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Una frontiera mobile: il riparto di competenza tra Giudice ordinario e Tribunale per i minorenni nella riforma dell’art. 38 

Pubblichiamo un intervento di Michele Angelo Lupoi, Professor of Civil procedure at the University of Bologna; lawyer practising civil law

La riforma del processo civile (c.d. riforma Cartabia), in ambito di diritto processuale di famiglia, ha introdotto interessanti innovazioni nell’art. 38 disp. att. c. c., sul riparto di competenza tra Tribunale ordinario e Tribunale per i minorenni.

La versione originale della norma, ferma una competenza generale residuale del Tribunale ordinario per tutti i procedimenti e le materie non espressamente riservati al giudice specializzato, attribuiva al Tribunale per i minorenni la competenza, oltre che nelle altre ipotesi previste dalla legge, in materia di provvedimenti di cui agli artt. 84 (autorizzazione del matrimonio del minorenne), 90 (nomina del curatore del minore per la stipula di convenzioni matrimoniali), 171 (interventi giudiziali sul fondo patrimoniale), 194, comma 2 (costituzione di usufrutto giudiziale sui beni divisi della comunione), 250 (riconoscimento di figli naturali), 252 (affidamento del figlio naturale ed inserimento nella famiglia legittima), 262 (sul cognome del figlio), 264 (sull’impugnazione da parte del riconosciuto), 269, comma 1, in caso di minori (dichiarazione giudiziale di paternità e maternità), 316 (interventi giudiziali sull’esercizio della potestà dei genitori), 317 bis (interventi giudiziali sull’esercizio della potestà), 330 (decadenza dalla potestà sui figli), 332 (reintegrazione nella potestà), 333 (interventi sulla condotta del genitore pregiudizievole ai figli), 334 (rimozione dell’amministratore del patrimonio del minore), 335 (riammissione nell’esercizio dell’amministrazione), 371, ult. comma (provvedimenti circa l’educazione e l’amministrazione del minore) del codice civile.

In particolare, rispetto ai figli di genitori non coniugati, al giudice specializzato erano attribuite le controversie relative all’affidamento della prole, restando quelle a contenuto patrimoniale di spettanza del giudice ordinario. Rispetto alle coppie non coniugali, dunque, ci si trovata di fronte ad una competenza frammentata che creava non pochi problemi di coordinamento e di spese.

Una prima innovazione arrivò con la legge n. 54 del 2006, che introdusse nel nostro ordinamento l’affidamento condiviso della prole minorenne.

La legge n. 54, in effetti, non si occupava in via diretta di competenza. Essa però metteva in stretta correlazione la questione del mantenimento e quella dell’affidamento, facendo dipendere il riconoscimento di un assegno perequativo anche in considerazione dei tempi di permanenza della prole con ciascun genitore. Apparve subito evidente, agli interpreti, che la decisione sulle due questioni dovesse avvenire nell’ambito di un unico procedimento.

In effetti, la Cassazione era giunta a ritenere che tale concentrazione dovesse avvenire avanti al giudice specializzato, cui dunque si riconobbe competenza anche sulle questioni al mantenimento dei minori.

A distanza di pochi anni, peraltro, lo scenario subì un’ulteriore innovazione, a seguito della riforma della filiazione, ad opera della legge n. 219 del 10 dicembre 2012 (cui fece seguito il decreto legislativo n. 154, del 28 dicembre 2013).

In tale occasione, il legislatore intervenne con una sostanziale riscrittura dell’art. 38 disp. att. c. c.

In primo luogo, venne “ridistribuita” la competenza tra Tribunale ordinario e Tribunale per i minorenni.

A quest’ultimo, in particolare, è stata riservata la competenza per i provvedimenti di cui agli artt. 84, 90, 251, 317-bis (adozione dei provvedimenti nei confronti dell’ascendente al quale è impedito l’esercizio del diritto di avere rapporti coi nipoti), ultimo comma, 330 (decadenza dalla potestà sui figli) 332, 333, 334, 335, 371, ult. comma del codice civile.

Venne invece, al giudice minorile, la competenza sui procedimenti sulla responsabilità genitoriale diversi da quelli de potestate.

