
Il battito di una farfalla può innescare un uragano dall’altra parte del pianeta ma se la farfalla non c’è più che potrà accadere? Il celebre esempio della teoria del caos potrebbe risultare utile a comprendere come gli effetti del cambiamento climatico possono influire su ciò che probabilmente ci sta più a cuore, il nostro ecosistema. E, più in particolare sulla biodiversità, termine con cui si intende la diversità degli organismi viventi nei diversi ecosistemi. Ciò che peraltro, contribuisce alla loro sopravvivenza. È la parte “viva” della natura. I cambiamenti climatici influiscono sulla diversità delle specie animali e vegetali ma anche la modifica alla varietà di quest’ultime può accelerare gli effetti del cambiamento climatico stesso, con ricadute anche da un punto di vista sociali in termini, ad esempio, di flussi migratori e rischi geopolitici. Questa fin troppo lunga premessa potrebbe essere considerata banale se non fosse che, attualmente, l’attenzione sui temi della sostenibilità è concentrata soprattutto sul cambiamento climatico e sui modi per gestirlo e contrastarlo. È una scelta di priorità, da parte di società e (anche) regolatori, che rischia di costare cara.
“Le conseguenze della perdita della biodiversità e degli ecosistemi per l’umanità nel suo complesso sono potenzialmente devastanti – a parlare è la società di consulenza Oliver Wyman che in questi giorni ha promosso una tavola rotonda a Milano con la partecipazione di numerosi risk officer assicurativi – le industrie che dipendono fortemente dalla natura generano il 50% del Pil mondiale”. E qui il riferimento d’obbligo non è più alla farfalla ma alle api. Queste possono vivere solo in un ambiente non contaminato. E da loro dipende il processo di impollinazione dei fiori che ha importanti ricadute economiche (e non soltanto la produzione di miele).
Ben si comprende perché la società di consulenza si sia rivolta alle imprese assicurative. La missione di quest’ultime è di coprire i rischi e da tempo sono in prima linea nel sollecitare i propri clienti in un percorso di transizione verso le emissioni net-zero. Quanto la strada sia accidentata si è avuto modo di constatarlo nei mesi scorsi quando le pressioni dell’industria Usa legata al carbone hanno avuto la conseguenza di mandare in frantumi l’alleanza assicurativa sulla sostenibilità nata nell’ambito dell’Onu (la Net Zero Insurance Alliance). Ma, appunto, non ci sono soltanto le resistenze delle imprese. Nei loro modelli operativi le compagnie non devono limitarsi a valutare il peso delle emissioni di carbonio e a studiare i loro effetti sul climate change ma devono volgere lo sguardo anche alle interconnessioni esistenti tra cambiamento climatico, biodiversità e rischi sociali. Già l’analisi delle interconnessioni è un’impresa complessa con molte variabili che entrano in gioco. Ma, in più, c’è un tema che per gli assicuratori è cruciale: la mancanza di dati. Se in generale sulla sostenibilità non esistono serie storiche cui fare affidamento, nel caso della biodiversità dati attendibili ad un livello adeguato di granularità mancano del tutto. Che fare? “In generale, quando ci si approccia alla gestione dei rischi ambientali e sociali – spiega Giammaria Famiglietti Principal di Oliver Wyman Actuarial – riteniamo fondamentale prima di tutto di comprendere esattamente quali siano tutti i possibili driver di rischio cui la compagnia e le singole aree di attività sono potenzialmente esposte, anche sulla base di approcci qualitativi e con un adeguato livello di granularità. Notiamo come ancora oggi spesso questa consapevolezza sia assente. Le analisi di scenario cui spesso ricorrono le compagnie, infatti, riescono a coprire soltanto una piccola parte delle variabili di interesse – questo è vero per il rischio di cambiamento climatico e ancora di più per gli altri rischi ambientali. In assenza di un quadro di riferimento complessivo che supporti la selezione di determinate analisi di scenario e aiuti ad individuare eventuali blind spot nelle esposizioni ai rischi e allo stesso tempo possibili opportunità di business, difficilmente le analisi possono ritenersi soddisfacenti.
Sul tema anche EIOPA, pur non avendo ancora messo a punto un framework definito, nel suo Staff Paper di marzo sui rischi collegati alla perdita del patrimonio naturale e ai relativi impatti per il settore assicurativo, suggerisce un approccio graduale.
Forse non è azzardato dire che attualmente le assicurazioni sono relativamente sole nel decidere se, e come, incamminarsi su questi nuovi territori. Se, e come, incorporare anche i temi della biodiversità nei loro modelli di rischio. Sulla necessità di farlo Famiglietti non ha alcun dubbio “E’ fin troppo evidente come limitarsi a considerare gli impatti del climate change come se fossero completamente indipendenti dagli altri fattori di sostenibilità espone le imprese a una sottostima dei rischi e più in generale a una scarsa consapevolezza degli effetti potenziali delle marcate interconnessioni tra gli stessi. Non siamo di fronte a rischi emergenti, e il sistema di risk management delle compagnie deve dotarsi degli strumenti per comprenderli e gestirli. L’assenza di dati puntuali non può essere un pretesto per non iniziare. Ne va della stessa autorevolezza e ruolo sociale del settore. Alcuni rischi in alcune aree geografiche sono già diventati inassicurabili, gli impatti finanziari arriveranno senza neanche avere il tempo di rendersene conto – come profetizzava Mark Carney: la tragedia dell’orizzonte”.
“Le inondazioni stanno minacciando la mia stessa vita oggi. Dammi, dammi rifugio o mi dissolverò”. La voce roca di Mick Jagger in “Gimmi shelter” è, in fondo, una richiesta d’aiuto che idealmente potrebbe essere rivolta anche ad un assicuratore.
a cura di Riccardo Sabbatini
Leggi anche La falsa crociata per assicurare i monopattini




