Mario Greco (nella foto) chiama Consob e Ivass e si fa spalleggiare nella sua azione moralizzatrice contro il passato (e anche il possibile futuro) dei soci forti delle Generali, abituati a usare il colosso di Trieste come il Bancomat sotto casa. Chiede e ottiene dal consiglio d’amministrazione il mandato ad avviare le “idonee azioni risarcitorie e di responsabilità in sede giuslavoristica nei confronti degli ex manager Giovanni Perissinotto e Raffaele Agrusti”. E fa come dice il proverbio: parla a nuora, perché suocera intenda.
Le suocere di Trieste davanti alle quali il nuovo capo-azienda delle Generali vuole rivendicare la sua intoccabile autonomia – e lo fa bastonando le furbate del passato di due licenziati che ormai non contano più niente – sono un po’ tutti gli altri, compresi gli intoccabili, dal veneto Enrico Marchi al siculo-romano Franco Caltagirone, fino agli estimatori di Greco Lorenzo Pelliccioli di De Agostini e Leonardo Del Vecchio di Luxottica, tutti “veri british” nell’auspicare una gestione anglosassone del colosso, tutti schifati dai vecchi malcostumi ma tutti fino alle orecchie immersi nel conflitto d’interessi: chi più chi meno, ma tutti. Uno con le palazzine francesi, l’altro con i palazzi romani, uno con i fondi di private equity, l’altro con le infrastrutture… No, caro Greco, questa non è Wall Street, si chiama al massimo vicolo Corto, il monopoli italiota è un osso duro da rodere.
Insomma, nel giorno del suo trionfo moralizzatore, bisogna sottolineare che la luna di miele di Greco a Trieste è già finita. E non poteva che essere così. Aziende di quelle dimensioni, ricche da far paura, con quei loro 500 e passa miliardi di attivi in pancia, un terzo del Pil italiano, sono come degli smisurati transatlantici, per farli virare ci vuole un mare, e la mano di Greco sul timone è impaziente, vuole essere lasciato in pace, vuole essere il Marchionne delle polizze, e attorno ne ha tanti – ma ancora oggi, non ai tempi, lontani ormai anni luce, di Perissinotto – che lo vorrebbero tirare per la giacca.
Con tutta evidenza Perissinotto non c’era riuscito, la sua tardiva ribellione autonomista era stata frustrata com’è in fondo giusto che accada ai camerieri che tardivamente pretendono di diventare padroni. E dopo aver ottenuto la defenestrazione del pur mitico Geronzi, illudendosi così di aver dirottato sul presidente l’ira dei soci delusi dall’andamento moscio dell’azienda, aveva pagato pegno anche lui e, confortato da 11 milioni di euro di buonuscita, era stato buttato fuori. E Greco? Arrivato a Trieste sulle ali dei successi ottenuti alla Zurich – che peraltro continua ad andare benissimo anche dopo la sua uscita – ha cercato di ribaltare l’azienda come un calzino. E in parte c’è anche riuscito, ma solo in parte: sia perché non è Superman, sia perché ci vuole tempo, sia perché – come si diceva – non si vedono santi, in quel campo di battaglia, e se la Mediobanca di ieri ha fatto fare alla sua principale controllata – pardon, partecipata – un filotto di corbellerie, non è che ci siano molti tra gli altri soci post-cucciani in diritto di scagliare la prima pietra dei puri.
“Come azionista di Generali Assicurazioni non posso dire di essere particolarmente soddisfatto, fino a questo momento, dell’attuale gestione. In fondo, cosa è stato fatto in questo anno e mezzo?”, ha detto: “Sono state vendute alcune partecipazioni frutto della precedente gestione: una quota di Banca Generali, gli asset in Messico e in Usa, i Btp ecc. Ma, ecco il punto, queste vendite non sembrano essere sempre avvenute nel momento giusto. Di Banca Generali, che è stata fuori di dubbio un ottimo investimento di Perissinotto, è stato venduto il 20 per cento quando valeva 13 euro. Oggi ne vale 24. Se fosse stata venduta oggi, quella quota avrebbe fruttato 250 milioni in più”. “E che dire dei Btp? Ne sono stati venduti 10 miliardi quando lo spread era a 400 punti base, mentre oggi è a meno di 200. Duecento punti base per una duration di 5 anni media: a quanti soldi abbiamo rinunciato?”. “Se per Generali è stata realizzata una buona plusvalenza sulla quota della banca lo si deve all’intuizione di Perissinotto, che investì 20 milioni di euro per crearla, mentre ora vale 2,7 miliardi”. “Inoltre, Generali ha ricomprato le quote di Kellner nella controllata Ppf in anticipo rispetto ai tempi massimi. Segno che non era proprio un cattivo affare quello iniziato da Perissinotto. Eppure sull’ex si continua a gettare fango con questa storia infinita di un’eventuale azione di responsabilità nei suoi confronti”.
Era “eventuale” quando Marchi rilasciava l’intervista. Da ieri è un fatto. Com’è un fatto che la guerra di Trieste, la guerra di Mario, è solo agli inizi.
Autore: Sergio Luciano – Affaritaliani (Articolo originale)



