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Qual è il fair value per i consumatori? Fa discutere un documento della FCA inglese  che  annuncia un nuovo paradigma nella regolamentazione

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini

I regulator assicurativi scrutano il futuro alla ricerca del prodotto giusto. Il nuovo mantra delle authority si chiama “consumer duty” e sta spostando sempre più in avanti nel tempo il periodo di osservazione entro il quale valutare se un prodotto o servizio finanziario è conveniente per un cliente. La new wave viene dalla Gran Bretagna dove la FCA, la (responsabile di impartire le regole agli intermediari finanziari), ha appena pubblicato un report destinato a segnare uno spartiacque nella regolamentazione dei prodotti finanziari. Si intitola “New Consumer Duty” e stabilisce il principio che i provider di prodotti e servizi finanziari debbano “agire per ottenere buoni risultati per i clienti al dettaglio”. Può sembrare una banalità ma declinare quella semplice regola sarà tutt’altro che semplice per banche, assicurazioni, gestori patrimoniali. Potrebbe perfino rivelarsi una chimera. Vediamo perchè. Attualmente la regolamentazione stabilisce a carico degli intermediari norme di diligenza e di buona condotta da rispettare nel momento in cui il loro cliente sottoscrive un contratto. Così come avviene oggi anche in futuro dovranno “considerare le esigenze, le caratteristiche e gli obiettivi dei loro clienti” ma, in aggiunta “dovranno comprendere e dimostrare se tali obiettivi sono stati raggiunti per ottenere buoni risultati per i clienti”. Quello che cambia è il tempo perchè in effetti l’intero periodo post vendita dovrà diventare oggetto di attenzione ed analisi fino alla scadenza del contratto.

In questo quadro, già così complesso, il regulator inglese colloca un concetto, quello di fair value, di difficile digestione. Il fair value è un termine noto nell’industria finanziaria, laddove il “valore giusto” indica il prezzo rilevato da un’azione o un bond nel mercato, frutto della contrattazione tra domanda e offerta. Laddove manca un mercato attivo (ad esempio in caso di titoli non quotati o opzioni finanziari) si ricorre ad approssimazioni o a modelli matematici. Nel framework regolamentare della Fca il concetto diviene ancora più soggettivo ed evanescente. Diviene – spiega un report di KPMG – uno dei quattro risultati rilevanti per attestare il consumer duty. Si affianca ai risultati relativi a prodotti e servizi, alla comprensione del consumatore e all’assistenza al consumatore. In quel contesto è difficile maneggiarlo tuttavia. Un risultato equo – fa presente uno studio dei legali di Herbert – Smith – Freehills “non è sempre un buon risultato dal punto di vista del cliente. Continueranno a verificarsi situazioni in cui un cliente rimarrà deluso, ad esempio dalla performance di un investimento, anche se l’impresa ha rispettato sia la lettera che lo spirito dell’obbligo. Le ‘buone pratiche’ non sempre si traducono in ‘buoni risultati’”.

Applicare i nuovi principi nel settore assicurativo sarà ancora più complicato. Quel business, infatti è caratterizzato dall’inversione del ciclo produttivo: i ricavi (i premi) precedono i costi (risarcimenti o restituzione dei capitali). In che modo una compagnia potrà capire se, e soprattutto, quando ha realizzato un buon risultato per il suo cliente? Gli intermediari – ha spiegato il direttore del settore assicurativo della FCA Matt Brewis a un recente seminario dell’Abi, l’associazione degli assicuratori britannici – dovranno iniziare a porsi alcune domande:

“ll costo del prodotto riflette il costo del rischio sottoscritto? Quanto del premio richiesto viene utilizzato per pagare i sinistri o viene restituito al cliente al termine della polizza? Quanta parte del premio viene prelevata come commissione attraverso la catena di distribuzione, sia nel momento iniziale che nel corso della vita del prodotto?” Un pessimo combined ratio (rapporto tra spese totali e premi incassati) sarà l’indicatore di un ottimo consumer duty? Alcuni assicuratori iniziano a temerlo.

La Fca ha iniziato ad affrontare questi problemi analizzando l’andamento delle assicurazioni domestiche. Ha così scoperto che la percentuale di risarcimenti sulla copertura base (vedi tabella) era molto più alta di quella delle coperture accessorie valutate separatamente.

Dalle parole è già passata ai fatti. Ha posto un divieto al cosiddetto price walking – è in vigore dall’inizio dell’anno – per le assicurazioni auto e casa, cioè alla pratica di agevolare con prezzi migliori i nuovi clienti rispetto a quelli più fedeli. I risultati però non sono andati nella direzione auspicata dal regolatore. Si è scoperto nella rc auto che le compagnie preferivano togliere le agevolazioni ai nuovi entranti piuttosto che allargarle all’intera platea degli assicurati. Sicché ha evitato di riproporre la sua “medicina” nel documento sul consumer duty. “Non crediamo – ha ammesso nel suo nuovo documento – che tutte le differenze di prezzo tra nuovi clienti e quelli già esistenti provochino necessariamente un danno quando gli sconti anticipati sono chiari e trasparenti e l’azienda può dimostrare che entrambi i gruppi ricevono un fair value”. Anche per le azioni dei regulator, alla fine, contano i risultati.

a cura di Riccardo Sabbatini

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