Opinione della Settimana

Sace non va in Borsa, nasce la Casa dell’export

SACE 2017(Fonte: CorrierEconomia)

E’ una perdita d’incasso da circa due miliardi e mezzo per il Tesoro, la mancata privatizzazione di Sace. Tanto varrebbe infatti il 40% secondo le stime delle banche che valutarono l’azienda 6 miliardi quando fu ceduta alla Cassa depositi e prestiti, attuale azionista. Deve valerne la pena. L’obiettivo è costruire «la Casa dell’export», il luogo della finanza pubblica deputato a sostenere le aziende italiane esportatrici, finanziandole e assicurandone i crediti. In vista c’è perciò il possibile trasloco anche di Sace, come di tutta la Cdp, nell’edificio del Poligrafico dello Stato, nella parte libera che non è stata oggetto dell’accordo di novembre con la cinese Rosewood che dovrà gestirvi un hotel di superlusso. Potrebbe aggiungersi Simest, le cui attività saranno riorganizzate per evitare sovrapposizioni e dispersioni con Sace.

Per un anno banche e consulenti — Societe Générale per conto di Cdp, Goldman Sachs e Bain per Sace — hanno lavorato sulla privatizzazione dell’azienda presieduta da Giovanni Castellaneta e guidata dall’amministratore delegato Alessandro Castellano. Un anno difficile, per la difficoltà di valutare a quale bilancio (Sace o lo Stato?) imputare il carico delle garanzie sui crediti più rischiosi. Ma anche per la frattura tra Castellano, che voleva fortissimamente portare Sace, la sua creatura, in Borsa facendone una banca (affrancandosi così all’azionista Cdp) e Giovanni Gorno Tempini, allora amministratore delegato di Cdp, che non concordava.

«Era la privatizzazione più difficile», dice un banchiere. Tutto superato, dunque. «Sace non è privatizzabile allo stato in cui è oggi — ha detto martedì 12 gennaio Claudio Costamagna, presidente di Cdp —. Non perché non guadagni, anzi guadagna molto bene, ma perché ha altri bisogni. Sace è oggi al 100% nostra, rimane nostra e anzi la potenzieremo perché ne faremo il polo dell’export». I lavori sono in corso. Il piano è costituire una unità di business — non una società, nome provvisorio «la Casa dell’export», appunto — nella quale siano riorganizzate le attività ora svolte da tre società: Sace, Simest e l’export banca sotto il cappello di Cdp. Nel piano industriale di Cdp presentato il mese scorso si parla di «modello integrato di internazionalizzazione ispirato a soluzioni di successo di altri Paesi»: uno sportello unico per andare alle imprese. Oggi l’imprenditore va da Sace per l’assicurazione sul credito, da Cdp per il finanziamento all’export e da Simest per la stabilizzazione del tasso (o la cessione di quote della società). In futuro andrà solo da Sace, si semplifica.

Uno dei motivi per cui si vuole ampliare la rete territoriale di Cdp è del resto avvicinarsi alle medie imprese, quelle che più devono crescere. Sace resterebbe capofila ed è possibile che venga nominata una figura di vertice che coordini tutto. Castellano ha alle spalle già tre mandati, scade in primavera.

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