Opinione della Settimana

Così i Casalesi truffavano i casertani con una Rc auto contraffatta negli Usa

A un certo punto, tra Casal di Principe, Casapesenna e San Cipriano d’Aversa era tutto un pullulare di assicurazioni «Generali» e «Lloyd’s». Tagliandi con tanto di contratto e numero seriale di identificazione, posizionati in bella vista su lunotti e parabrezza di carrette asmatiche e spider, Suv e utilitarie. È la Rc auto della provincia di Caserta dove la «c» sta rigorosamente per Casalese: il business scoperto da un’inchiesta del pm antimafia Cesare Sirignano che ha portato in carcere 17 persone. Ideatori, fiancheggiatori e organizzatori di un affare che sfiora i 60mila euro al mese (con punte fino a 100mila) guadagnati vendendo polizze contraffatte sotto l’ala protettiva del boss Michele Fontana, uomo di fiducia del gran capo Michele Zagaria.

Rc auto - Contrassegni Imc«Sono le Generali cinque giorni vero? Generali… tiene pure il foglio di sotto? perché quello è importante, il foglio riconosciuto dall’Isvap», si agita al telefono uno degli indagati, Giovanni Di Puorto. L’idea dell’affare è semplice: smerciare migliaia di ticket falsi su un mercato famelico di soluzioni a basso costo.

Dalle parti del Vesuvio gli esborsi per le polizze assicurative, quelle legali, s’intende, sono diventati ormai un fattore di allarme sociale: migliaia di vetture, ogni giorno, scorrazzano per le città senza copertura. In venti anni, sono aumentati del 350 per cento. Il Comune di Napoli e la Regione Campania stanno cercando una soluzione «politica» alla questione. Il primo lanciando l’idea di un’assicurazione a prezzi popolari, diciamo così, che si chiama «Città virtuosa» a cui possono accedere gli automobilisti in regola con le tasse; la seconda facendo pressing sul Governo per varare misure a tutela degli automobilisti onesti che, disgraziatamente, risiedono in una delle cinque province campane.

Secondo uno studio di Federconsumatori, la media europea dei costi per le assicurazioni è di poco inferiore agli 800 euro: il minimo si registra in Spagna con un premio annuale di 630 euro mentre il massimo si tocca – manco a dirlo – in Italia con 1250 euro. Che possono diventare anche 3500 euro in caso di un giovane neopatentato che sfrecci lungo le strade partenopee. Una zavorra per i bilanci lacrime e sangue delle famiglie.

Facile, allora, in un contesto del genere, diventare un broker (criminale) di successo. La gang casertana aveva già esteso la sua rete di vendita ad Avellino e Salerno ed era pronta a sbarcare nella più ricca piazza napoletana. Reclutando, se necessario, anche assicuratori e concessionarie d’auto che «scasseranno insieme», si galvanizza uno degli indagati. In un’altra intercettazione ambientale, gli investigatori ascoltano il piano industriale del gruppo. «Ulderi’, ma ci bastano pure duecento polizze alla settimana… – calcola a voce alta un complice – le compriamo a sei, le compriamo a cinque euro, le vendiamo a venticinque, sì e no sono quattromila euro alla settimana per uno… sono quattromila euro alla settimana, sono milletrecento euro per uno alla settimana.. ti rendi conto?».

A parlare della Rc auto della camorra è stato anche un pentito. Si chiama Salvatore Venosa e, fino al suo arresto, è stato uno degli ufficiali di collegamento tra le «truppe» e il superlatitante Zagaria.

«Un altro affare nel quale Gigino (uno degli indagati, ndR) ha avuto un ruolo rilevante è quello delle polizze false e precisamente delle polizze “5 giorni” – dice al pm –. Si tratta di polizze che venivano vendute sia nelle agenzie che in altri posti non autorizzati e che erano conosciuti dalle persone dei vari Comuni a seguito di un passaparola. È un affare vantaggioso sia per i titolari delle agenzie che per i singoli affiliati che gestivano la distribuzione e vendita nei vari territori. Anche alcune concessionarie di autovetture si rifornivano di polizze false da consegnare ai clienti in occasione di acquisti di autovetture».

L’ingordigia per il guadagno facile («dividiamoci la zuppa» aizza uno, e l’altro rilancia: «Il piano di guerra si deve fare bene ragazzi») e le attività investigative in corso su un diverso filone, riguardante le scommesse clandestine e tangenti agli imprenditori, alla fine fanno però saltare il banco. Gli «assicuratori» si incastrano da soli straparlando al cellulare. E nemmeno il tardivo richiamo all’ordine di uno dei capi dell’organizzazione («Giovanni non facciamo troppe telefonate… stiamo facendo troppo un macello, chiudi questo telefono… basta… muoviamoci con le macchine… due ore dopo non fa niente… però… Giovanni stop con il telefono… basta») riesce a salvare la situazione. Il Ros dei carabinieri si è già messo all’opera. Da un lato tiene d’occhio, grazie a una cimice piazzata nell’auto di un indagato, l’evoluzione degli affari, e dall’altro riesce a identificare il software con cui vengono compilati e stampati i tagliandi assicurativi. È «appoggiato» a un sito web con «residenza» in Arizona, negli Stati Uniti. Basta inserire le generalità, qualche altro dato e il gioco è fatto. Usarlo non è proprio facilissimo, e i broker casalesi si lambiccano il cervello al telefono – autodenunciandosi, sostanzialmente – parlando di identificativi, password, codici e connessioni web. E, quando tutto sembra andar bene, i files spesso non si scaricano o i contratti escono in bianco. Un po’ hacker un po’ Totò e la banda degli onesti.

Autore: Simone Di Meo – Il Sole 24 Ore (Articolo originale)

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