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Tramonta la stella di Davos in un mondo meno globalizzato ma più interconnesso

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini

Dopo aver “ciccato” negli anni scorsi, in tutto o in parte, i due principali rischi in arrivo per il pianeta (la pandemia e la guerra) le teste d’uovo di Davos si affidano alla polycrisis. Tutti i rischi sono interconnessi in una rete inestricabile. E così, se entra in fibrillazione un anello della catena, anche gli altri ne sono destabilizzati. È la novità del “World Risks Report” pubblicato dal World Economic Forum (Wef) in contemporanea con gli incontri annuali della stessa organizzazione a Davos (Svizzera). Gettando dunque una rete a maglie fitte quei santoni sperano che qualche pesciolino questa volta rimanga impigliato! Ecco la definizione di polycrisis: “shock simultanei, rischi profondamente interconnessi e l’erosione della resilienza stanno dando origine al rischio di polycrisis, in cui crisi disparate interagiscono in modo tale che l’impatto complessivo supera di gran lunga la somma di ciascuna parte. L’erosione della cooperazione geopolitica avrà effetti a catena nel panorama dei rischi globali a medio termine, contribuendo anche a una potenziale polycrisis di rischi ambientali, geopolitici e socioeconomici correlati relativi alla domanda e all’offerta di risorse naturali”. La definizione è accattivante e coglie un aspetto dei problemi attuali (l’interconnessione dei rischi) ma, appunto, all’interno c’è un po’ di tutto. A questo punto non varrebbe neppure la pena di stilare una classifica dei rischi emergenti.

Quest’ultima edizione di Davos è stata al centro di molte critiche. Mai come quest’anno gli incontri del Web hanno registrato l’assenza di leader politici di caratura mondiale. Dei membri del G7 è intervenuto soltanto il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Presenti come sempre, invece, i ceo delle grandi multinazionali del pianeta atterrati con i loro inquinanti jet privati nella cittadina elvetica a portare annunci ecologici e distensivi. Non sono mancati neppure gli sberleffi. “Non c’è niente di così nauseante – ha commentato Larry Elliott, giornalista del Guardian e abituale frequentatore degli incontri di Davos – come vedere un gruppo di miliardari che si sbracciano per fare qualcosa contro la disuguaglianza globale ma si rifiutano di accettare che devono pagare un po’ più di tasse”. Questi capitalisti orfani della politica in Svizzera sono un segnale di come il mondo è cambiato. E sottolineano, soprattutto, la crisi della globalizzazione. La rimpiangono le grandi multinazionali che prosperano – assieme ai loro consumatori, occorre dire – un mondo aperto. Ma come fanno i leader mondiali ad accreditare quella narrazione se i conflitti si moltiplicano ed i paesi sono addirittura in guerra tra loro? Per questo si tengono lontani dai summit del WEF. Insomma, il mondo diventa sempre meno globale ma sempre più interconnesso. E questo fa riflettere.

a cura di Riccardo Sabbatini

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