La disciplina del contenzioso tra genitori non coniugati è passata al tribunale ordinario.

In sostanza, ferma la concentrazione delle diverse questioni avanti al medesimo ufficio giudiziario, la scelta del legislatore è andata in senso opposto a quella della giurisprudenza di legittimità.

La legge n. 219 del 2012, inoltre, introdusse nell’art. 38 disp. att. c. c., una sorta di competenza “per attrazione” dal Tribunale per i minorenni a favore del Tribunale ordinario.

In particolare, per i giudizi sulla responsabilità genitoriale instaurati dopo l’entrata in vigore della l. 219/12, ovvero dopo l’1 gennaio 2013  si è configurata una vis attractiva ex lege, dettata da una connessione oggettiva e soggettiva e legata ad un’esigenza di effettività ed uniformità della tutela giudiziale, realizzabile soltanto mediante la devoluzione delle controversie ad un unico giudice, quale che sia il grado delle controversie, in modo da giungere a decisione unitarie e coerenti.

La norma, nella sua formulazione originaria, stabiliva che, qualora, avanti al giudice ordinario, fosse in corso un procedimento sulla crisi del rapporto matrimoniale \ genitoriale, tale giudice sarebbe diventato competente anche per i procedimenti di cui all’articolo 333 c. c. (ovvero quelli a carattere “limitativo” della responsabilità genitoriale), i quali sarebbero, quindi, stati sottratti alla competenza del Tribunale per i minorenni.

In questo modo, si è messo il giudice della crisi genitoriale in condizione non solo di decidere in merito alla disciplina dell’affidamento e ai tempi di permanenza dei figli con ciascun genitore, ma anche di emettere eventuali provvedimenti di natura più “penetrante”, in presenza di situazioni che giustificassero interventi limitativi della responsabilità genitoriale.

Il primo comma dell’art. 38 disp. att. c. c., nel testo introdotto nel 2012, peraltro, in maniera abbastanza oscura, subito dopo avere proclamato “l’attrazione” relativa all’art. 333 c. c. di cui si è appena dato conto, nella frase finale affermava: “in tale ipotesi per tutta la durata del processo la competenza, anche per i provvedimenti contemplati dalle disposizioni richiamate nel primo periodo, spetta al giudice ordinario”. In altre parole, la norma, con una formulazione tutt’altro che lineare, pareva estendere la competenza del giudice della separazione e del divorzio anche a tutti gli altri provvedimenti previsti dagli articoli elencati nel primo periodo dell’art. 38 disp. att. c. c. (ovvero gli artt. 84, 90, 330, 332, 334, 335 e 371 ult. comma c. c.), configurando una generale attrazione, davanti al giudice ordinario chiamato a pronunciarsi su una crisi matrimoniale/genitoriale, di tutte le controversie per cui fosse prevista la competenza del Tribunale per i minorenni, comprese quelle relative alla decadenza dalla potestà ai sensi dell’art. 330 c. c.

Tale interpretazione, invero, non ha trovato unanimi consensi: in effetti, una generalizzata attrazione della competenza in capo al giudice ordinario appariva poco ragionevole, almeno per alcune delle ipotesi contemplate (ad esempio, non si comprendeva la ratio dell’attribuzione al giudice della separazione del potere di autorizzare il matrimonio del minorenne). In particolare, alcuni interpreti hanno tentato di escludere l’applicazione della parte finale del primo comma dell’art. 38 disp. att. c. c. ai “provvedimenti” di cui all’art. 330 c. c., onde preservare, al riguardo, la pienezza della competenza del Tribunale per i minorenni, attesa la delicatezza della materia, alla luce anche della precedente giurisprudenza in materia.

Altri ancora hanno proposto di valorizzare l’uso della parola “provvedimenti” nell’ultimo periodo dell’art. 38, comma 1, giungendo ad affermare che il Tribunale ordinario, adito per la separazione, il divorzio o il giudizio ex art. 316 c. c., potesse, per ragioni di economia processuale, in quella sede, eventualmente pronunciare la decadenza della potestà, senza però attribuire allo stesso l’intero procedimento e ferma la competenza del Tribunale per i minorenni sul ricorso proposto direttamente ai sensi dell’art. 330 c. c.

