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La saga di 777 Partners ed i rapporti tra mondo private e assicuratori

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini

Che c’azzecca la più antica squadra di calcio italiano (il Genova cricket and football club, nato nel 1893) con riassicuratori di Bermuda, una disinvolta società finanziaria di Miami e un gruppo di private equity cui fanno capo diverse compagnie assicurative Usa? Talvolta la finanza globale traccia complicati disegni. È la saga di 777 Partners, come l’ha definita nei giorni scorsi il Financial Times. Una storia in cui, suo malgrado, è finito appunto coinvolto anche il Genova calcio ma che, più in generale, si presta ad alcune considerazioni sui rapporti non sempre trasparenti tra il mondo del private equity e quello, molto più regolamentato, delle polizze.

Cominciamo dal pezzo del puzzle che conosciamo meglio, la squadra di calcio ligure. In campionato è reduce da stagione onorevole ma la sua vicenda societaria è invece più ingarbugliata con la proprietà del club finita agli americani di 777 Partners nel 2021, ceduta dal vecchio proprietario Enrico Preziosi che per 12 anni ne era stato il patron. 777 Partners è una finanziaria di Miami che possiede compagnie aeree Low Cost e da qualche anno va a caccia di squadre di calcio. Oltre a quella italiana, nel corso degli anni ha messo le mani sul Vasco da Gama di Rio de Janeiro, la Red Star francese, la Melbourne Victory australiana, l’Hertha Berlino tedesca nonché su quote di minoranza nella spagnola Siviglia e la belga Standard Liegi. È andata vicina al colpo grosso, la squadra inglese dell’Everton, ma poi l’operazione non è andata in porto ed ora al capezzale del malandato club britannico è arrivata un’altra vecchia conoscenza del calcio italiano, la famiglia Friedkin già proprietaria della Roma Calcio. 777 Partners è convinta che che l’acquisto di club di calcio, anche in difficoltà, sia un potenziale Eldorado per intraprendenti businessman statunitensi in grado fare miracoli con la loro innata propensione al marketing. Sarà. Uno dei due fondatori della finanziaria, Josh Wander, ha costruito le sue fortune nel mercato delle “structured settlement annuities”, in pratica spingendo persone in difficoltà ad accettare all’istante, con un forte sconto, risarcimenti assicurativi cui avrebbero comunque diritto. Non esattamente l’attività di un missionario ma, come si dice, pecunia non olet.

Ma da dove la società di Wander trova i soldi per comprare le squadre di calcio? Qui entrano in gioco gli assicuratori. Sodale di 777 Partners è il gruppo di private equity Advantage Capital (A-Cap) nel cui perimetro di controllo sono alcune compagnie Usa di media grandezza (Sentinel, Atlantic Coast, Haymarket). A-Cap, secondo le univoche ricostruzioni apparse sulla stampa anglosassone (Barron’s e Financial Times) e italiana (Repubblica e Secolo XIX) è fortemente esposto nei confronti di 777 Partners al punto che la società di rating AM Best ha avviato le procedure per abbassare il rating del gruppo di private equity da good a fair. La risposta della società non si è fatta attendere. Ha denunciato AM Best accusandola di malafede ed imperizia. Ora – da un articolo di Barron’s – si apprende che le parti starebbero per rinfoderare le spade e per giungere ad un accordo. Certo, però, sarà difficile per Michael Porcelli, director di AM Best rinnegare ciò che ha scritto qualche mese fa: “Sono molto turbato e preoccupato dall’idea che A-Cap continui attualmente a sottoscrivere nuove rendite sulla base di un rating creditizio che a nostro avviso non riflette più la reale situazione finanziaria e la capacità di A-Cap di pagare sinistri e altre passività”. Da quel che si capisce i finanziamenti accordati a 777 Partners sarebbero stati accordati proprio dalle compagnie assicurativi di A-Cap. Chissà a che titolo quelle imprese assicurative investono in società di calcio di mezzo mondo. A tutto questo si aggiunge un’ulteriore perla. Le stesse compagnie avrebbero riassicurato, secondo un’inchiesta svolta da Barron’s circa un miliardo di dollari del proprio business con 777 Partners Re , riassicuratore del gruppo di Miami insediato alle Bermuda. Tutto questo ha spinto le autorità di vigilanza di quel paese ad intervenire. Nelle scorse settimane – ha scritto il Financial Times – la Bermuda Monetary Authority (BMA) ha stretto i controlli sugli assicuratori e riassicuratori vita che investono in asset di parti collegate. Gli assicuratori dovranno ora chiedere la preventiva approvazione al regulator per nuovi investimenti di questo tipo e dovranno dimostrare di essere all’altezza delle loro responsabilità.

Più in generale sono i rapporti tra gruppi di private equity e assicuratori ad essere finiti sotto i riflettori. Secondo i dati di Limra, citati da Barron’s, le vendite totali di rendite negli Stati Uniti hanno raggiunto la cifra record di $ 385 miliardi nel 2023 in aumento del 23% rispetto all’anno precedente. Spesso c’è un gruppo di private equity ad assecondare quella domanda. Nel complesso, a partire dal 2014, – si legge in un recentissimo report di McKinsey – i gruppi di private equity hanno iniettato $31 miliardi di nuovo capitale nell’industria vita e delle rendite. Una parte di quei capitali tornano alla base, investiti negli asset degli stessi gruppi private. E questo preoccupa i regulator. “I crescenti investimenti in questa classe di asset meno liquidi aumentano quindi il rischio di svendite durante i periodi di crisi”, hanno scritto in un report gli analisti della Fed citati da Barron’s. Secondo il rapporto, nel 2022 i collocamenti privati sono cresciuti fino a raggiungere circa il 20% delle partecipazioni obbligazionarie di tutti gli assicuratori sulla vita, rispetto al 15% circa di cinque anni prima.

 Il giornale ha apertamente evocato il fantasma di Executive Life , la compagnia vita Usa che fallì nel 1981 per aver riempito il proprio bilancio di titoli spazzatura. Naturalmente si tratta soltanto di preoccupazioni. Sull’estremo opposto, il giudizio di McKinsey sui rapporto tra mondo private e industria assicurativa è tutto positivo. “Private capital in insurance 2.0: building the flywhell” si intitola il suo report che sottolinea il ruolo di volano svolto dai nuovi investitori.

Come sempre la verità sta nel mezzo. Un assicuratore non dovrebbe avere timore di entrare in affari con un gruppo private ma certamente dovrebbe accertarsi che nel suo bilancio entrano bond di buona qualità e non figurine di calciatori e perline colorate.

a cura di Riccardo Sabbatini

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