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Investimenti per 9.500 mld: così le assicurazioni finanziano la transizione green

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Quando parliamo di investimenti istituzionali in Europa, raramente pensiamo alle compagnie assicurative come protagoniste. Eppure i numeri raccontano una storia diversa: il settore assicurativo europeo gestisce circa 9.500 miliardi di euro, di cui il 70% investito all’interno dell’Unione Europea. Una massa critica che fa degli assicuratori uno dei principali investitori istituzionali del continente, capace di orientare risorse verso infrastrutture, transizione verde e innovazione. È quanto emerge dal report “Investing from insurers’ perspective” pubblicato da Insurance Europe, l’organizzazione che rappresenta il settore assicurativo e riassicurativo attraverso 39 organismi nazionali.

Il documento analizza in profondità il modello di business delle compagnie assicurative e spiega perché queste siano naturalmente predisposte agli investimenti di lungo termine. Il meccanismo è intrinseco alla natura stessa dell’attività: i contraenti pagano i premi in anticipo, mentre le compagnie li investono per far fronte a reclami e benefici futuri che possono arrivare anni o decenni dopo, soprattutto nel caso di prodotti pensionistici e di risparmio. Questa caratteristica strutturale permette agli assicuratori di guardare oltre la volatilità dei mercati a breve termine e di allocare capitale in asset illiquidi ma redditizi, come infrastrutture, private equity e real estate.

La distribuzione degli investimenti riflette questa vocazione: il 19% va in titoli di Stato, il 18% in obbligazioni corporate, il 16% in azioni, mentre il restante si distribuisce tra fondi comuni (36%), mutui, immobili e liquidità. Complessivamente, “l’88% degli asset assicurativi è allocato in obbligazioni governative, corporate e azioni, fornendo finanziamenti essenziali a lungo termine per governi e imprese”, sottolinea il rapporto. Questa capacità di investimento stabile e anticiclico rappresenta un valore strategico per l’economia europea, soprattutto in un momento in cui l’Unione persegue obiettivi ambiziosi attraverso il Green Deal, il Competitiveness Compass e il Savings and Investment Union (SIU).

Tre elementi distinguono gli assicuratori da altri investitori istituzionali.

Il primo riguarda il profilo delle passività: obblighi prevedibili e di lunga durata, come le rendite vitalizie, permettono investimenti in asset illiquidi ad alto rendimento, mentre passività più brevi richiedono maggiore liquidità. Il secondo elemento sono le garanzie finanziarie: molti prodotti assicurativi includono garanzie di capitale o rendimento minimo, il che vincola le strategie di investimento ma allo stesso tempo rende questi prodotti attraenti per i cittadini europei che cercano prevedibilità. Il terzo fattore è la scala: gestendo portafogli tra i più grandi d’Europa, gli assicuratori possono diversificare ampiamente e accedere a classi di asset precluse ai singoli investitori, sempre che i mercati siano sufficientemente profondi e scalabili.

Tuttavia, nonostante questo potenziale, esistono ostacoli significativi che limitano la capacità del settore di contribuire pienamente agli obiettivi di investimento dell’Unione Europea. La frammentazione normativa è uno dei problemi più rilevanti: la mancanza di un vero mercato unico e di un mercato dei capitali armonizzato espone le imprese a incertezze legali e aumenta i costi amministrativi, penalizzando soprattutto startup e imprese in crescita. Anche i regimi di insolvenza variano considerevolmente tra Stati membri, complicando la risoluzione delle controversie transfrontaliere e minando la fiducia degli investitori.

Sul fronte prudenziale, il framework Solvency II, in vigore dal 2016, rappresenta un regime sofisticato e basato sul rischio che ha portato maggiore trasparenza e solidità al settore. Ma secondo Insurance Europe presenta ancora criticità: requisiti patrimoniali eccessivi e volatilità artificiale scoraggiano gli investimenti di lungo periodo, in particolare in azioni e immobili. Ad esempio, l’attuale carico di capitale del 25% per gli investimenti immobiliari è considerato irrealisticamente alto e basato solo su dati del Regno Unito, non riflettendo gli sviluppi del mercato nell’Unione. Anche le cartolarizzazioni subiscono carichi di capitale elevati e requisiti di due diligence onerosi che limitano la partecipazione degli assicuratori a questo segmento di mercato.