Alcuni, inoltre, sempre valorizzando l’utilizzo della parola “provvedimenti”, hanno affermato che la competenza del giudice ordinario su una (nuova) domanda di decadenza si sarebbe potuta prospettare solo qualora fosse già pendente in quella sede una procedura ex art. 333 c. c., con una sorta di “progressione” nella gravità della situazione comunque già sottoposta all’attenzione del giudicante.

Tali rilievi non apparivano condivisibili. Il testo e la ratio della nuova disposizione ne facevano infatti ritenere più corretta una lettura “estensiva”, alla cui stregua, coi limiti soggettivi esaminati infra, il Tribunale ordinario fosse investito della competenza per tutti i provvedimenti (compresi quelli di cui all’art. 330 c.c.) altrimenti demandati, al giudice minorile.

In questo modo, peraltro, da un lato, si evitava che il Tribunale per i minorenni, adito ai sensi dell’art. 330 c. c., all’esito degli accertamenti compiuti (potenzialmente lunghi e costosi), giungesse a ritenere che non ci fosse spazio per una pronuncia di decadenza e dovesse spogliarsi della competenza a favore del giudice ordinario per eventuali provvedimenti limitativi comunque opportuni;

dall’altro si teneva nella dovuta considerazione la “mobilità” del confine tra le misure previste, rispettivamente, dall’art. 333 e 330 c. c., nel prisma del procedimento minorile, non vincolato dal principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato.

La Cassazione, dopo una prima ordinanza invero un poco “obliqua”, ha espressamente condiviso la lettura della norma qui prospettata, favorevole all’inclusione, nella vis attractiva, anche dei provvedimenti di cui all’art. 330 c. c.

È stata così respinta una suddivisione atomistica dell’art. 38 disp. att. c. c. nelle varie parti che lo compongono, adottando, come chiave interpretativa, il principio di concentrazione delle tutele.

I problemi applicativi posti dall’art. 38 disp. att. c. c., nella versione del 2012, erano numerosi. Per quanto ci interessa qui, si può menzionare, in primo luogo, il fatto che il suo primo comma non menzionasse i procedimenti di modifica delle condizioni di una separazione o di un divorzio ai fini della “competenza per attrazione” di cui si è parlato più sopra. Per via interpretativa, comunque, si arrivava ad affermare che la vis attractiva operasse anche rispetto a tali giudizi, in cui senz’altro possono venire in rilievo nuove circostanze idonee a limitare, se non ad escludere, la responsabilità genitoriale. Si faceva, peraltro, l’eccezione per i provvedimenti pronunciati ai sensi degli artt. 330 e 333 c. c., sui quali permaneva la competenza del giudice specializzato.

Nel silenzio della norma, inoltre, sul piano dei suoi limiti oggettivi di operatività, si opinava che la vis attractiva a favore del Tribunale ordinario potesse essere esercitata solo qualora, nel procedimento in corso in quella sede, si agitassero questioni relative all’affidamento dei minori: essa, dunque, non avrebbe operato, ad esempio, qualora, in seno al procedimento di separazione, si fosse già deciso con sentenza non definitiva in merito a tali aspetti, con prosecuzione del giudizio solo sulle questioni patrimoniali.

Allo stesso modo, in caso di procedimento pendente in appello, non avrebbe avuto luogo il trasferimento temporaneo di competenza per l’ipotesi in cui l’impugnazione non avesse avuto ad oggetto l’affidamento dei minori.

In simili casi, dunque, l’azione proposta avanti al Tribunale per i minorenni sarebbe potuta proseguire senza alcuna pronuncia di incompetenza.

Per la Cassazione, inoltre, una competenza del Tribunale per i minorenni residuava rispetto alle situazioni che potevano determinare l’apertura di un procedimento volto alla dichiarazione di adottabilità o a misure minori quali l’affido etero-familiare, sul presupposto che i procedimenti limitativi o ablativi della responsabilità genitoriale, in queste ipotesi, non fossero dettati da un conflitto genitoriale e fossero saldamente ancorati alla competenza del giudice specializzato.

