Il MegafonoIn EvidenzaNews

Sostenibilità: i regolatori all’attacco del greenwashing

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini

L’ambientalista americano Jay Westerveld non avrebbe mai pensato che la sua espressione avrebbe avuto tanto successo. Gli era venuta in mente nel 1983 commentando il cartello del suo albergo nelle isole Fiji dove si invitavano i clienti ad appendere in bagno gli asciugamani invece di farli lavare ogni giorno con spreco di acqua e dispersione di detersivo nell’ambiente. Pura ipocrisia, sentenziò, visto che, per il resto, quell’albergatore non sembrava granché interessato all’ambiente. E coniò il termine: greenwashing!

Quell’espressione accattivante negli anni si è affermata con il crescere delle problematiche ambientali ed oggi viene comunemente affibbiata come marchio di infamia a quanti si limitano a dare “una mano di verde” su attività che in realtà hanno ben altro colore. È diventata talmente comune che le tre authority europee sui mercati (Esma, Eiopa, Eba) hanno lanciato in queste settimane una call for evidence per capire cosa si debba intendere con quel termine e, soprattutto, come si fa a circoscrivere il rischio.

Nel documento delle authority manca una definizione di greenwashing, c’è piuttosto una fenomenologia. Ci si chiede, ad esempio, se le informazioni fuorvianti riguardano una società o, piuttosto, i suoi prodotti/servizi; oppure se è intenzionale oppure anche il frutto di errori non voluti. Se è favorito dalla mancanza di norme. Se prende la forma di informazioni fuorvianti o piuttosto si manifesta attraverso l’omissione di informazioni.

Come si fa reprimere i fenomeni opportunistici?

Sebbene manchi una definizione, il greenwashing allude a informazioni fuorvianti. Ed in effetti sono già in vigore regolamentazioni che servono allo scopo e che potrebbero anche intervenire in materia di sostenibilità. Il Forum per la finanza sostenibile ne ha citato alcune: le norme della direttiva sulle dichiarazioni non finanziarie (dnf); le norme sulla concorrenza sleale inserite nel codice del consumo; o quelle che fanno parte del codice dell’autodisciplina pubblicitaria.

In Francia, ad esempio, il greenwashing è richiamato espressamente nel codice del consumo (art. L 121- 2) ed è definito come una pratica commerciale scorretta.

Nel momento in cui stanno prendendo forma gli standard di rendicontazione sulla sostenibilità che entreranno a far parte integrale della informativa societaria – sono richiesti dalla nuova direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità (n. 2464/2022) – altre normative potrebbero entrare “in fibrillazione”. Ad esempio, limitatamente alle società quotate, quelle relative alla manipolazione contenute nella direttiva del market abuse. È una disciplina che colpisce, con sanzioni amministrative e penali, informazioni false o fuorvianti date al mercato. Nel caso delle sanzioni amministrative non è neppure richiesta l’intenzione di provocare una “sensibile alterazione” nel prezzo dei titoli.

La questione è strettamente collegata alla problematica della cosiddetta doppia materialità di cui molto stanno discutendo gli architetti della sostenibilità. Nei nuovi documenti di rendicontazione ESG vanno inserite informazioni rilevanti per gli investitori – è la “materialità” richiesta nei normali documenti di bilancio – ma anche informazioni rilevanti per altri stakeholder (dipendenti, consumatori, pubbliche autorità) contemplando una sorta di “doppia materialità”. Almeno nel primo caso sembrerebbe scontata l’assoggettabilità di informazioni false o fuorvianti sulla sostenibilità alla disciplina del market abuse. Nel secondo il legame è più tenue anche se nel futuro potrebbero affermarsi modelli di “bilancio integrato” che combinino assieme informazioni finanziarie e ESG così da utilizzare un’unica definizione di materialità. Un percorso che, cambiando contesto, ricorda le “convergenze parallele“ di Aldo Moro.

Ma nel frattempo c’è da gestire anche un problema legato, come dire, al “fuoco amico”.

