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Serapide, il bradisismo e gli assicuratori

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini

Gli abitanti di Pozzuoli ogni mattina scrutano con attenzione le rovine del tempio di Serapide. Le antiche vestigia, in un primo tempo attribuite impropriamente ad un dio egizio sono in realtà i resti di un mercato romano (macellum) edificato intorno al I-II secondo DC. Quel tempio, in realtà, ha anche anche un’importante funziona pratica. È, da sempre, l’indicatore metrico più prezioso e preciso che la popolazione ha a disposizione per misurare il fenomeno del bradisismo. Il tempio è collegato al mare da un reticolo di cunicoli sotterranei sicché quando il bradisismo è in fase passiva le colonne sono sommerse dall’acqua. Il marmo è soggetto ad erosione per i datteri di mare che aderiscono alla sua superficie ma la popolazione può dormire sonni tranquilli. Quando invece le colonne sono asciutte, allora è un brutto segnale. Significa che il fondo del mare si sta alzando per effetto dell’attività tellurica di quel vulcano in attività (la caldara) collocato proprio sotto l’area marina dei campi Flegrei il cui etimo – detto per inciso – viene dalla parola dell’antico greco phlégō (ardente). È proprio quello che sta accadendo adesso, con centinaia di scosse sismiche succedutesi negli ultimi mesi che hanno fatto alzare il terreno, provocando fessurazioni negli edifici ed imponendo lo sgombero di diverse centinaia di abitanti le cui case erano diventate pericolanti. C’è modo per i cittadini della zona di assicurare contro il bradisismo le proprie abitazioni? La risposta è semplice: no. Quel rischio è esplicitamente escluso dalle polizze offerte dalle compagnie. Lo considerano “non diversificabile”, espressione che significa “rischio certo”. Neppure lo stato copre quel pericolo considerato che lo schema di assicurazione obbligatoria per le catastrofi naturali, obbligatoria da quest’anno a carico delle aziende, esclude il bradisismo (in un primo tempo incluso) dalla lista dei rischi che debbono essere presi in considerazione da una polizza. Agli abitanti non resta, dunque, che affidarsi a San Gennaro perchè diversamente i danni del bradisismo riposeranno interamente sulle loro spalle. Ciò che, con franchezza, andrebbe detto a chiare lettere alla popolazione.

In realtà una possibile soluzione ci sarebbe. Come avviene in altri contesti assicurativi (ad esempio con il Fondo Vittime della Strada) si potrebbe imporre per legge una piccola aggiunta ai premi delle polizze catastrofali, espressamente finalizzata ad interventi preventivi di mitigazione del rischio nei campi Flegrei, oppure di ripristino di infrastrutture o abitazioni lesionate dal bradisismo. Sarebbe una forma di solidarietà, più che di mutualizzazione del rischio, da parte del gran popolo degli assicurati.

C’è poi il caso più estremo, quello che la caldara esploda per effetto di una vera e propria eruzione del vulcano. Quello è un fenomeno molto più raro – l’ultima eruzione risale al 1538 – ma gli effetti, in un’area densamente popolata, sarebbero catastrofici. Anche in questo caso lo schema pubblico-privato e le polizze delle compagnie non includono la protezione dei danni. Però, quantomeno, ci si prepara al peggio. Il prossimo ottobre verrà testato un piano di fuga per mettere in salvo nel giro di 72 ore mezzo milione di persone in caso di eruzione del vulcano dei Campi Flegrei. È la popolazione che vive nell’area rossa considerata più a rischio. In questo momento il pericolo del vulcano è classificato al livello di allerta giallo . Ma se scattasse il livello di allerta rosso diverrebbe inevitabile una grande fuga da attuare nel giro di 72 ore a bordo di tutti i mezzi di collegamento, tra bus, navi e treni. In particolare i cittadini di Pozzuoli, oltre 76mila, sarebbero accolti in Lombardia, quelli di Bacoli (25mila) tra Umbria e Marche, gli oltre 11 mila di Monte di Procida tra Abruzzo e Molise. Funzionerebbe? Un’esercitazione svolta nel 2019 ha dato esito positivo ma ha coinvolto 4mila persone su mezzo milione. Poi ci sono alcuni punti interrogativi. Ad esempio, con eruzioni in corso di lava e lapilli, le reti ferroviarie sarebbero in grado di funzionare? Figuriamoci se non ci hanno pensato.

a cura di Riccardo Sabbatini

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