La “competenza per attrazione” prevista dall’art. 38 disp. att. c. c., inoltre, aveva (ed ha) un esplicito limite soggettivo di operatività: l’attrazione avanti al Tribunale ordinario dei provvedimenti altrimenti riservati al giudice specializzato postula, infatti, l’identità delle parti coinvolte.

Da questo punto di vista, legittimati a proporre i procedimenti di separazione o divorzio sono esclusivamente i genitori, mentre gli artt. 330 e 333 c. c. individuano una più ampia gamma di soggetti legittimati a chiedere provvedimenti limitativi o ablativi della responsabilità genitoriale.

Si possono, quindi, “trasferire” avanti al Tribunale ordinario solo i procedimenti pendenti avanti al Tribunale per i minorenni tra i genitori, perché soltanto in questo caso vi sarà identità di parti nel senso richiesto dalla norma in esame. Potrà invece essere proposto (e proseguire) avanti al Tribunale per i minorenni un procedimento attivato da un soggetto diverso dai genitori \ coniugi, come nel caso dei nonni.

Sul piano della identità soggettiva tra procedimenti, qualche dubbio si era posto rispetto al ruolo del p.m., qualora l’azione avanti al Tribunale per i minorenni fosse instaurata su sua iniziativa, nei casi previsti dalla legge. Ci si è chiesto, infatti, se, in questi casi, si configurasse una identità di parti tra il p.m. “attore” avanti al Tribunale specializzato e il p.m. che, ai sensi dell’art. 70 c. p. c., deve comunque intervenire nei procedimenti di separazione e di divorzio.

Al riguardo, si riteneva senz’altro irrilevante la diversità soggettiva tra i magistrati che ricoprono l’ufficio nei diversi uffici: ciò che avrebbe dovuto essere considerato, piuttosto, era che i ruoli e i poteri del p.m. sono diversi nelle varie ipotesi qui contemplate: nei procedimenti di separazione e divorzio, infatti, egli deve spiegare intervento necessario ai sensi dell’art. 70 c. p. c., mentre, in alcune delle controversie per cui è competente il Tribunale per i minorenni, assume a tutti gli effetti la qualità di parte, potendo proporre la relativa domanda, con pienezza di poteri.

La Cassazione inizialmente aveva prospettato che vi fosse diversità di parti, con riferimento a un procedimento avanti al Tribunale per i minorenni avviato su ricorso del P. M.

In seguito, nel 2015, la Cassazione è giunta a concludere che il p. m. presso il Tribunale per i minorenni, organo d’impulso, potesse trovare, ove interessato, un sistema di raccordo con l’omologo ufficio del Tribunale ordinario, nei limiti in cui quest’ultimo debba partecipare al procedimento riunito ex art. 70 c. p. c. L’applicabilità della vis attractiva non poteva, per contro, essere vanificata ritenendo che, nell’ipotesi qui analizzata, ci si trovasse di fronte a procedimenti con parti diverse.

Tale orientamento è stato in seguito confermato, ritenendo che non potesse assumere rilevanza preclusiva all’opera della vis attractiva la sola diversità di ruolo del p. m. nei due giudizi concorrenti, tenendo presente che ciò non incide sull’esigenza, che l’art. 38 disp. att. c. c. mira ad attuare, di concentrazione in un solo processo di due cause in entrambe le quali siano parti i genitori.

Sul piano procedurale, inoltre, il tenore letterale dell’art. 38 disp. att. c. c. aveva fatto pensare ad alcuni (tra cui chi scrive) che la vis attractiva a favore del Tribunale ordinario non operasse solo in caso di prevenzione temporale del procedimento instaurato in tale sede: essa, infatti, si limitava a stabilire che il procedimento in questione dovesse essere “in corso”, senza ulteriori precisazioni.

L’utilizzo di un termine atecnico aveva, quindi, fatto pensare che il legislatore intendesse dare ampia applicazione alla competenza per attrazione del giudice ordinario, svincolandola dalla priorità nella instaurazione del giudizio.

