Opinione della Settimana

Pensioni, i conti della riduzione

A cinque mesi dall’entrata in vigore della riforma pensionistica firmata dal ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Elsa Fornero, arrivano sulla Gazzetta Ufficiale di oggi i nuovi coefficienti di trasformazione, vale a dire i parametri che determinano l’equivalenza attuariale tra versamenti contributivi e la futura pensione.

I precedenti coefficienti erano stati aggiornati nel 2007 per entrare in vigore nel 2010, ben cinque anni dopo quanto previsto dalla riforma Dini del 1995. I nuovi coefficienti di trasformazione dei montanti individuali in rendita entreranno in vigore il prossimo gennaio, avranno una durata triennale e saranno applicati a una fascia di età che arriva fino a 70 anni (mentre i precedenti erano validi solo tra i 57 e i 65 anni).

Come anticipato sul Sole 24 Ore del 19 maggio, i nuovi coefficienti determineranno un alleggerimento del 2-3% delle pensioni erogate tra il 2013 e il 2015. Ma l’estensione fino a 70 anni garantirà pensioni più ricche per chi deciderà di lavorare qualche anno in più. Ma vediamo come sono cambiati i coefficienti, rideterminati sulla base di un set di variabili demografiche e sulle stime di crescita in termini reali del Pil di lungo periodo.

Per un 65enne si passa dal 5,620% del 2010 al 5,435% del 2013, con un calo del 3,29%, e le variazioni sono tutte negative con oscillazioni comprese tra il 2 e il 3% tra i coefficienti vecchi e quelli nuovi per le età comprese tra i 57 e i 65 anni, mentre la variazione comincia a essere positiva (coefficienti più elevati) dai 66 anni, per arrivare a un aumento, rispetto al 2010, del 16,38% a 70 anni. In pratica il posticipo comincia a «pagare» in termini di crescita dell’assegno previdenziale, dai 66 anni in avanti proprio dal 2013, quando salirà a 66 anni e tre mesi il requisito per la pensione di vecchiaia di lavoratori dipendenti e autonomi e delle lavoratrici del pubblico impiego (62 e 3 mesi per le lavoratrici dipendenti del settore privato).

A parità di montante accumulato, come si diceva, verrà liquidata una rendita più elevata a chi andrà in pensione con un’età più elevata e una rendita più bassa al pensionando più giovane poiché, in media, si erogherà a quest’ultimo un numero maggiore di rate di pensione in relazione alla sua maggiore speranza di vita nonché a quella dei superstiti che beneficeranno della reversibilità.

Il tasso di sconto su cui sono calcolate le rendite non varia e resta all’1,5%, lo stesso che era stato fissato nella legge Dini e confermato nella legge 247/2007. Si tratta, secondo i tecnici che hanno elaborato il decreto, di un valore ritenuto «congruo» visto che tra il 1990 e il 2007 la variazione media annua del Pil è stata dell’1,47%, mentre gli anni 2008-2011 sono stati esclusi a causa della recessione in cui è caduta l’economia italiana, un fenomeno giudicato eccezionale e che non dovrebbe incidere sulle «prospettive strutturali di crescita del Pil nel lungo periodo». E se lavorare qualche anno in più farà crescere la pensione, a impattare negativamente sulla rivalutazione del montante contributivo sarà proprio l’andamento del Pil nominale di breve periodo, visto che il ricalcolo avviene ogni anno sulla base della media geometrica degli ultimi cinque anni.

I nuovi coefficienti si applicheranno insieme al primo aumento del requisito di accesso alla pensione legato all’attesa di vita (tre mesi in più dal gennaio 2013) e verranno rideterminati nel 2015 per il triennio successivo (2016-2019), dopodiché l’adeguamento sarà biennale dal 2019 (l’anno dell’allineamento a 67 anni per la pensione di vecchiaia per tutti), in tandem con gli aggiornamenti dei requisiti di accesso alla pensione legati all’aspettativa di vita. L’applicazione dei coefficienti è cruciale per proteggere la spesa pensionistica dagli effetti della depressione demografica che incombe sul nostro Paese, con il progressivo aumento della longevità associato a una stagnazione delle nascite.

Autore: Davide Colombo – Il Sole 24 Ore (Articolo originale)

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