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Gli assicuratori alle prese con il “prossimo disastro” del mercato immobiliare

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini

Stai comprando una casa? Non devi preoccuparti soltanto del prezzo, di quanto costa il mutuo, delle future spese condominiali o dell’Imu da versare allo stato. C’è una bolletta che deve essere tenuta in debito conto e che sta aumentando anno dopo anno, quella assicurativa. Quelle polizze servono tra l’altro a mitigare gli effetti del climate change e i disastri naturali che porta con sé. L’Italia lo ha sperimentato l’anno scorso con le inondazioni e le grandinate che hanno flagellato le regioni del centro-nord con risarcimenti record di $4,8 miliardi. L’allarme, semmai ce ne fosse stato bisogno, è stato riproposto in questi giorni dall’Economist che ha dedicato la sua ultima inchiesta di copertina al “prossimo disastro nel mercato delle abitazioni”. A rischio – stima il giornale britannico estrapolando i dati da un’analisi condotta da MSCI sui portafogli degli investitori istituzionali – sono un decimo delle abitazioni del pianeta con perdite potenziali di $25mila miliardi nei prossimi 25 anni. Qualche esempio? A Londra le ondate di calore estivo fanno seccare l’argilla su cui poggia buona parte della città causando cedimenti improvvisi del terreno e degli edifici. Ad Amsterdam, dove molte delle vecchie case sono costruite su pali infissi in zone paludose – come a Venezia del resto – l’abbassamento della falda freatica prodotta da lunghi periodi di siccità sta mettendo a rischio la solidità di quelle fondamenta. E che dire delle belle ville in riva al mare della Florida, che accadrà di loro quando il livello del mare si alzerà per lo scioglimento dei ghiacciai? Accadrà come a Jakarta dove una parte della megalopoli asiatica è già sott’acqua?

La rivista Nature ha calcolato che, prendendo in considerazione soltanto i danni prodotti dalle alluvioni, il valore delle case americane potrebbe diminuire tra i 121 ed i 237 miliardi di dollari. I prezzi dei mercati immobiliari non stanno ancora incorporando la minaccia ecologica anche se le regolamentazioni di alcuni stati (California e Florida) stanno imponendo a quanti vendono le case di chiarire ai potenziali acquirenti se quegli immobili sono a rischio di incendi o di allagamenti. Gli assicuratori sono stati i più lesti a trasferire i nuovi rischi nei costi delle polizze. Assicurare una casa in Florida, attualmente, può costare – segnala ancora Economist – anche mille dollari al mese. Per questo è necessario che anche in Italia chi acquista una casa faccia un check assicurativo preventivo. Chissà, non si sa mai!

Naturalmente, l’industria delle polizze è anche al lavoro per trovare strumenti in grado di abbassare la bolletta assicurativa per il presente e, soprattutto, per il futuro. La Geneva Association, tradizionale fucina d’idee dell’industria globale delle polizze, ha messo a punto un “Insurability Readiness Framework” (IRF), un insieme di linee guida che dovrebbero facilitare l’assicurabilità dei nuovi progetti green per la transizione energetica.

Allo stesso tempo, però il mondo delle polizze continua ad essere messo sotto accusa dalle associazioni ambientaliste per il sostegno che ancora continua a dare all’industria carbo-petrolifera. Ultimo in ordine di tempo un report di ShareAction ha scrutinato i comportamento dei maggiori 65 assicuratori globali (soprattutto nordamericani ed europei) puntando l’indice soprattutto contro il mercato dei Lloyd’s. Gli assicuratori della city sono arrivati terzultimi in una classifica di 29 assicuratori danni globali in termini di sottoscrizione responsabile e performance degli investimenti. In un conteggio separato sugli standard standard di sottoscrizione di 13 grandi membri partecipanti al mercato londinese, sei hanno ottenuto il voto più basso.

La compagnia di assicurazioni francese AXA è in testa alla classifica del ramo danni, mentre la giapponese Sony Financial Group è all’ultimo posto. La francese CNP Assurances è in testa alla classifica vita e salute, mentre la società statunitense Protective Life Insurance è arrivata ultima. Venendo all’unica compagnia italiana presa in considerazione, il gruppo Generali si è classificato all’ottavo posto nella classifica degli assicuratori danni e non compare nella classifica dei rami vita, dove pure realizza oltre il 60% della sua raccolta premi. A fare una classifica delle associazioni ambientaliste specializzate nelle classifiche probabilmente ShareAction prenderebbe un punteggio modesto.

Al di là dei ranking resta comunque il fatto che gli assicuratori sono impegnati in una difficile battaglia nel rendere progressivamente green i loro portafogli assicurativi oltre che i loro investimenti (target più facilmente centrabile). In questo cammino le compagnie non soltanto debbono fare la scelta, dolorosa, di rinunciare a coperture assicurative spesso profittevoli. C’è anche il problema, non indifferente, di quantificare con precisione le emissioni delle società che si rivolgono a loro per una polizza. In gergo si parla di “scope 3” per queste emissioni indirette, non generate dall’azienda ma legate ai suoi clienti o fornitori. In questo caso, ai suoi assicurati. “Il GHG Protocol (che fissa gli standard per la contabilità del carbonio su scala internazionale, ndr) ha definito metodologie di calcolo per settore per lo scope 3, ma nessuna riguarda quello assicurativo”, sottolinea in un recente articolo sulla rivista francese Actuariel Thierry Langreney, presidente della ONG Les Ateliers du Futur, ex direttore generale di Pacifica e uno dei tre autori del rapporto commissionato dal governo sulle sfide del sistema assicurativo francese di fronte ai rischi climatici. Per colmare questo vuoto, la professione ha iniziato tardivamente a sviluppare una metodologia comune sotto l’egida della PCAF (Partnership for Carbon Accounting Financials), un’iniziativa creata nel 2015 che aveva già consentito l’emergere di formule contabili di calcolo adatte a banche e investitori. È stata la pubblicazione di questa metodologia per le “emissioni assicurate”, nel novembre 2022, che ha reso possibile la pubblicazione dei primi obiettivi di decarbonizzazione a livello di sottoscrizione. Ma questa metodologia, pur avendo il merito di esistere, è lungi dal risolvere tutti i problemi della contabilità del carbonio e pone diverse sfide. Peraltro sul punto le società, almeno quelle europee, sono alle prese con un complicato nodo regolamentare. La direttiva CSRD ha imposto a tutte le società grandi e mediograndi del continente di redigere annualmente rendiconti di sostenibilità. Da quest’anno i muovi obblighi inizieranno a valere per le grandi imprese e successivamente per le altre, in tutto un universo di 50mila società europee. Nel novero rientrano anche anche gli assicuratori che dovranno stimare le emissioni non solo quelle dirette (scope 1) e indirette (scope 2) della propria struttura ma anche quelle generate nell’intera loro catena del valore, a monte (fornitori) e a valle (clienti) dove spesso mancano i dati e, quand’anche ci sono, manca la possibilità di verificarne l’attendibilità. Un bel ginepraio.

a cura di Riccardo Sabbatini

Leggi anche Clima: allarme dell’Economist sul prossimo disastro immobiliare

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