La Cassazione, però, ha letto, nel termine “in corso”, il requisito della prevenzione temporale del procedimento avanti al Tribunale ordinario, invocando ragioni di economia processuale e di tutela dell’interesse superiore del minore, di rilevanza costituzionale e sovranazionale, anche per evitare un possibile “uso strumentale del processo al fine di spostare la competenza”.

In quest’ottica “restrittiva” la competenza per attrazione del Tribunale ordinario non operava rispetto ai procedimenti previamente instaurati avanti al giudice minorile; in altre parole, qualora il procedimento diretto ad ottenere provvedimenti limitativi o ablativi della responsabilità genitoriale fosse stato proposto avanti al Tribunale per i minorenni prima di quello di separazione, di divorzio o ex art. 316 c. c. avanti al Tribunale ordinario, la giurisprudenza di legittimità affermava il principio secondo cui «il tribunale per i minorenni resta competente a conoscere della domanda diretta ad ottenere la declaratoria di decadenza o la limitazione della potestà dei genitori ancorché, nel corso del giudizio, sia stata proposta, innanzi al tribunale ordinario, domanda di separazione personale dei coniugi o di divorzio, trattandosi di interpretazione aderente al dato letterale della norma, rispettosa del principio della perpetuatio iurisdictionis di cui all’art 5, nonché coerente con ragioni di economia processuale e di tutela dell’interesse superiore del minore, che trovano fondamento nell’art. 111 Cost., nell’art. 8 CEDU e nell’art. 24 della Carta di Nizza».

A questo riguardo, la Cassazione ha affrontato un caso invero particolare: un procedimento era stato instaurato ex artt. 330 e 333 c. c. avanti al Tribunale per i minorenni nei confronti del primo figlio di una coppia. In seguito, su iniziativa del p. m., il procedimento era stato esteso alla posizione del secondo figlio. In tale momento, però, tra i genitori pendeva già un procedimento di separazione.

La Cassazione ha stabilito che il procedimento sul primo figlio potesse proseguire avanti al Tribunale per i minorenni, mentre la decisione relativa alla responsabilità sul secondo figlio dovesse essere attribuita per attrazione al giudice ordinario, competente sulla separazione, affermando che il principio di concentrazione delle tutele non sia di per sé sufficiente a giustificare, in ogni caso, la trattazione congiunta delle domande riguardanti tutti i figli nati dall’unione, le cui posizioni possono risultare in concreto differenziate tra loto, e quindi meritevoli di distinta considerazione.

Il giudice di legittimità, inoltre, si è pronunciato nel senso che la locuzione “per tutta la durata del processo” sta ad indicare un continuum che non si interrompe nelle fasi di quiescenza (in particolare, in pendenza dei termini per l’impugnazione o a seguito dell’insorgenza di cause interruttive o di provvedimenti ex art. 295 c. p. c.), ma esclusivamente con il passaggio in giudicato.

Fino a tale momento, dunque, la competenza in ordine ad ogni azione relativa alla responsabilità genitoriale, anche se proposta successivamente, spetta al Tribunale ordinario.

Dopo la fine del provvedimento avanti al Tribunale ordinario, per contro, viene meno la competenza per attrazione e il Tribunale per i minorenni vede riespandersi la sua competenza.

La legge delega n. 206 del 2021 ha ulteriormente riformato l’art. 38 disp. att. c. p. c., con una nuova disposizione già entrata in vigore a fine giugno 2022.

Il legislatore, in tale occasione, ha inteso chiarire alcuni profili controversi o dubbi, razionalizzando, in particolare, il coordinamento tra le attività del tribunale ordinario e quelle del tribunale per i minorenni. In quest’ottica, da un lato sono aumentate le possibilità di “attrazione” avanti al giudice ordinario di un procedimento pendente avanti al giudice specializzato, dall’altro, quest’ultimo si è vista attribuita, a sua volta, una competenza per attrazione, con riferimento all’attuale art. 709 ter c. p. c.