Inizialmente gli impegni green erano annunciati dalle imprese in assenza di regole positive e pertanto il greenwashing era favorito da una assenza normativa. Ma ora che la la regolamentazione in materia sta divenendo asfissiante il medesimo rischio si presenta per il motivo opposto: troppa regolamentazione! E’ quanto hanno sostenuto gli assicuratori di Insurance Europe rispondendo alla Call of Evidence delle tre authority. C’è il rischio di fornire informazioni involontariamente fuorvianti – hanno spiegato – anche per: “la mancanza di chiarezza e incoerenze” di alcune norme dell’UE; “la moltiplicazione e talvolta la contraddizione delle definizioni di ‘verde’”; “la mancanza di maturità delle metodologie e delle metriche” per la misurazione degli impatti sui fattori di sostenibilità.

Un esempio viene dalla direttiva forse più controversa tra quelle attualmente in discussione al parlamento europeo, la “Sustainability due diligence directive”. All’art.15 del progetto legislativo si obbligano gli stati membri a provvedere “affinché le imprese adottino un piano, comprendente azioni di attuazione e relativi piani finanziari e di investimento, per garantire che il modello aziendale e la strategia dell’impresa siano compatibili con la transizione verso un’economia sostenibile e con la limitazione del riscaldamento globale a 1,5 °C, in linea con l’accordo di Parigi”. Ma come fa un’impresa a rispondere ad una richiesta così stravagante. Qualsiasi cosa dica sarebbe passibile di greenwashing!

“I problemi nascono soprattutto dall’efficienza dei sistemi di misurazione e dalla disponibilità dei dati – osserva Pietro Negri, segretario generale  Aiba ed ex-presidente del Forum della finanza sostenibile – Ora che gli impegni di sostenibilità sono più documentabili anche i fenomeni di greenwashing si stanno riducendo. All’inizio, ad esempio, proliferavano i prodotti ex art. 9 del regolamento Eu SFDR (quelli che hanno come obiettivo gli investimenti sostenibili) , ora downgradati ad art. 8 (i prodotti che più genericamente hanno caratteristiche ambientali o sociali) perchè ci si è resi conto che una semplice ‘pennellata di verde’ presenta troppi rischi. Le società procedono più lentamente ma la strada è segnata ed è irreversibile. Chi dirà cose non verificabili correrà il rischio di pagarla cara”.

Anche per Giammaria Famiglietti, Principal e responsabile Sostenibilità di Oliver Wyman Actuarial Europe, “il percorso verso l’integrazione dei fattori ESG nelle compagnie che piaccia o meno è inarrestabile e bisogna farci i conti, con la consapevolezza che si tratta di un percorso appena avviato. In questa prima fase non sono mancati comportamenti ‘allegri’ sugli impegni di sostenibilità. I casi, però si stanno riducendo anche per la pressione dell’opinione pubblica e per i rischi reputazionali connessi a pratiche scorrette. Certo, occorre evitare che la sovrapposizione e la confusione delle norme alimenti, involontariamente, fenomeni di greenwashing ‘regolamentare’”.

a cura di Riccardo Sabbatini

Leggi anche I paradossi di solvency II, esopo ed il lapse risk degli assicuratori

Articoli correlati
EsteroNews

Cina: Ping An emette obbligazioni convertibili per $3,5 miliardi

Le nuove risorse serviranno a finanziare la crescita nel settore della salute e nell’assistenza…
Leggi di più
EsteroIn EvidenzaNews

Allianz: rileverà il 51% di Income Insurance per 1,5 mld euro

La compagnia di Singapore è una delle quattro società del settore nella città-stato asiatica…
Leggi di più
EsteroIn EvidenzaNews

Francia: Allianz mira a reclutare 200 nuovi agenti entro 5 anni

La nuova rete affiancherà quella esistente, occupandosi di collocare prodotti di protezione…
Leggi di più
Newsletter
Iscriviti alla nostra Newsletter
Resta aggiornato sulle ultime novità, sugli eventi e sulle iniziative Intermedia Channel.