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L’assistenza continua a pesare in maniera eccessiva sul sistema previdenziale italiano: le proposte di Itinerari Previdenziali

Itinerari Previdenziali

L’XI Rapporto “Il Bilancio del Sistema Previdenziale italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2022” curato da Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, ha ancora una volta evidenziato la necessità di separare previdenza e assistenza (Welfare generoso ma insostenibile) e riequilibrare una spesa eccessivamente sbilanciata sull’assistenza.

Guardando ai numeri raccolti dallo studio di Itinerari Previdenziali, si può osservare che nel 2022 risulta il pagamento di 4.146.120 trattamenti di natura interamente assistenziale (invalidità civile, accompagnamento, assegni sociali, pensioni di guerra) per un costo totale annuo di 21,486 miliardi, malgrado il calo – fisiologico e costante – delle pensioni di guerra.

Tenuto conto del fatto che uno stesso soggetto può essere destinatario di più prestazioni, sono di fatto 3.746.753 i beneficiari di trattamenti totalmente assistiti. Sono invece complessivamente 6.751.556 le prestazioni parzialmente assistite erogate al 2022, di cui 3.887.168 trattamenti tra integrazioni al trattamento minimo, maggiorazioni sociali e importi aggiuntivi: a beneficiarne, al netto di duplicazioni e non considerando la quattordicesima mensilità, un totale di 2.804.780 soggetti parzialmente assistiti.

Lo studio spiega che sono soprattutto due i rapporti che danno l’idea dell’incidenza del welfare sulla vita economica del Paese: quello sul PIL, che vale il 29,31% con l’esclusione della “casa”, e quello sulla spesa pubblica totale, pari al 51,65%. In buona sostanza, al welfare italiano è destinato poco meno di un terzo di quanto si produce e più della metà di quanto si spende in totale. Numeri che, trascinati da una quota assistenziale fuori controllo, contraddicono il sentire comune secondo cui l’Italia spenderebbe meno degli altri Paesi dell’UE per il proprio sistema di protezione sociale: anzi, il rapporto tra spesa sociale e PIL ci colloca al terzo posto delle classifiche Eurostat, quasi appaiati al secondo posto dell’Austria e superati dalla sola Francia. “Giusto per avere un termine di raffronto – commenta Brambilla – a scuola e università sono destinati circa 70 miliardi contro i circa 80 per gli interessi sul debito pubblico, il che dovrebbe far riflettere tanto la politica sempre pronta a elargire nuovi sussidi sia i cittadini, pronti a ogni tornata elettorale a “premiare” le promesse più generose, senza domandarsi chi dovrà poi sostenerle finanziariamente o a quali altre fondamentali funzioni dello Stato saranno sottratte».

Nel complesso, se per INPS e Inail si può infatti parlare di “equilibrio”, vale a dire di un sistema pensionistico e assicurativo in grado di autosostenersi con i contributi versati da lavoratori e imprese, lo stesso non può dirsi per assistenza, sanità (intorno ai 131 miliardi l’importo della spesa) e welfare degli enti locali (circa 11 miliardi) che, in assenza di contributi di scopo, devono appunto essere finanziati attingendo alla fiscalità generale.

Il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali stima che per finanziare sanità e assistenza, nel 2022, siano occorse pressoché tutte le imposte dirette IRPEF, addizionali, IRES, IRAP e ISOST e anche circa 40 miliardi di imposte indirette. Di conseguenza, per sostenere il resto della spesa pubblica non rimangono che le residue imposte indirette, le altre entrate e soprattutto la strada del “debito”, ponendo peraltro anche un tema di equità e sostenibilità del sistema. Il 77,84% degli italiani dichiara redditi da zero fino a 29mila euro, corrispondendo solo il 25,74% di tutta l’IRPEF, un’imposta neppure sufficiente a coprire la spesa per le principali voci di spesa di welfare, il cui finanziamento grava quindi sulle spalle degli altri versanti e, in particolare, di quei 5 milioni di contribuenti che dichiarano redditi oltre i 35mila euro. 

Se l’assistenza è il vero tallone d’Achille della spesa per protezione sociale italiana, tra le possibili soluzioni individuate da Itinerari Previdenziali c’è, oltre alla messa in moto della banca dati dell’assistenza, anche una profonda revisione dell’ISEE e controlli fiscali e contributivi più serrati, come accade in altri Paesi, nei confronti di quei cittadini che superati i 35 anni di età non abbiano ancora presentato una dichiarazione dei redditi.

Alla stretta sull’assistenzialismo – afferma Brambilla – vanno poi affiancati concreti interventi sul nostro mercato del lavoro, rafforzando formazione, politiche attive e strumenti di incontro tra domanda e offerta; tutte misure in prospettiva più efficaci delle costose e inefficaci decontribuzioni che, come insegna la lunga storia italiana, non producono risultati, minano i conti pubblici e favoriscono al più incrementi dell’occupazione che si spengono alla fine delle agevolazioni”.

Quanto alla previdenza in senso stretto, il quadro appare più stabile anche in prospettiva, a patto che le pensioni smettano di essere terreno di conquista di facili consensi e che l’Italia prenda consapevolezza di essere (al momento senza una bussola che indichi la giusta direzione) dinanzi alla più grande transizione demografica di tutti i tempi.

Ecco perché l’auspicio è che le varie forze politiche possano trovare un “patto di non belligeranza” a favore di una revisione del sistema equa, duratura e che tenga conto di un’aspettativa di vita sempre più elevata.

È allora giunto il momento di darsi regole certe per almeno i prossimi 10 anni:

  • limitando le numerose forme di anticipazione a pochi ma efficaci strumenti, come fondi esubero, isopensione e contratti di solidarietà (riportando però l’anticipo a un massimo di 5 anni); 
  • bloccando l’anzianità contributiva agli attuali 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 e 10 per le donne, con riduzioni per donne madri e precoci, così come previsto dalla riforma Dini, e superbonus per quanti scelgono di restare al lavoro fino ai 71 anni di età;
  • equiparando le (poco eque) regole di pensionamento dei cosiddetti contributivi puri a quelle degli altri lavoratori».

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