Il nuovo comma 1° della norma in esame, con riferimento ai procedimenti per cui è prevista la competenza per materia del Tribunale per i minorenni, amplia la “lista”, inserendo quelli di cui all’artt. 250, ultimo comma (autorizzazione del riconoscimento del figlio fatto dai genitori che non abbiano compiuto il sedicesimo anno di età) c. c.

Le principali novità riguardano, però, la vis attractiva dal tribunale ordinario rispetto al tribunale minorile: la nuova norma, da un lato, infatti, i procedimenti rispetto ai quali opera tale attrazione. Oggi, infatti, viene fatto espresso riferimento ai soli provvedimenti di cui dagli articoli 330, 332, 333, 334 e 335 del codice civile. Si tratta di una importante opera di razionalizzazione, che supera le perplessità di cui si è dato conto rispetto al testo previgente e che conduce alla concentrazione nei soli casi in cui essa ha una effettiva funzione.

Aumentano, per contro, le controversie proposte avanti al giudice ordinario che possono attrarre i procedimenti pendenti presso il Tribunale per i minorenni: oltre al giudizio di separazione e a quello di divorzio, si elencano i procedimenti proposti ai sensi degli articoli 250, comma 4 (riconoscimento figlio nato fuori dal matrimonio), 268 (provvedimenti in caso di impugnazione del riconoscimento), 277 (procedimento giudiziale di paternità e maternità), comma 2, e 316 c. c. Inoltre, esplicitando la soluzione già fatta propria da dottrina e giurisprudenza, si fa espresso riferimento ai provvedimenti di cui all’articolo 710 c. p. c. e all’articolo 9 della legge 1° dicembre 1970, n. 898 (nel testo del decreto legislativo n. 149 del 2022, peraltro, a modifica del testo attuale, si fa facendo riferimento, in senso più generico, al procedimento per la modifica delle condizioni dettate da precedenti provvedimenti a tutela del minore).

Sul piano soggettivo, si elimina ogni dubbio circa l’operativa dell’attrazione avanti al giudice ordinario anche se il procedimento de potestate avanti al Tribunale per i minorenni è instaurato su ricorso del pubblico ministero, in linea con gli approdi in precedenza raggiunti per via giurisprudenziale.

Rispetto al rapporto temporale tra i due procedimenti, per contro, la norma riformata va in direzione contraria all’orientamento fatto proprio, in precedenza, dalla Cassazione. Oggi, infatti, il procedimento avanti al Tribunale per i minorenni deve essere trasferito avanti al Tribunale ordinario quando sia ivi già pendente o sia instaurato successivamente uno dei procedimenti sopra menzionati In primo luogo, dunque, si chiarisce che la vis attractiva non presuppone la previa pendenza del procedimento avanti al Tribunale ordinario. È venuto, dunque, meno il requisito della priorità temporale enucleato dalla giurisprudenza (pur nelle perplessità di parte degli interpreti). La norma si applica, peraltro, solo procedimenti tutti iniziati dopo entrata in vigore del nuovo testo.

E’ stata ampliata anche la gamma dei procedimenti che determinano l’attrazione avanti al giudice ordinario. Si segnalano, in particolare, i procedimenti per la modifica di condizioni preesistenti, ratificando qui approdi già consolidati per via interpretativa.

Sul piano processuale, poi, si è chiarito il meccanismo di operatività della vis attractiva. La norma in esame, in effetti, non pone una questione di competenza in senso tecnico, quanto di riunione necessaria tra procedimenti pendenti davanti a giudici diversi.

Tale riunione opera d’ufficio e non richiede una formale riassunzione del procedimento avanti al Tribunale ordinario: piuttosto è il Tribunale per i minorenni a trasmettere gli atti al tribunale ordinario, innanzi al quale il procedimento, previa riunione, continua.

Prima di disporre tale trasferimento, peraltro, il tribunale per i minorenni, d’ufficio o su richiesta di parte, senza indugio e comunque entro il termine di quindici giorni dalla richiesta, adotta tutti gli opportuni provvedimenti temporanei e urgenti nell’interesse del minore. In altre parole, prima di passare la mano avanti al giudice ordinario, il giudice specializzato detta una disciplina provvisoria nell’interesse della prole.

