Opinione della Settimana

Ministro, non dimentichi la Covip

COVIP HPPer definire l’insieme dei provvedimenti approvati appena un mese fa il governo ha scelto il nome impegnativo “decreto del fare” – sottintendendo così che il governo non è inerte ma anzi in piena attività e in controllo

Qualcuno, osservando nel dettaglio i provvedimenti presi (tra cui, mirabile, il divieto di uso dei fax nella PA – c’è bisogno di un decreto governativo? E di un voto in Parlamento?) ha realisticamente sostenuto che si tratta di piccole cose utili. Utili perché passare dal fax alle email anche dentro la PA può essere un passo avanti. Piccole raffrontate alla dimensione dei problemi del paese e alla grandezza degli interventi necessari per avviarne la soluzione. Un pò come mettere un cerotto a un signore con la gamba in cancrena. Eppure il governo è in difetto anche nelle piccole cose, non difficili da attuare. Ne cito una, piccola ma importante in questa fase. La nomina del presidente della Covip, l’autorità di vigilanza sui fondi pensione. Il presidente è scaduto a gennaio dello scorso anno ma ad oggi non è stato ancora sostituito. Nel sito della Covip sotto la dicitura “Presidente” c’è una pagina bianca. Prima di lasciare l’incarico il Ministro Fornero aveva avviato la sostituzione e oggi ci sarebbe se non si fosse opposto Catricalà che la giudicava inopportuna (sic!) perché il governo era in scadenza. Nel frattempo è anche scaduto un altro commissario dei tre che reggono la Covip per cui al momento quell’organismo è retto da una singola persona, ovviamente impotente ad operare, anche a fronte dell’ordinaria amministrazione. Perché tutto questo è importante? La Covip non è nota al pubblico e tra gli organismi di controllo finanziario non ha certo il peso né della Consob né della Banca d’Italia. Questo perché i fondi pensione in Italia sono (ancora oggi) poco diffusi e meno importanti di banche e borsa. Ma proprio per questo ha un ruolo strategico e lasciarla senza una struttura di governo all’altezza è sintomo grave di inconsapevolezza (oppure di cinismo).

Il paese sta attraversando una delle restrizioni creditizie più gravi della sua storia e ha davanti a sé la prospettiva che, senza una trasformazione profonda del sistema finanziario in cui le banche perdono peso e ne acquisti il mercato, le imprese andranno incontro a serie difficoltà nel trovare fondi esterni. E quando il finanziamento è risicato, costoso e difficile da ottenere non bastano le buone idee, le grandi ambizioni e la fantasia imprenditoriale per far crescere un paese. Senza finanza le idee rimangono appese nell’aria.

Ma questa trasformazione presuppone la presenza di investitori istituzionali in grado di assorbire l’emissione di titoli corporate sul mercato: compagnie di assicurazione, fondi di investimenti e, per l’appunto, fondi pensione – gli investitori istituzionali per eccellenza. In Italia i fondi pensione sono ancora agli albori. Amministrano circa 90 miliardi di euro destinati alle pensioni degli aderenti. Ad oggi, il tasso di adesione è di circa il 25 per cento per un totale di 5,5 milioni di lavoratori coinvolti. I fondi sono molto polverizzati. Se ne contano 545, 10 hanno oltre 100mila iscritti ma 274 fondi hanno meno di 10.000 lavoratori iscritti e 137 meno di 1.000. I loro portafogli troppo prudenti e quindi poco redditizi: investono più della metà in titoli del debito pubblico, per di più solo italiani, e troppo poco in equity e obbligazioni corporate. Questi dati suggeriscono che vi sono notevoli spazi per sviluppare la dimensione dei fondi, migliorarne l’allocazione del portafoglio e ottenere guadagni di efficienza attraverso un processo di consolidamento. Ovviamente, lo sviluppo dei fondi, oltre che per arricchire il mercato finanziario nazionale, rileva anche (e direi in primis) per completare e irrobustire la riforma del sistema pensionistico pubblico dotandolo di un robusto secondo pilastro. Oggi quindi si presenta la rara occasione di cogliere due piccioni con una fava. La fava è l’organismo di vigilanza, la Covip che potrebbe giocare un ruolo importante – analogo a quello avuto dalla Banca d’Italia nel processo di sviluppo, ristrutturazione e consolidamento del sistema bancario negli anni 90. La Covip potrebbe usare la sua moral suasion per l’adozione di politiche di investimento più in linea con l’orizzonte temporale di questi investitori; indirizzare e coordinare le politiche di informazione dei lavoratori sui fondi pensione per superare il velo di scetticismo che ne scoraggia la sottoscrizione tra i lavoratori; promuovere la professionalità nella gestione dei fondi oggi decisamente carente. Ma questo presuppone che la Covip abbia un Presidente e un consiglio ben funzionante e con le appropriate competenze – altrimenti addio moral suasion. Lasciarla in un vacuo gestionale proprio in questo momento è un grave errore che, né un ambizioso governo “del fare” e neppure uno “del fare qualcosa” può permettersi. Signor Ministro del Lavoro, di concerto con il Signor Ministro dell’Economia, come recita la legge, metta per cortesia un altro cerotto sulla gamba malata. Lo faccia rapidamente perché la cancrena avanza ma soprattutto lo scelga bene: deve capire qualcosa di finanza.

Autore: Luigi Guiso – Il Sole 24 Ore

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