Opinione della Settimana

La mossa di BpVi: «Cattolica non può chiedere il divorzio»

Sede Banca popolare di Vicenza IMC

(Fonte: Il Giornale di Vicenza)

Vicenza non ci sta al recesso esercitato dalla società veronese. La legge che ha cambiato identità alla ex Popolare non ha obbligato anche la compagnia assicurativa. Incongruenze nella norma sulla trasformazione in SpA e dubbi su un trattamento speciale

Due pesi e due misure. Da un lato BpVi (nella foto, la sede), una banca cooperativa con attivi superiori agli 8 miliardi obbligata dalla riforma approvata in via definitiva il 25 marzo 2015 a trasformarsi in società per azioni. Dall’altra Cattolica, società cooperativa a capo di uno dei maggiori gruppi del mercato assicurativo italiano, non obbligata a trasformarsi in spa. In mezzo un conto da 313 milioni che la prima deve alla seconda e pesa per oltre un terzo nella perdita della semestrale. Cattolica Assicurazioni infatti ha già annunciato lo scorso 4 agosto il divorzio dalla Popolare di Vicenza, il suo primo socio-azionista con il 15,07% del capitale, motivandolo come diritto esclusivamente ricollegabile alla trasformazione di Bpvi da cooperativa a società per azioni. Se anche Cattolica fosse stata obbligata alla spa però, il socio più importante sarebbe stato Vicenza, e quel divorzio non sarebbe mai stato neppure pensato.

Contestazione. L’offesa sta in punta di diritto. In modo politico è già avvenuta la contestazione durante la presentazione dei conti di BpVi con l’ad Francesco Iorio che ha polemizzato sulla legittimità del recesso e con il vicepresidente Salvatore Bragantini che ha evidenziato come la trasformazione in spa di BpVi non sia stata una scelta della banca ma, come si dice, imposta dal principe. Contestazioni che alla fine sono passate sotto traccia, coperte dalla perdita ingente e dai pensieri sul futuro della banca. Eppure, senza arrivare allo «scontro frontale» (parole di Iorio), il tema giuridico viene portato all’attenzione nella sua incongruenza.

Legge. I vertici della banca hanno aperto con minuzia i tomi. Andando al 1992, legge 17 febbraio numero 207, poi sostituita dal decreto sulle popolari un anno e mezzo fa. Ebbene all’epoca la legge metteva sullo stesso piano BpVi e Cattolica: le disposizioni di legge si applicano anche alle società cooperative autorizzate all’esercizio dell’assicurazione. Poi invece nel testo del decreto, 23 anni dopo, l’obbligo alla trasformazione in spa valeva per le coop bancarie ma non prevedeva le coop autorizzate all’esercizio dell’assicurazione. Quasi, si sussurra con il senno di poi, si trattasse di una situazione ad personam. E c’è chi vuole cercare una sorta di disciplina speciale per la società veronese anche nel Testo Unico della Finanza, articoli 135 e 135 bis che riguarda le coop quotate, così come è appunto Cattolica in Borsa dal 2000.

Incongruenze. Certo, viene fatto notare, la forma giuridica di coop penalizzerebbe Cattolica: essendo cooperativa paga un multiplo di mercato basso di almeno un paio di punti percentuali rispetto ad altre compagnie assicurative. E poi intorno al presidente Bedoni, anche nell’ultima assemblea, era presente solo un piccolo gruppo di azionisti (20%) nonostante ancora la legge una testa-un voto. Resta il fatto di un’incongruenza di legge che BpVi sta pagando cara.

Mosse. La banca sta pensando alle sue mosse che, fino al giorno della semestrale, hanno portato ad escludere appunto lo «scontro frontale», anche alla luce della «disponibilità» di Cattolica a sedersi al tavolo per valutare una ridefinizione della partnership su «basi nuove». Intanto si punta il dito sulla situazione a cui si è arrivati, con unadomanda che resta al momento inevasa. «Perché Cattolica non è stata obbligata a cambiare?». E intanto ballano oltre 300 milioni.

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