In questo modo, si depotenziano eventuali tentativi di abuso del meccanismo di riunione per sottrarre il procedimento al giudice minorile. I provvedimenti adottati dal tribunale per i minorenni, d’altro canto, conservano la loro efficacia fino a quando sono confermati, modificati o revocati con provvedimento emesso dal tribunale ordinario. Tale conferma/modifica/revoca può essere disposta dal giudice delegato (meglio se previo sopravvenire di nuove circostanze o accertamenti istruttori), con provvedimento a sua volta provvisorio, oppure dal collegio, nella sentenza finale.

La norma prevede altresì che il pubblico ministero della procura della Repubblica presso il tribunale per i minorenni, nei casi di trasmissione degli atti dal tribunale per i minorenni al tribunale ordinario, provvede alla trasmissione dei propri atti al pubblico ministero della procura della Repubblica presso il tribunale ordinario. In questo modo, si garantisce il coordinamento tra gli uffici del p. m. coinvolti nella vicenda.

La nuova disposizione contiene poi una norma tutta nuova, alla cui stregua il tribunale per i minorenni è competente per il ricorso previsto dall’articolo 709-ter c. p. c. quando è già pendente o è instaurato successivamente, tra le stesse parti, un procedimento previsto dagli articoli 330, 332, 333, 334 e 335 c. c. Il decreto legislativo n. 149 del 2022 ha coordinato la disposizione in esame con le nuove norme del rito unitario per la famiglia: si prevede, dunque, nel testo in vigore dal 30 giugno 2023, la competenza del tribunale per i minorenni per il ricorso per l’irrogazione delle sanzioni in caso di inadempienze o violazioni.

La norma non introduce una generalizzata competenza in materia di irrogazione di sanzioni in caso di inadempienze o violazioni dei provvedimenti sulla responsabilità genitoriale. Piuttosto si prevede, in primo luogo, una competenza del tribunale per i minorenni di decidere sui provvedimenti oggi previsti dall’art. 709 ter c. p. c. quando sia ivi pendente un procedimento de potestate. In questi casi, dunque, la parte interessata non potrà proporre un ricorso principale avanti al Tribunale ordinario, ma solo un ricorso incidentale, in seno al procedimento già pendente avanti al tribunale per i minorenni.

La disposizione in esame è arricchita da un meccanismo di vis attractiva al contrario rispetto a quella introdotta nel 2012 e di cui abbiamo dato conto più sopra. Si prevede, oggi, infatti che, nei casi in cui è già pendente o viene instaurato autonomo procedimento previsto dall’articolo 709-ter c. p. c. (da giugno 2023, un procedimento per l’irrogazione delle sanzioni) davanti al tribunale ordinario, quest’ultimo, trasmette gli atti al tribunale per i minorenni, innanzi al quale il procedimento, previa riunione, continua. Questo meccanismo di trasferimento presuppone la proposizione in via principale, avanti al giudice ordinario, di un procedimento ex art. 709 ter c. p. c., non cumulato con una domanda di modifica di condizioni esistenti (poiché il tal caso sarebbe il procedimento avanti al tribunale per i minorenni ad essere trasferito avanti al giudice ordinario).

Si presuppone altresì che, al momento della proposizione di tale ricorso o anche successivamente sia proposto un procedimento de potestate avanti al Tribunale per i minorenni. In effetti, la norma parla espressamente di “riunione” del procedimento per l’irrogazione di sanzioni al procedimento pendente o successivamente proposto avanti al tribunale per i minorenni.

Prima di disporre il trasferimento del procedimento, peraltro, il tribunale ordinario, specularmente a quanto previsto nell’ipotesi opposta esaminata in precedenza, d’ufficio o a richiesta di parte, senza indugio e comunque non oltre quindici giorni dalla richiesta, adotta tutti gli opportuni provvedimenti temporanei e urgenti nell’interesse del minore. Tali provvedimenti conservano la loro efficacia fino a quando sono confermati, modificati o revocati con provvedimento emesso dal tribunale per i minorenni.

a cura di Michele Angelo Lupoi

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