituzioni private. Nei rapporti assicurativi ciò che conta è quello scritto nel contratto. Lo stato, di fronte a fatti imprevisti, può invece cambiare rapidamente le regole del gioco. Nel bene come nel male. Quanto è accaduto nel corso della pandemia dovrebbe essere motivo di riflessione. In tutto il mondo i governi (anche quelli di impronta liberista) hanno aperto i cordoni della borsa ai settori economici in difficoltà, hanno allargato le prestazioni sanitarie anche a chi non ne aveva diritto, hanno approvato rapidamente leggi per consentire moratorie sui debiti ed impedire i fallimenti a catena delle imprese. Le assicurazioni “prigioniere” dei loro contratti, hanno chiuso l’anno della pandemia con floridi bilanci ma il loro contributo a risolvere le emergenze di famiglie ed imprese è stato modesto. Chissà se i ricercatori di Swiss Re se ne sono accorti.

a cura di Riccardo Sabbatini

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