La tassazione gioca un ruolo altrettanto cruciale. Le regole fiscali personali influenzano i flussi di premi verso prodotti assicurativi, specialmente quelli legati al risparmio previdenziale, mentre la tassazione dei rendimenti da investimento orienta l’allocazione verso specifiche classi di asset. “Le barriere fiscali, come l’applicazione di ritenute alla fonte o almeno la loro mancanza di armonizzazione, generano complessità e incertezza giuridica per le imprese”, evidenzia il documento. Per migliorare gli investimenti nell’Unione e finanziare obiettivi politici più ampi, la libertà di movimento dei capitali deve essere genuina, e il processo di ritenuta alla fonte dovrebbe essere accelerato e semplificato.

Sul fronte della sostenibilità, gli assicuratori europei stanno progressivamente integrando criteri ESG (ambientali, sociali e di governance) nelle loro decisioni di investimento. Molte compagnie applicano screening negativi per escludere settori controversi come carbone termico, sabbie bituminose o aziende coinvolte in violazioni dei diritti umani. Alcune adottano strategie di stewardship attiva, dialogando con le società partecipate attraverso iniziative come Climate Action 100+.

Assicuratori come Generali, CNP Assurances e AXA hanno emesso green bond per finanziare energie rinnovabili, edifici sostenibili ed efficienza energetica. Tuttavia, il framework europeo sulla finanza sostenibile presenta incoerenze tra la definizione di investimenti sostenibili prevista dalla SFDR e quella più rigorosa della Tassonomia UE. Secondo un benchmark PwC del 2024, l’allineamento medio degli investimenti assicurativi alla Tassonomia varia tra l’1,3% e il 5,5% in termini di fatturato.

Il report propone una serie di raccomandazioni concrete per liberare il potenziale del settore. Tra queste: ridurre la frammentazione normativa e burocratica, migliorare il trattamento prudenziale degli asset di lungo termine (incluse azioni e immobili), proteggere gli incentivi fiscali per i prodotti previdenziali, garantire coerenza nelle definizioni di investimenti sostenibili, e armonizzare i regimi di insolvenza tra Stati membri. Insurance Europe auspica inoltre un maggiore ricorso a partnership pubblico-private, con un ruolo rafforzato delle banche di sviluppo sovranazionali per attrarre investitori istituzionali. Le garanzie parziali possono ridurre le barriere agli investimenti e dovrebbero essere riconosciute sotto Solvency II, in linea con il regime bancario.

Un esempio interessante citato nel documento è la metro M3 di Copenaghen, completata nel 2019: un progetto di blended finance che ha combinato finanziamenti pubblici, prestiti agevolati della Banca Europea per gli Investimenti e capitale privato attraverso una collaborazione pubblico-privata. Casi come questo dimostrano come la finanza agevolata pubblica possa de-rischiare le infrastrutture rendendole attraenti per partner privati come gli assicuratori. In Francia, l’iniziativa Tibi ha mobilitato impegni per 22 miliardi di euro in fondi di venture capital etichettati, mentre in Germania l’iniziativa WIN punta a raccogliere 12 miliardi entro il 2030 per capitale di crescita e innovazione, con partecipazione significativa di assicuratori come Allianz e HUK Coburg.

La cultura finanziaria è un altro tema cruciale. “L’educazione finanziaria è essenziale per i contraenti in quanto li mette in grado di comprendere i prodotti assicurativi e di investimento, valutare i propri obiettivi finanziari a lungo termine e prendere decisioni informate”, si legge nel report. Insurance Europe accoglie con favore l’impegno della Commissione Europea a presentare una strategia sull’alfabetizzazione finanziaria e propone di rendere l’educazione assicurativa un componente fondamentale dell’istruzione finanziaria, integrandola nei sistemi scolastici nazionali.

Insomma, gli assicuratori europei dispongono della scala, della vocazione al lungo termine e della capacità di assorbire rischi necessari per sostenere la transizione verde, digitale e industriale dell’Europa. Ma per realizzare pienamente questo potenziale serve un quadro normativo che riconosca le specificità del modello di business assicurativo, riduca la frammentazione, migliori la certezza del diritto e allinei gli incentivi fiscali e prudenziali agli obiettivi strategici dell’Unione. Solo così i 9.500 miliardi gestiti dal settore potranno diventare una leva concreta per il futuro del continente.

a cura di Vincenzo Giudice

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