Opinione della Settimana

Generali: La partita delle cessioni, da Bsi agli immobili

La Bankinter di Jamie Botin guarda alla banca svizzera e, tra gli altri, Munich Re agli asset Usa, ma sui prezzi c’è ancora da discutere. Il gruppo punta a raccogliere 4 miliardi

«Stiamo facendo buoni progressi sulle previste cessioni di Bsi e Generali Usa. Non vediamo ostacoli particolari». Mario Greco, ad del Leone, prova a sgombrare il campo dalle voci che danno, quantomeno in salita, la valorizzazione dei due asset. E aggiunge: «Siamo in discussioni e abbiamo accordi di confidenzialità non solo sulle due vendite annunciate, ma anche in linea con l’obiettivo di dismissioni per 4 miliardi di euro che abbiamo fissato». Il target è al 2015 ma evidentemente si punta a raggiungerlo prima. Se ciò sarà possibile, molto dipende da come si chiuderanno i dossier già aperti ma soprattutto quale altra strada si imboccherà per raccogliere i denari restanti. Riguardo questo secondo aspetto, certamente la suggestione più popolare è quella di una valorizzazione di parte del patrimonio immobiliare. Operazione che potrebbe risultare assai complessa, non solo per la congiuntura nella quale si inserisce ma anche per le peculiarità e la dimensione del patrimonio che fa capo al Leone.

Ma intanto a che punto sono le cessioni già avviate? I due dossier sono aperti da tempo sulla scrivania del manager. Di entrambi si è cominciato a parlare a inizio della scorsa estate. Tanto che Generali ha assegnato i mandati per Bsi a JP Morgan e Mediobanca nei primi giorni di luglio e per Generali Usa a Citigroup ad agosto. Da allora, dunque, sono passati poco meno di nove mesi. Ora potrebbe essere arrivato il punto di svolta. Nella vendita degli asset americani qualcuno riferisce che esiste un interlocutore privilegiato, Munich Re, ma sarebbero in pista, in alcuni casi anche con offerte migliori, altre compagnie tra le quali nelle settimane scorse sono circolati i nomi di Swiss Re, Hannover Re, la Berkshire Hathaway di Warren Buffet e Ace Group. Munich Re, peraltro, vorrebbe escludere alcuni beni dalla trattativa, il che potrebbe ridurre il controvalore della transazione rispetto ai 500 milioni di dollari auspicati. Quanto a Bsi, allo stato l’intenzione sarebbe di definire i contorni entro aprile, il termine per la presentazione delle offerte vincolanti in precedenza fissato per lunedì 18 marzo potrebbe slittare di qualche tempo. Tuttavia, ci sarebbe già un candidato favorito nella corsa: il tandem Bankinter-Apollo, una banca spagnola più un fondo americano. La banca iberica, peraltro, non è un istituto qualunque. Tra i propri soci figura il Credit Agricolé (9,9%), in predicato però di ridurre la propria partecipazione, ma soprattutto Jamie Botin, fratello più giovane di Emilio Botin (Santander). La famiglia, attraverso la società Cartival, detiene il 23,34% di Bankinter e recentemente si è assicurata un posto di peso nella governance dell’istituto grazie all’ascesa al vertice di Alfonso Botin, figlio di Jamie, diventato lo scorso dicembre presidente del comitato esecutivo. Insomma, se i contatti dovessero proseguire Bsi potrebbe passare dal portafoglio delle Generali a quello del fratello di Emilio Botin. Certo, allo stato attuale, ci sarebbero diversi dettagli da limare. L’offerta, seppure più rotonda di quella dei competitor, il mercato puntava su 2 miliardi, sarebbe vicina a 1,5 miliardi. Cifra, dunque, che allo stato può essere considerata solo come un punto di partenza per un’eventuale trattativa in esclusiva.

Sullo sfondo resta poi l’opzione della valorizzazione degli immobili. Giusto in dicembre è stato concluso il percorso che ha portato sotto un’unica realtà, Generali Real Estate, il patrimonio del Leone di Trieste. Un patrimonio che, sulla carta, vale 23,9 miliardi, dei quali 20,3 miliardi sono di proprietà e contano una plusvalenza implicita nell’intorno dei 5 miliardi. Del portafoglio complessivo il 36% è collocato in Italia e il 63% sono uffici. Si tratta sicuramente di un asset di grande prestigio per il quale qualche banchiere ha immaginato una maxi Ipo di dimensione europea. Per farlo, basterebbe dotare la società di uno statuto a misura di Vecchio Continente. Certo, la fase non è quella adatta e poi c’è da considerare che una fetta degli immobili è a garanzia delle polizze. Di sicuro la valorizzazione del comparto è un’opportunità, sul come realizzarla e quando la discussione si sarebbe appena aperta. L’ipotesi di un partner non è da escludere. Ma se così fosse di certo non potrebbe essere per l’intero patrimonio ma magari per progetti specifici, come è successo con Norges Bank in Francia.

Autore: Laura Galvagni – Il Sole 24 Ore

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