Opinione della Settimana

Generali, grandi soci «freddi» sull’ipotesi della quota a Cdp

L’ipotesi di una staffetta tra Banca d’Italia e la Cassa Depositi e Prestiti (nella foto, la sede), magari attraverso il Fondo Strategico, nel capitale delle Generali, non piace ai principali soci del Leone di Trieste. E sembra peraltro lasciare perplesso anche il vertice della società. I primi a intervenire sulla questione sono stati gli azionisti. In particolare, è stato il gruppo De Agostini a esporsi: «Siamo preoccupati per il potenziale danno all’immagine di indipendenza delle Generali, soprattutto sui mercati internazionali che faticherebbero a comprendere una soluzione di questo tipo, leggendoci il rischio di un intervento della politica». Il portavoce della società ha poi aggiunto: «Una vendita sul mercato sarebbe certamente più apprezzata». Sulla stessa lunghezza d’onda, a quanto si apprende, anche gli altri azionisti rilevanti della compagnia assicurativa preoccupati che il passaggio del pacchetto alla Cdp possa avere delle ripercussioni reputazionali sulla società. Proprio ora, peraltro, che il gruppo intende affacciarsi con maggiore convinzione sui mercati internazionali. Ieri sera, dal foyer del Teatro alla Scala di Milano, anche il presidente delle Generali, Gabriele Galateri di Genola, è intervenuto sul tema: «Credo che sia molto importante mantenere un rapporto indipendente e la stabilità che la Banca d’Italia aveva dato». Il numero uno ha quindi aggiunto: «È molto positivo tutto quello che ci tiene lontani dalla politica e da cose che possono disturbare la gestione della società». Uno dei timori è che questa eventuale operazione possa essere interpretata come una sorta di pubblicizzazione della compagnia. Per giunta, sostiene qualcuno, è da dimostrare che l’acquisto del pacchetto da parte del Fondo Strategico sia realmente in linea con la missione del braccio operativo della Cassa Depositi e Prestiti.

Banca d’Italia, per ora non commenta. In passato aveva chiarito che la soluzione sarebbe stata annunciata in occasione dell’avvio dell’operatività dell’Ivass, ossia dell’Istituto attraverso il quale la Banca centrale avrà la supervisione delle compagnie assicurative, di qui il potenziale conflitto d’interesse. Per quella data, attesa a inizio gennaio, verranno svelate dunque le intenzioni. Quanto è eventualmente allo studio oggi sarebbero quindi solo ipotesi sulle quali si deve ancora ragionare. Di certo, il punto di partenza per prendere una qualsiasi decisione sarà quello di considerare la rilevanza del pacchetto, non solo a livello economico. Banca d’Italia ha infatti un 4,5% delle Generali. La partecipazione è storica ed è detenuta sia per finalità istituzionali sia a garanzia del trattamento di quiescenza dei dipendenti. Ma soprattutto, la quota è seconda sola a quella che fa capo a Mediobanca (13,4%) e negli anni ha spesso giocato un ruolo chiave negli assetti del Leone. Basti ricordare, ed è storia recente, che nel 2008 quelle azioni sono servite per consentire alla lista per il collegio sindacale presentata da Assogestioni di avere la meglio sui nomi candidati dal fondo Algebris di Davide Serra. Si tratta, nel suo complesso, di un pacchetto che può quindi incidere sugli equilibri delle Generali. In virtù di questo, l’obiettivo è provare a traghettare quelle azioni in mani sicure. Di qui, la volontà di studiare una soluzione efficace. Tanto più che, ai prezzi attuali, significa riversare sul mercato una pacchetto dal controvalore superiore ai 900 milioni. Da capire se la levata di scudi degli altri soci, peraltro non intenzionati eventualmente a incrementare la loro presenza, inciderà sui piani di Banca d’Italia.

Nel frattempo, il prossimo 10 dicembre, grazie all’esecuzione di alcuni contratti d’opzione Unipol cederà il proprio 1% delle Generali. La conferma è arrivata ieri dall’amministratore delegato di Bologna, Carlo Cimbri: «La nostra quota finirà sul mercato».

Autore: Laura Galvagni – Il Sole 24 Ore

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