Opinione della Settimana

Salvataggi, c’è Posta per le banche venete

Poste Italiane - Insegna Imc

(di Andrea Greco – la Repubblica)

Il Governo pensa a usare il risparmio o le polizze del gruppo per ridurre il loro fabbisogno di capitale

Nel negoziato con Bruxelles per far calare il fabbisogno di capitale privato da 1,25 miliardi sulle ex popolari Vicenza e Veneto Banca, che le tiene in scacco da una settimana, il Tesoro potrebbe calare l’asso Poste italiane. In due modi, attualmente allo studio. Uno è la partecipazione del gruppo quotato – ma al 35% della Cassa depositi – nel capitale mancante, per importi da definire e che comunque saranno ridotti nel negoziato in corso tra l’esecutivo e l’antitrust europeo. L’altro prevede il coinvolgimento di Poste Vita, che potrebbe rilevare da Vicenza il “sistema Cattolica” (le quote restanti nell’assicurazione più le società della partnership bancassicurativa), riducendo di 250 milioni il fabbisogno di capitale di Vicenza. Una soluzione che potrebbe rinfocolare le polemiche sull’utilizzo del baluardo del risparmio nostrano; ma che dimostra la determinazione del governo a evitare “incidenti” bancari in un clima politico sempre più elettorale. «A priori non si può mai dire, dipende dal tipo di intervento richiesto», ha detto martedì Maria Bianca Farina, presidente del gruppo che tramite Poste Vita ha già investito 260 milioni di euro in Atlante.

Vicenza e Veneto Banca ieri sono tornate ad appellarsi al Tesoro, per lettera. Si chiede di trovare presto la soluzione che le metta in sicurezza perché l’operatività è a rischio: benché la liquidità sia assicurata dai bond garantiti dallo Stato (ieri emessi per altri 2,2 miliardi a Vicenza e 1,4 miliardi a Montebelluna), l’incerto riassetto preoccupa i clienti e la raccolta sui depositi da una settimana è tornata a consumarsi. «Stiamo continuando a lavorare sulle banche venete, che è diverso da quello di Mps – ha detto il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan, a margine del Brussels economic forum –. Tra le opzioni sul tavolo c’è anche la ricapitalizzazione precauzionale, vedremo nei prossimi giorni».

Per settimane i vertici di via XX settembre hanno patito per i tanti tavoli aperti con Bruxelles – la manovra sui conti pubblici e le crisi bancarie di Siena e delle venete –, che indeboliva il potere negoziale degli italiani. Ora che il dossier Mps è chiuso e la correzione della finanza statale avviata, ci si può concentrare sul terzo dossier. Il più impervio, poiché – diversamente da Mps – il loro patrimonio è azzerato, come il valore dei loro marchi (che infatti cambieranno).

La riunione del cda ieri, era per un’informativa sulle interlocuzioni con vigilanza, governo e Ue. L’ad Fabrizio Viola avrebbe detto che la situazione resta critica, perché dopo il “no” del socio unico Atlante a investire ancora, è arduo trovare privati. Il cda avrebbe preso nota dell’ipotesi dei private equity anglosassoni Atlas, Warburg Pincus e Centerbridge, che esplorano possibili investimenti nelle banche. Male loro condizioni paiono così dure che difficilmente i membri dei due cda li riterranno nel miglior interesse degli istituti: si vocifera di prezzi irrisori, sottoscrizioni di capitale ibrido, compensazioni con l’acquisto di parte dei 9 miliardi di sofferenze da smaltire.

Pertanto il Tesoro, dopo i veti perentori di Padoan giovedì («non ci sarà un bail in») tiene in serbo piani di emergenza, anche meno ossequiosi dell’interpretazione occhiuta delle norme sugli aiuti di Stato. Tra i corridoi si torna a parlare di un nuovo decreto, che possa anteporre la capitalizzazione pubblica delle banche all’autorizzazione dell’Ue: lasciando a Bruxelles l’onere di aprire un delicato contenzioso.

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