Le carte dei pm di Milano ricostruiscono un progetto pluriennale che avrebbe mirato al controllo del Leone di Trieste, tra intercettazioni, mosse finanziarie e ruoli politici discussi

L’inchiesta milanese sulla scalata di Mps a Mediobanca sta riscrivendo, pezzo dopo pezzo, un anno decisivo per gli equilibri del sistema finanziario italiano. Nelle prime carte depositate dalla Procura, l’impressione è quella di un mosaico che viene lentamente rimesso insieme, grazie a intercettazioni, analisi sulle operazioni di mercato e ricostruzioni di rapporti tra soci storici e nuovi attori, in un intreccio che attraversa quattro anni di manovre finanziarie e assemblee societarie.
Al centro del fascicolo ci sono Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e l’amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena Luigi Lovaglio, indagati per manipolazione del mercato e ostacolo alla vigilanza. Per tutti, l’accusa ipotizza un “concerto occulto” tenuto lontano dalle comunicazioni ufficiali che avrebbero dovuto informare Consob, Bce e Ivass.
Secondo i magistrati, le mosse che dal 2019 al 2024 hanno portato Delfin e il gruppo Caltagirone a investire “a scacchiera” in Mediobanca e Generali non sarebbero state semplici scelte di portafoglio, ma tappe di un progetto strutturato per incidere sugli assetti di due colossi che, insieme, definiscono il cuore del capitalismo italiano. A sostenere questa lettura è soprattutto una serie di intercettazioni.
In una telefonata, Lovaglio dice a Caltagirone che «Generali è strategica fin dall’inizio», una frase che per i pm confermerebbe l’esistenza di un obiettivo ben più ambizioso della sola operazione su Mediobanca. In un’altra conversazione i due commentano la mossa difensiva dell’ex ad Alberto Nagel, lo scambio tra Mediobanca e Banca Generali destinato a liberare il gruppo dalla propria quota nel Leone. Lovaglio osserva che «lui poteva fare solo sta mossa» e aggiunge che, se Mps avesse dichiarato fin da subito l’interesse per Generali, Nagel avrebbe reagito con maggiore aggressività.
Dichiarazioni che, agli occhi degli inquirenti, mostrerebbero come alcune posizioni pubbliche – soprattutto il presunto disinteresse per Generali – fossero parte di una strategia comunicativa per non esporre troppo presto il vero obiettivo. È in questo contesto che viene letta anche la procedura ABB del novembre 2024, con cui il Mef ha ceduto il 15% di Mps. Un’operazione rapida, affidata come bookrunner unico a Banca Akros, scelta giudicata dai pm “anomale” e potenzialmente orientata verso una platea ristretta di acquirenti già individuati, con un effetto che avrebbe inciso sugli equilibri necessari alla scalata di Mediobanca.
A rafforzare i sospetti degli inquirenti arriva il verbale dell’ad di UniCredit Andrea Orcel, secondo cui la banca avrebbe provato a partecipare all’operazione senza ricevere indicazioni utili da Akros, che avrebbe risposto di avere “già chiuso”. Sullo sfondo compare anche un presunto messaggio del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ai vertici di BlackRock dopo il voto contrario del fondo sull’Opa di Mps, ricostruzione che il Mef respinge categoricamente parlando di piena correttezza e assenza di interferenze.
Il clima che emerge dalle carte è quello di un confronto sotterraneo, fatto di telefonate, scambi rapidi e valutazioni strategiche. In una di queste, Caltagirone si complimenta con Lovaglio per la riuscita dell’offerta su Mediobanca: «Lei è stato molto bravo», dice l’imprenditore, e Lovaglio risponde: «Il vero ingegnere è stato lei, io ho eseguito solo l’incarico… facciamo fase due?». Per i pm, quel riferimento a una “fase due” sarebbe un indizio chiave: il passaggio dalla conquista di Mediobanca al controllo di Generali.
Nel frattempo, il mercato resta in osservazione. Non ci sono misure cautelari sui pacchetti azionari dei due gruppi, e per Mps e Generali non emergono impatti immediati. Ma Consob, Bce e Banca d’Italia hanno acceso un faro sulle possibili ricadute dell’indagine, soprattutto per la tutela degli azionisti e la trasparenza dei processi decisionali. Tutti gli indagati ribadiscono la piena correttezza del proprio operato. Intanto la Procura continua a mettere in fila documenti, operazioni e conversazioni che potrebbero riscrivere in profondità la mappa del potere finanziario italiano.
a cura di Vincenzo Giudice




