Il maltempo non ha fermato i presidi dei lavoratori del gruppo Unipol, che hanno manifestato oggi in tutte le sedi italiane per dire no ai 2.240 tagli del personale previsti nel piano preparato dai manager in vista della maxi fusione con Fonsai. Lo sciopero, che ha visto chiudersi poco fa il primo pacchetto di tre ore di stop con adesioni del 90% nella sede bolognese, è stato indetto in modo unitario da tutte le organizzazioni sindacali di categoria – Fisac Cgil, Fiba Cisl, Uilca, Fna, Snfia – che hanno scelto la linea dura dopo la mancata intesa con i vertici del gruppo bolognese sul piano di riassetto, che prevede circa 2.200 persone in uscita dal ramo assicurativo, su 11mila dipendenti sparsi in Italia, come diretta conseguenza della fusione tra Unipol e Fonsai. Parte degli esuberi dovrebbe essere prepensionata; gli altri ricollocati presso i futuri proprietari dei rami d’azienda che Unipol dismetterà come da disposizioni dell’Antitrust, ma non c’è alcuna certezza. E anche se l’ad di Unipol Carlo Cimbri a parole ha sempre sposato la linea della concertazione, per i sindacati sembrano non esserci i presupposti per la trattativa e il dialogo.
A Bologna sono stati quasi 300 i dipendenti che hanno sfilato in corteo sotto la pioggia, con bandiere e fischietti fuori e dentro l’azienda, con una bara di cartone in cui erano simbolicamente seppelliti i «valori e l’etica» di Unipol, al grido di «senza regole non si tratta». «La fusione fonde i diritti», recitava un manifesto affisso sotto il loggiato della sede storica del gruppo cooperativo, da dove è partito il corteo che ha invaso via Stalingrado fino al nuovo quartier generale di Porta Europa, per poi concludersi nell’atrio dell’ingresso principale con la messa in scena di una messa funebre. «La vecchia Unipol è morta», spiegano i manifestanti.
Le richieste sindacali sono chiare: no ai licenziamenti sia collettivi che individuali, salvaguardia delle sedi di tutte le aziende sul territorio, garantendo un equilibrio quali/quantitativo delle attività, consenso dei lavoratori al trasferimento di sede e in caso di applicazione del fondo di solidarietà, precise garanzie i lavoratori coinvolti in cessioni di assets.
Autore: Ilaria Vesentini – Il Sole 24 Ore (Articolo originale)




