Il finanziere bretone aveva sempre negato l’asse con Groupama, ma la Commissione ha elencato le date degli incontri segreti
Quando nel giro di un mese, dal 22 settembre al 22 ottobre 2010, Vincent Bolloré (nella foto) salì improvvisamente dal 2% al 5% di Premafin furono in molti a chiedersi quali fossero le reali intenzioni dell’imprenditore bretone che, con l’operazione Lazard, si era fatta la fama di finanziere abile e spregiudicato. Sulla partita Bolloré aveva investito una ventina di milioni, poca cosa tutto sommato, non fosse che la partecipazione nella holding quotata di FonSai proprio non li valeva, dato che i prezzi a cui aveva fatto shopping valutavano le azioni almeno tre volte il net asset value. Ma Bollorè non sembrava preoccuparsene, tanto che già nel rendiconto del primo semestre 2010 della Financière de l’Odet, nel rilevare che la quota nella holding dei Ligresti era salita dallo 0,59% della prima metà del 2009 all’1,68%, iscriveva la partecipazione al valore di circa 6 milioni, che incorporava una minusvalenza «temporanea» di 0,9 milioni, considerata «né significativa, né duratura».
Quali certezze avesse sul valore di Premafin, che già ai tempi era oberata da ingenti debiti, lo si può desumere col senno di poi. Nella documentazione depositata dalla Consob alla Procura di Milano, l’Authority presieduta da Giuseppe Vegas ipotizza la «manipolazione di mercato» da parte di Bolloré, volta a «produrre un aumento del prezzo delle azioni Premafin da 0,8 euro a livelli prossimi a 1-1,1, nell’ambito della preparazione di un accordo tra Groupama e il gruppo Ligresti». Accordo che effettivamente si concretizzò a fine ottobre 2010 e che prevedeva l’ingresso del gruppo transalpino in Premafin tramite la sottoscrizione di un aumento di capitale proprio al prezzo di 1,1 euro ad azione. Groupama, per arrivare al 17% concordato, avrebbe anche rilevato i diritti d’opzione della famiglia, che avrebbe incassato per questa via 30 milioni.
Poichè Groupama era nella stessa cordata di cui Bolloré era capofila nel patto di Mediobanca, era logico supporre che vi fosse un collegamento tra gli acquisti del finanziere e la discesa in campo del gruppo assicurativo allora guidato da Jean Azema. Circostanza che però Bolloré aveva sempre negato. L’8 ottobre 2010 il finanziere bretone aveva risposto ai cronisti che gli chiedevano se il suo intervento su Premafin avesse lo scopo di aprire la strada a Groupama: «No, no. Sono solo investimenti, noi siamo un gruppo familiare presente in Italia da dieci anni, cresciamo a poco a poco. Siamo sempre stati tranquilli e modesti, non abbiamo mai dato fastidio a nessuno, rispettiamo sempre gli equilibri», anticipando che avrebbe messo ancora «qualche milione» in Premafin. A fine settembre, commentando il dato emerso dalla semestrale della sua finanziaria, aveva minimizzato: «È una piccola partecipazione, ma questo aumenta il nostro peso in Italia, perché sono molto confidente e ottimista sul vostro bel Paese». Anche quando, a fine ottobre, Groupama era alla fine uscita allo scoperto, fonti parigine vicine al finanziere affermavano che non c’era nulla di concertato e che Bolloré e Groupama si sarebbero mossi in sostanziale autonomia. La ricognizione fatta dalla Consob smentisce però, ex-post, questa versione dei fatti, svelando una serie di incontri – di cui finora non si era avuta notizia – volti a preparare il terreno per la compagnia transalpina. «Il 23 giugno 2010 ha incontrato Jean Azema, discutendo con lui della situazione finanziaria di Premafin e FonSai». «Il 25 giugno ha incontrato Jonella Ligresti». «Il 30 giugno, presso la sede di UniCredit, socio rilevante di Mediobanca e finanziatore di Sinergia e Premafin, ha incontrato Alessandro Profumo, al quale ha presentato un documento». E poi ancora il 14, il 19 e il 20 ottobre 2010, altri incontri con Azema, Profumo, e con l’intera famiglia Ligresti a Parigi.
Non se ne fece nulla, perché poi la Consob negò l’esenzione dall’Opa che Groupama aveva posto come condizione per procedere. Bolloré è rimasto con la sua partecipazione in Premafin, che l’aumento di capitale riservato a Unipol ha diluito al di sotto dell’1%. Una partecipazione che, alle quotazioni di oggi, vale meno di 650mila euro. Quanto un monolocale nel centro di Parigi.
Autore: Antonella Olivieri – Il Sole 24 Ore




