Fonsai, il tentativo dei vertici di “dare credibilità ai conti” con l’aiuto dei consulenti

Fondiaria Sai - Sede Milano (Foto ANSA-Matteo Bazzi) Imc

(Autore: Claudio Laugeri – La Stampa)

I vertici Fonsai volevano fare a modo loro. A tutti i costi. Anche pagando un consulente per dire tutto e il contrario di tutto. Nonostante la relazione dell’Isvap, che evidenziava come fossero insufficienti le «riserve» di bilancio per il pagamento dei danni degli incidenti stradali. Un «buco» da oltre 520 milioni. È emerso nell’udienza di ieri in tribunale a Torino, dove sono imputati Salvatore Ligresti, la figlia Jonella e gli ex manager (nonché alcuni consulenti) di Fonsai.

«Nel novembre 2011 ho avuto un incontro in Fondiaria a Torino per un incarico. Avrei dovuto supportare il management della compagnia nella valutazione delle riserve di bilancio per i sinistri» ha spiegato ieri mattina in aula Federica Zappari, specialista in calcoli attuariali, una sorta di controllore dei bilanci con studio a Roma. Motivo dell’incarico è la relazione dell’Isvap. Ancora Zappari: «Mi chiedevano di aiutarli ad avere modelli tecnicamente sostenibili, con numeri e valutazioni il più possibile difendibili». Tra gli interlocutori di Zappari c’era Sergio Pappadà, all’epoca addetto alla gestione del controllo e già impegnato nei calcoli che avevano messo nei guai la compagnia. E lui era stato chiaro sul tipo di intervento: doveva servire a ridare credibilità ai conti, serviva un «numero franco». Per quell’incarico, Zappari lavorava col collega di studio Giovanni Di Marco. Il lavoro è incentrato sui modelli di valutazione. I consulenti fanno un mix tra un modello che prevede maggiore soggettività con vari dati (numero di sinistri, la velocità di liquidazione, ecc.) e l’altro che si limita a proiettarli nel tempo. Obiettivo raggiunto, per salvare l’apparenza. Ma i piani erano altri. Una telefonata del maggio 2013 (intercettata dalla Gdf di Torino) tra Pappadà e l’ad Emanuele Erbetta aiuta a capire. Il pm Marco Gianoglio ha letto alcuni brani della conversazione, dove l’addetto alla gestione del controllo tranquillizzava il «capo» riguardo alla consulenza proposta a Di Marco: «E’ disposto a farla a nome suo» anche perché «il precedente mandato è stato svolto dalla Zappari». Di Marco avrebbe sostenuto che «esistono tanti modelli attuariali che possono essere portati e che dimostreranno che quelle riserve (contestate da Isvap, ndr) erano congrue». Ma tutto ha un prezzo. La prima consulenza era costata 100 mila euro, questa ben di più. Di Marco avrebbe spiegato che «c’è un rischio anche nostro perché a quel punto potremmo incorrere anche noi in contestazioni».

L’alternativa è «prendere in mano la perizia della parte, diciamo del pm e smontarla». Di Marco aveva cercato di convincere la collega Zappari ad accettare, lei lo aveva messo di fronte al nodo deontologico, per lei impossibile da sciogliere nonostante la sollecitazione «lo famo pagà tanto». Incarico sfumato. «Non ho più riproposto l’argomento», ha detto in aula Di Marco.

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