: Impresa italiana e rischio climatico fisico: dati dal report Deloitte 2026
Rischio climatico e Pmi italiane: il report Deloitte stima fino al 6% di Pil in meno entro il 2050
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Rischio climatico in Italia: fino al 6% di Pil in meno entro il 2050, ma le Pmi restano impreparate

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Il rischio climatico fisico non è più una variabile prospettica ma una componente strutturale dell’economia italiana, con effetti già visibili e destinati ad amplificarsi nel tempo. Secondo il report di Deloitte «Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento», i danni diretti alle infrastrutture del Paese potrebbero attestarsi intorno ai 5 miliardi di euro annui entro il 2050, mentre la riduzione cumulata del Pil nazionale è stimata in una forchetta compresa tra l’1,6% e il 6% nello stesso orizzonte temporale. Una forbice ampia, che dipende dall’intensità degli scenari considerati, ma che in entrambi i casi segnala un deterioramento economico progressivo e non lineare.

Il report – realizzato con il contributo del Politecnico di Milano, dell’Università Ca’ Foscari, del team Climate della Florence School of Regulation dell’European University Institute e di Ipsos-Doxa – restituisce un quadro articolato su due livelli: quello macroeconomico, con le proiezioni sui danni attesi, e quello microeconomico, attraverso un’indagine sulla maturità delle piccole e medie imprese italiane nell’affrontare il tema. I risultati del secondo livello sono i più preoccupanti. Solo il 34% delle Pmi attribuisce al rischio climatico un ruolo significativo nei propri framework di gestione del rischio, e appena il 39% si dichiara esposta in misura elevata a tali rischi su un orizzonte decennale. Il 14% ha implementato misure per garantire la continuità operativa in caso di eventi estremi; il 10% ha introdotto azioni di adattamento su infrastrutture e asset fisici.

Paolo D’Aprile, Sustainability Leader di Deloitte Central Mediterranean, ha inquadrato il problema in una prospettiva geografica e temporale precisa: «L’Italia, a causa della sua collocazione geografica nel Mediterraneo, è tra i Paesi europei in cui gli effetti del cambiamento climatico si manifestano più rapidamente, e le principali proiezioni indicano un aumento delle temperature superiore ai 2°C rispetto ai livelli preindustriali già nel prossimo decennio». In questo contesto, ha aggiunto, «investire in strategie di mitigazione e adattamento non significa solo rispondere a vincoli normativi o finanziari, ma cogliere un’opportunità concreta per rafforzare la capacità di crescita e innovazione delle imprese e dei territori».

I numeri sulle infrastrutture sono puntuali. I danni diretti annui potrebbero raggiungere circa 2 miliardi di euro entro il 2030 per poi salire a 5 miliardi entro il 2050. Includendo gli effetti indiretti – interruzione dei servizi, impatti sulle catene di fornitura – il costo complessivo stimato si colloca tra 11,5 e 18 miliardi l’anno al 2050. Il turismo è tra i settori più esposti: in uno scenario di aumento della temperatura media di 4°C, la domanda potrebbe contrarsi fino all’8,9%, con perdite dirette stimate intorno ai 52 miliardi di euro. Nello scenario più contenuto, a +2°C, le perdite scenderebbero a circa 17 miliardi.

Diverso, e per certi versi più rivelatore, è il dato che emerge dall’indagine Ipsos-Doxa sulle Pmi. L’83% delle imprese dichiara una strategia orientata su un massimo di cinque anni, con importi complessivi inferiori ai 100.000 euro entro i tre anni per il 77% del campione. Le coperture assicurative rappresentano la voce di investimento principale, citate dal 54% delle imprese; seguono gli interventi di adattamento infrastrutturale (23%) e i sistemi di monitoraggio del rischio (20%). Solo il 18% del campione si dichiara pienamente preparato a rispondere alle richieste di banche e assicuratori in materia di rischio climatico fisico – una quota che coincide anche con la percentuale di imprese che fa ricorso a strumenti digitali o piattaforme dedicate alla gestione del rischio.

Elio Santoro, General Manager di Deloitte Climate & Sustainability, ha sottolineato la distanza che separa le grandi imprese dalle Pmi: «Alcune grandi imprese italiane mostrano livelli di maturità più avanzati rispetto al tema della sostenibilità e alla percezione del rischio climatico, dall’altro lato le piccole e medie imprese evidenziano un percorso di consapevolezza e adattamento ancora disomogeneo».

Le Pmi, ha precisato, sono chiamate a «compiere un salto in avanti, dal momento che gli interventi di adattamento previsti non sono di natura strutturale e sono prevalentemente orientati verso l’adozione di coperture assicurative, oltre a pianificare investimenti che abbracciano un orizzonte temporale di breve termine». Il report indica nell’intelligenza artificiale una delle principali leve per incrementare la resilienza climatica delle infrastrutture, raccomandando alle imprese di valutarne le applicazioni in base alla propria esposizione al rischio e di investire in digitalizzazione, infrastrutture tecnologiche e monitoraggio continuo.

Leggi anche: https://www.intermediachannel.it/2026/05/21/rischi-climatici-la-fondazione-return-lancia-toward-e-rising/

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