Quel che verrà portato in Borsa più che un’azienda di servizio postale è un grande conglomerato finanziario-assicurativo. Si chiama Poste, ma il vero valore per i futuri azionisti non è certo dato da pacchi, raccomandate, cartoline. Fosse per quello il Tesoro dovrebbe abbassare le sue pretese. Sui 24 miliardi di ricavi totali del colosso guidato da Massimo Sarmi, il business tradizionale vale solo 4,6 miliardi. Tra l’altro il settore postale è in forte affanno. Solo tra il 2011 e il 2012 il fatturato è calato del 10%. E il calo è di lunga data. I ricavi postali hanno perso almeno un miliardo dal 2008 al 2012. Business fiacco.
Il vero valore è appunto dato da BancoPosta e Poste Vita che ormai coprono l’80% del fatturato complessivo. Nel 2002 la quota era solo del 50%. Una metamorfosi impressionante e le Poste da puro Centauro si stanno sempre più trasformando in un’azienda di bancassurance. Con una rete tanto capillare di sportelli la concorrenza vera le Poste ce l’hanno con le banche. Con un vantaggio però: gli sportelli diventano veicoli per vendere polizze e buoni postali. Un vantaggio (inviso alle banche) che consente a Sarmi di presentarsi sul mercato con un gruppo capace di sfornare oltre un miliardo di utili netti all’anno. Poste poi sono ben capitalizzate e hanno un debito finanziario inferiore al patrimonio netto.
Tutto bene quindi? Sì. E visti i numeri non è difficile ipotizzare un buon successo dalla parziale privatizzazione. Ma non va sottovalutato il fatto che la profittabilità è in declino. Il risultato operativo nel 2012 è stato di 1,38 miliardi a fronte di 1,87 miliardi nel 2010. Tra l’altro con un fatturato salito da 21,8 miliardi a 24 miliardi. Le Poste vendono di più, guadagnando meno. Gli investitori istituzionali questo lo sanno e alla fine a farli decidere sarà solo una questione di prezzo. Quello del valore dell’azione che sarà offerta sul mercato.
Autore: Fabio Pavesi – Il Sole 24 Ore



